Immagine: Deborah Mesa-Pelly
Articolo da "Il Manifesto" del 4 ottobre 2003
Le parole per dire e leggere il mondo

Oggi e domani a Roma «La lingua che ci amora», un incontro dell'Autoriforma Gentile e Società delle letterate

I. VA.
Si apre questo pomeriggio - presso l'università di Roma 3 (via Madonna dei Monti, 40) alle ore 15.00 - l'incontro nazionale organizzato dall'Autoriforma Gentile e dalla Società italiana delle Letterate dal titolo: «La lingua che ci amora. Esercizi di libertà per imparare con». L'incontro, cui partecipa anche il Giscel Piemonte, nasce sulla base di una scommessa politica: attraversare la lingua come luogo cruciale di conflitto, forzarne la crisi per fare emergere gli elementi di novità, valorizzare la distanza linguistica e culturale tra generazioni. Non è la prima volta, in Italia e non solo, che la lingua si fa oggetto di discorso politico: era già accaduto negli anni `60 quando la scommessa aveva caratteristiche collettive e riguardava l'emancipazione degli «esclusi» considerati portatori di una cultura materiale e di una ricchezza linguistica capaci di scardinare l'opacità e il potere della lingua delle classi dominanti. Era la battaglia di don Milani, di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini, di Elsa Morante; era il tentativo di italianizzare l'Italia dal basso. Ed era accaduto, ancora, negli anni `70 col movimento femminista impegnato a trovare le parole per «dire» l'esperienza delle donne fuori dalle categorie concettuali date; una ricerca che ha scardinato l'ordine del discorso e quello materiale e simbolico dominante nella società. Ma perché, oggi, la lingua torna a farsi oggetto di un discorso politico? «Oggi - ci dice Vita Cosentino dell'Autoriforma - sembra essersi quasi perso il rapporto tra parole e cose, ci sono orrori linguistici come `guerra umanitaria', una deriva pubblicitaria e un linguaggio che si fa sempre più aziendalistico proprio nei settori che si occupano di relazioni umane come le scuole o gli ospedali e che diventa omologante, incapace di far presa sulla realtà. Oggi la scommessa politica sulla lingua ha a che fare con la singolarità che è ogni essere umano nella sua concretezza, singolarità che si distingue dall'individualità perché è tutta dentro una trama di relazioni». E la scommessa è tanto più importante perché della crisi del linguaggio sembrano patire soprattutto le generazioni più giovani. «Noi tutto sommato ci trovavamo a condividere dei codici - conferma Cosentino -, le nuove generazioni no, così che spesso vengono accusate di non saper parlare né scrivere. Ma il saper parlare o scrivere è sempre `rispetto a' qualche cosa.»

Insomma sembrerebbero essere finiti i tempi delle «Dieci tesi per l'educazione linguistica e democratica» del `75 quando l'emancipazione sociale era legata al possesso dei codici, degli strumenti tecnici della lingua. «In realtà - commenta Guido Armellini dell'Autoriforma - quelle tesi avevano almeno due elementi positivi: criticavano la pedagogia linguistica tradizionale basata su un unico concetto di lingua e sostenevano il ruolo politico della lingua nella società e nella crescita complessiva dell'essere umano. E tuttavia quelle tesi presentavano anche dei limiti, quelli relativi a una didattica dei generi testuali, funzionalista e centrata soprattutto sull'aspetto tecnico-metodologico; una didattica che considerava inessenziale l'aspetto estetico della lingua». Qual è, dunque, il salto che si rende ora necessario? «Il problema è che per imparare a parlare e a scrivere è necessario averne voglia», dice Armellini. Epperò, questo è sempre stato vero; cos' è cambiato veramente? «E' venuto meno il modello dell'acculturazione per familiarità, quello secondo cui all'interno di un clan omogeneo esiste un sapere condiviso che si trasmette di generazione in generazione e che fa sì che quelle più giovani vengano considerate simili a noi ma con qualcosa ancora da imparare. Oggi non è più così. I bambini e le bambine sono diversi da noi, parlano e scrivono in modo diverso. Il problema è proprio quello di accostarsi a loro come `diversi'; è far venire loro desiderio di parlare e di scrivere con la consapevolezza che le forme che questo desiderio prenderà saranno probabilmente diverse dalle nostre. E rispetto a tali forme - sms o videogame che siano - non bisogna essere né apocalittici né esultanti quanto piuttosto essere consapevoli del fatto che laddove c'è differenza tra esseri umani, lì c'è la possibilità di imparare qualcosa da entrambe le parti. E' una situazione senz'altro faticosa e difficile ma apre la strada a una scommessa culturale appassionante, a una idea circolare dell'apprendimento e dell'insegnamento. Entrare in classe, insomma, e vedere che cosa gli alunni danno a te non solo quello che tu dai a loro».

Fin qui la scuola, ma fronte aperto è anche quello dell'università. «Come Società delle letterate - spiega Laura Fortini - la nostra scommessa è quella di liquidare un modello gerarchico di trasmissione di saperi che parte dall'università e guarda alla scuola come a un luogo da aggiornare e formare. Per noi la scuola è luogo da cui apprendere esperienze e senso delle differenze. L'altra scommessa riguarda la letteratura e le scrittrici: terreni di sperimentazione della lingua capaci di recuperare il senso dell'umano».