| Le parole per dire e leggere il mondo Oggi e domani a Roma «La lingua che ci amora», un incontro dell'Autoriforma Gentile e Società delle letterate I. VA. Insomma sembrerebbero essere finiti i tempi delle «Dieci tesi per l'educazione linguistica e democratica» del `75 quando l'emancipazione sociale era legata al possesso dei codici, degli strumenti tecnici della lingua. «In realtà - commenta Guido Armellini dell'Autoriforma - quelle tesi avevano almeno due elementi positivi: criticavano la pedagogia linguistica tradizionale basata su un unico concetto di lingua e sostenevano il ruolo politico della lingua nella società e nella crescita complessiva dell'essere umano. E tuttavia quelle tesi presentavano anche dei limiti, quelli relativi a una didattica dei generi testuali, funzionalista e centrata soprattutto sull'aspetto tecnico-metodologico; una didattica che considerava inessenziale l'aspetto estetico della lingua». Qual è, dunque, il salto che si rende ora necessario? «Il problema è che per imparare a parlare e a scrivere è necessario averne voglia», dice Armellini. Epperò, questo è sempre stato vero; cos' è cambiato veramente? «E' venuto meno il modello dell'acculturazione per familiarità, quello secondo cui all'interno di un clan omogeneo esiste un sapere condiviso che si trasmette di generazione in generazione e che fa sì che quelle più giovani vengano considerate simili a noi ma con qualcosa ancora da imparare. Oggi non è più così. I bambini e le bambine sono diversi da noi, parlano e scrivono in modo diverso. Il problema è proprio quello di accostarsi a loro come `diversi'; è far venire loro desiderio di parlare e di scrivere con la consapevolezza che le forme che questo desiderio prenderà saranno probabilmente diverse dalle nostre. E rispetto a tali forme - sms o videogame che siano - non bisogna essere né apocalittici né esultanti quanto piuttosto essere consapevoli del fatto che laddove c'è differenza tra esseri umani, lì c'è la possibilità di imparare qualcosa da entrambe le parti. E' una situazione senz'altro faticosa e difficile ma apre la strada a una scommessa culturale appassionante, a una idea circolare dell'apprendimento e dell'insegnamento. Entrare in classe, insomma, e vedere che cosa gli alunni danno a te non solo quello che tu dai a loro». Fin qui la scuola, ma fronte aperto è anche quello dell'università. «Come Società delle letterate - spiega Laura Fortini - la nostra scommessa è quella di liquidare un modello gerarchico di trasmissione di saperi che parte dall'università e guarda alla scuola come a un luogo da aggiornare e formare. Per noi la scuola è luogo da cui apprendere esperienze e senso delle differenze. L'altra scommessa riguarda la letteratura e le scrittrici: terreni di sperimentazione della lingua capaci di recuperare il senso dell'umano». |
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