| Una lingua materna in cui ritrovarsi «Dicono che i nostri sono paesi francofoni, anglofoni o lusofoni, nonostante il fatto che il settanta o l'ottanta per cento delle popolazioni non parlino queste lingue. L'ottanta per cento degli abitanti del Senegal parla in wolof, eppure il Senegal non viene considerato wolofono, ma francofono. Secondo me, si tratta di un abuso di linguaggio» - ha detto lo storico burkinabé Joseph Ki-Zerbo nel libro-intervista A quand l'Afrique? Persuaso delle potenzialità che il federalismo africano avrebbe, se potesse contare su una ridefinizione e un rilancio delle lingue «nazionali», o per lo meno delle grandi lingue-ponte (come il bambara o lo haoussa), Ki-Zerbo ritiene anche impensabile negare il ruolo delle lingue «coloniali», che ormai sono entrate a far parte del patrimonio culturale africano e servono come collegamento con la comunità internazionale. Su questo punto concordano quasi tutti i più famosi scrittori dell'Africa, da Wole Soyinka a Chinua Achebe a Sembène Ousmane, che proprio nelle lingue degli ex colonizzatori si esprimono, pur nella consapevolezza della frattura fra la lingua-madre e la lingua della scrittura. E c'è addirittura chi, come il capoverdiano Germano Almeida arriva al punto di sancire una distinzione fra lingua parlata e lingua scritta (nel suo caso, il creolo e il portoghese). Ma già dagli anni Ottanta il kenyota Ngugi Wa Thiong'o, nel suo Decolonising the Mind, ha cominciato a sostenere la necessità di rifiutare quella «bomba culturale» che è l'inglese, dal momento che «la lingua non è solo uno strumento per descrivere il mondo, ma è il mezzo per capire se stessi». E si ritrova oggi sulle stesse posizioni il senegalese Boubacar Boris Diop che dopo cinque romanzi pubblicati in francese ha pubblicato il suo ultimo libro, Doomi golo, in wolof. A far scattare questa decisione è stato un viaggio in Rwanda dopo il genocidio, e lo sguardo di disprezzo che su quell'avvenimento tragico hanno rivolto molti occidentali: «Ho sentito il bisogno della mia lingua per riconciliarmi con me stesso, per porre una separazione fra la mia posizione e la volontà di egemonia francese». Anche se Diop è consapevole che questa scelta inciderà sul numero dei suoi lettori, la decisione gli appare irrevocabile: «Cercare la gloria fuori dall'Africa è un movimento generale, che investe anche lo sport, la musica, l'università. Ma se nessuna generazione si sacrifica, le cose qui non potranno mai andare avanti». |
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