|
Gaus - Durante la seconda guerra mondiale si e trasferita negli Stati Uniti dove oggi è professore di Teoria politica, non di filosofia Arendt - Grazie. Gaus - ... a Chicago. Abita a New York. Suo marito, che ha sposato nel 1940, anche lui insegna filosofia in America. Ora, il mondo accademico, a cui lei ora appartiene, dopo la delusione del 1933, si è internazionalizzato. Comunque, mi piacerebbe chiederle se l'Europa pre-hitleriana, qualcosa che non esiste più le manca, quando viene in Europa. In base alle sue impressioni, che cosa è rimasto e che cosa e andato irrimediabilmente perduto? Arendt - L'Europa pre-hitleriana? Non posso dire di averne nostalgia. Che cosa è rimasto? La lingua. Gaus - E ciò significa molto per lei? Arendt - Moltissimo. Ho sempre rifiutato, consapevolmente, di perdere la lingua materna. Ho sempre mantenuto un certo distacco sia dal francese che un tempo parlavo molto bene, sia dall'inglese lingua in cui oggi scrivo. Gaus - Stavo appunto per chiederglielo. Oggi scrive in inglese. Arendt - Si, ma ho mantenuto un certo distacco. Esiste una differenza irriducibile tra la lingua materna e un'altra lingua. Posso esprimerla semplicemente, dicendo che conosco a memoria un gran numero di poesie in tedesco. In un certo senso esse hanno avuto origine sempre nel fondo della mia mente, in the back of my mind; naturalmente questo è qualcosa che non si potrà mai ripetere. In tedesco mi permetto delle cose che non posso permettermi in inglese. E' vero che qualche volta me le permetto anche in inglese perché sono divenuta un pò temeraria ma in generale ho mantenuto quella distanza. In ogni caso la lingua tedesca è ciò che mi è essenzialmente rimasto, e sono sempre stata consapevole di averla conservata. Gaus - Anche nei momenti piu amari? Arendt - Sempre. Mi dicevo: che cosa ci si può fare? Non è la lingua tedesca ad essere impazzita! E poi, non esistono alternative alla lingua materna. Certo, la si può dimenticare come ho potuto vedere. C'è gente che parla le lingue straniere meglio di me. Io parlo ancora con un forte accento, e non riesco a parlare in modo idiomatico. Tutti lo sanno fare. Ma in questo modo si parla una lingua, in cui un cliché non fa che sostituirne altri, perché la creatività linguistica viene amputata quando si dimentica a propria lingua. Gaus - Questa dimenticanza della lingua rnaterna è secondo lei conseguenza di una rimozione? Arendt - Si, molto spesso. Ne ho fatto esperienza con certe persone in modo traumatico. Vede, ciò che è stato decisivo non è il 1933. in ogni caso non per me, ma il giorno in cui sapemmo di Auschwitz. Arendt - (...) Ma l'esperienza più grande. in generale quando si torna in Germania - a parte l'esperienza dell’ "agnizione" che già nella tragedia greca costituisce il punto culminante dell'azione - è veramente qualcosa che turba grandemente. Soprattutto, l'esperienza di sentire di nuovo della gente che parla tedesco per strada. Ciò mi ha procurato una gioia indescrivibile. (Hannah Arendt La lingua materna, Mimesis, Milano 1993) |
||