«Donne senza velo islamico? Carne esposta agli stupratori»
Il Muftì d'Australia nel sermone del Ramadan: «La colpa è delle donne che espongono il corpo, non degli uomini che le violentano». «Inaccettabile e contrario all'Islam», ribattono i Giovani musulmani italiani
Eleonora Martini
A gettare altra carne - è il caso di dirlo - sul fuoco della polemica del velo islamico, è questa volta il muftì d'Australia, Skeik Taj Aldin al-Hilali. «Le donne non velate sono come la carne scoperta lasciata per strada, nel giardino o in un parco», avrebbe detto lo sceicco, che è considerato il più autorevole imam del paese e della Nuova Zelanda, in un sermone di fine Ramadan. «Se poi i gatti vengono e se la mangiano, di chi è la colpa? Dei gatti o della carne scoperta? Il problema è la carne scoperta», ha aggiunto Hilali secondo la traduzione pubblicata ieri dal quotidiano The Australian e rimbalzata sui siti web di numerose testate anglofone. Sono le donne che «ancheggiano in maniera provocante, si truccano e portano abiti immodesti» a provocare l'uomo, avrebbe aggiunto il leader religioso della comunità musulmana australiana che conta solo 350 mila persone su un totale di 20 milioni di abitanti.
Il fatto naturalmente ha sollevato un coro di proteste, dal commissario contro la discriminazione sessuale, Pru Goward, allo stesso premier John Howard, all'Associazione delle donne musulmane di Sydney. Tutti più o meno esprimono lo stesso concetto: una donna non può mai essere incolpata per lo stupro subito e nessuno ha il diritto di violare le donne, coperte o scoperte che siano. Concetti talmente chiari che l'imam ha dovuto specificare: «Mi riferivo alle prostitute, che provocano l'uomo e lo inducono all'adulterio».
«E' solo il pronunciamento di un singolo ma è anche una delle motivazioni comuni del tradizionalismo religioso - spiega il sociologo delle religioni e studioso dell'Islam, Renzo Guolo - secondo il quale il velo svolge la funzione antropologica di controllo sociale sulle donne e di tutela della loro purezza». Bisogna tener presente, continua Guolo, che «l'Islam, a differenza del cristianesimo, non è anti-erotico, ammette che la sessualità sia un elemento connaturato all'uomo e vede nel sesso non solo la funzione riproduttiva: tutto è sessualmente lecito all'interno della famiglia basata sul matrimonio. Fuori del matrimonio invece la visione diventa claustrofobica. Si separa nettamente l'intimo dal non intimo attraverso il velo».
Una differenza evidenziata anche da Tariq Ramadan nel suo ultimo libro «L'Islam in Occidente» quando spiega che nella concezione musulmana dell'uomo non esiste il dualismo anima-corpo, inteso come opposizione della purezza assoluta alla tentazione peccaminosa. Anche «il sesso può essere una preghiera», dice Ramadan, e «la maternità un inferno». Le dichiarazioni del muftì al Hilali sono per Massimo Campanini, docente di storia dell'Islam, da inscrivere - come quelle dell'imam di Segrate Abu Shwaima - in un contesto «di reazione a una crisi e di chiusura, che non ha una base nella tradizione antropologica originaria, né nel fondamento dei testi, ma nel sentirsi sotto assedio». Per questo, aggiunge Campanini, l'imam di Segrate ha avuto una reazione ingiustificata verso «Daniela Santanché che, devo ammettere, aveva ragione». «In più, c'è di fatto una tendenza anche da parte delle donne - conclude Campanini - a utilizzare il velo come strumento di protezione o di identità per opporsi alla mercificazione del corpo femminile». Sul «carattere fortemente identitario», oltre a quello spirituale, della scelta di indossare il velo, si sofferma Osama Al Saghir, presidente dei Giovani musulmani italiani che prende nettamente le distanze dalle affermazioni dello sceicco Hilali e da altre simili ripetutamente ascoltate negli ultimi tempi. «Per l'Islam la libertà non è solo quella di andare in minigonna o anche di coprirsi con il velo, ma di riuscire nella propria vita e di affermarsi nella società». «Le donne che scoprono l'ombelico o le gambe, o si coprono con il velo, non lo fanno per gli altri ma perché si sentono bene così. E' il loro modo di essere, bisogna rispettarle e nessuno può imporre loro l'una o l'altra cosa», dice Al Saghir che è cresciuto a Roma. Un concetto, allora, frutto della modernità occidentale? «No - risponde - è l'insegnamento dei miei genitori e della moschea dentro la quale sono cresciuto, quella di Centocelle. E' quello che dice il Profeta: bisogna sempre rispettare la sensibilità, la libertà, il modo di essere di ogni persona. E la propria e altrui identità, che è molto importante». Poi, smessi i panni del responsabile dei Gmi dove, dice, «cerchiamo sempre di promuovere queste politiche», Osama aggiunge: «E poi come si fa a dire che chi porta il velo è meno seducente? Ti assicuro che certe ragazze con il foulard sono molto sensuali, la loro bellezza risalta di più. Io stesso mi sono innamorato in modo pazzesco della mia fidanzata quando l'ho vista indossare il velo»