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SARA BRACCHETTI
COMO - «Vivo in Italia da sette anni, è la prima volta che mi si pone il problema», dice candida, in francese perché l´italiano non l´ha mai imparato. Alla sorpresa, Najia Den Moussa aggiunge poco altro. Quarantotto anni, di origini tunisine, scantona la curiosità con il riserbo che l´accompagna ogni giorno, davanti alle scuole. Minuta e gentile, si muove discreta, il volto oscurato dal niqab che, come il burqa in Afghanistan, è tradizione al suo paese. Lo solleva un istante soltanto, per farsi riconoscere dalle maestre dell´asilo e portare a casa Mohammed, il bambino più piccolo.
Il secondo, che ha compiuto sei anni e frequenta la prima elementare in città, lo aspetta invece in disparte, all´uscita. Non si affaccia all´ingresso, per non turbare i bambini e le mamme che all´inizio della settimana hanno scomodato politici e dirigenti scolastici pur di avere conto di quella donna in nero che ogni giorno, intorno a mezzogiorno e mezzo, si presentava in via Viganò, a Como. Alla fine si è rassegnata: l´hanno pregata di non entrare a scuola coperta e ha interpretato la richiesta alla lettera, rimanendo all´esterno. Ma di girare per strada a volto scoperto, non ha acconsentito. «Piuttosto, mia moglie si farebbe tagliare la testa», ha detto il marito, al quale lei ha chiesto conforto e aiuto dopo essere stata convocata all´ufficio scolastico provinciale perché sospettata di aver violato la legge. Testo unico delle leggi in materia di pubblica sicurezza, anno 1931, articolo 85, comma 1: "Vietato comparire mascherato in luogo pubblico".
Un confronto organizzato per trovare una soluzione immediata e bonaria, naufragato sulle prime di fronte all´intransigenza dell´uomo, barba folta e lunga secondo il precetto musulmano. «Sono fedele solo alla legge islamica», ha subito risposto lui, minacciando di ritirare i figli dalla scuola. Quanto alla legge italiana, «l´ho letta, è dalla mia parte», garantiva frattanto Najia, salvo rimanere poi perplessa di fronte al testo letto e tradotto sul momento per dimostrarle che le cose non stavano effettivamente così.
Non che, d´altro canto, sia stato accertato un reato. Se il sindaco Stefano Bruni definisce «inopportuno» il comportamento della signora, responsabile di «un atto ostile verso chi vuole l´integrazione», per il questore Angelo Caldarola non c´è nulla di sconveniente, almeno dal punto di vista giuridico. «Il burqa non è una maschera, è l´espressione di un sentimento religioso. La signora avrebbe commesso reato se avesse rifiutato l´identificazione, ma non l´ha fatto: per quanto mi riguarda, è tutto». Sul suo tavolo rimane però la relazione sul caso che il provveditore di Como Benedetto Scaglione ha inoltrato in copia anche alla Prefettura. «Non possiamo accettare che la legge venga infranta, tanto più all´interno di una struttura scolastica», ha spiegato Scaglione, che ha anche inviato una segnalazione alla direzione regionale. «Si può essere cattolici, islamici o buddisti, ma in un Paese straniero ci sono delle norme che vanno rispettate».
Najia, che ha lasciato la Francia per la tolleranza italiana, ancora non si capacita di un desiderio di giustizia che giunge con tanto ritardo. «In questi sette anni ha ripetuto sono stata in diversi posti, sono andata in Questura, ma nessuno ha mai sollevato la questione». Perfino i vicini di casa giurano di non avere mai visto il viso di quella donna, che esce di rado e si cela dietro il niqab. Da un paio di giorni, però, ha iniziato a sollevarlo. Basta un attimo, lo riabbassa in fretta, per amore dei suoi figli.
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