Articolo da "Il Manifesto" del 31 maggio 2008




La vergine mancata che fa discutere la Francia
Clamorosa sentenza a Lille, un giudice annulla le nozze e scatena la reazione di associazioni, sinistra e intellettuali. Ma la ministra Dati difende la decisione

Anna Maria Merlo
Parigi
La sentenza dice che c'è stato «errore sulle qualità essenziali del congiunto». Il tribunale di Lilla nell'aprile scorso ha annullato un matrimonio perché la sposa non era vergine. La notizia dell'annullamento delle nozze civili è stata pubblicata su una rivista giuridica in questi giorni e immediatamente è scoppiata la polemica. Secondo i giudici la sposa ha mentito - e lo ha ammesso - su una «qualità essenziale» per il marito, di religione musulmana come lei. E per questo il matrimonio si poteva annullare. Per Xavier Labbée, l'avvocato dello sposo, la religione «non è essenziale. Bisogna riportare la questione alla menzogna. La soluzione sarebbe stata la stessa per qualcuno che avesse nascosto una fedina penale sporca, il fatto di essere già stato sposato o di essere una prostituta» e ha citato una sentenza di fine '800, che aveva permesso l'annullamento di un matrimonio perché lo sposo non aveva detto di essere un ex galeotto. Per l'avvocato, «il divorzio punisce una mancanza agli obblighi del matrimonio. Io devo fedeltà alla mia sposa, la tradisco quindi lei divorzia. Qui invece c'è un vizio di origine». Lo sposo ha scoperto «la mancanza alle qualità essenziali» la notte di nozze. L'avvocato ha precisato che non ha potuto mostrare agli invitati il lenzuolo con la prova della verginità e così ha deciso di chiedere l'annullamento. La sfortunata ragazza è stata cacciata e rimandata a casa dei genitori. «La giovane sposa aveva nascosto la verità - spiega la rivista giuridica - convinta che il fidanzato non l'avrebbe mai sposata se avesse saputo come stavano realmente le cose». La decisione del tribunale è dunque «perfettamente logica» per l'avvocato.
La polemica infuria, anche perché questa sentenza potrebbe fare giurisprudenza in Francia. Il Partito socialista la giudica «sconvolgente». Sos Racisme parla di «umiliazione pubblica» della ragazza. Per l'associazione Ni putes ni soumises è «una fatwa contro la libertà delle donne». La sottosegretaria ai diritti delle donne, Valérie Létard, si è detta «costernata». L'Ump, il partito di Sarkozy, ha chiesto al ministero della giustizia di fare ricorso. Ma qui, sorpresa: per la ministra Rachida Dati il tribunale di Lilla non ha fatto altro che applicare l'articolo 180 del codice civile, «un criterio giuridico, visto che c'è stato un errore sulla qualità essenziale della persona per una delle parti in causa». Questa presa di posizione rischia di far crescere la sfiducia verso la ministra, un tempo molto vicina a Sarkozy, ma oggi messa da parte e contestata nel mondo giudiziario e tra i suoi colleghi di partito.
Per la filosofa Elisabeth Badinter la sentenza è una «vergogna» per la giustizia francese: «Sono esterefatta che il tribunale abbia accettato di giudicare una cosa del genere, poiché la sessualità delle donne è una questione privata e libera in Francia». Per la filosofa, la sentenza è un nuovo esempio della «tendenza differenzialista della nostra società», che nega alle donne i valori di eguaglianza e di liberà. Badinter ha espresso «grande inquietudine», perché «questo spingerà molto probabilmente numerose ragazze musulmane ad andare negli ospedali per farsi rifare l'imene. Il tribunale, invece di difendere le donne, al contrario accentua la pressione su di esse». Elisabeth Badinter pensa «a questa povera ragazza, umiliata pubblicamente, che ritorna nella sua famiglia. Quello che ha vissuto deve essere stato spaventoso. Provo vergogna che la giustizia francese non si sia preoccupata di difendere questa ragazza».
Per l'antropologa Doumia Bouzar, la sentenza illustra «la difficoltà di considerare i musulmani dei cittadini pari agli altri: è immaginabile questo tipo di sentenza per una sposa cristiana? Tuttavia la verginità delle donne è un valore comune alla Bibbia e al Corano. Altra domanda: è immaginabile questo tipo di decisione per lo sposo?». Anche per l'Ump si tratta di «una rimessa in causa dell'eguaglianza uomo-donna, visto che gli uomini non possono essere messi in causa per lo stesso motivo». Per il segretario dell'Ump, Patrick Devedjian, la sentenza equivale a «integrare la pratica del ripudio nel diritto positivo».