| No Vat in piazza: «Ratzinger e Ruini impiccioni» A migliaia sfilano in difesa della laicità dello Stato. Critiche al centrosinistra: «Unioni civili, Unione incivile» Chiamati da «Facciamo breccia» Etero, gay, lesbiche, bi e transessuali hanno manifestato contro l'ingerenza della Chiesa e per rivendicare le proprie scelte sessuali: «Uguale dignità, uguali diritti». LOREDANA DI CESARE CARLO LANIA ROMA A portarli in piazza, come spiegano loro, è stata «la paura di tornare indietro». E per un attimo ieri a Roma la sensazione di aver fatto un salto a ritroso di più di cento anni l'hanno provata in molti. E' successo verso le tre del pomeriggio quando alcuni giovani hanno tentato di srotolare uno striscione firmato dai Cobas con su scritto: «Ratzinger e Ruini pericolosi impiccioni». Un'affermazione che deve essere sembrata troppo sfacciata alla Digos che, con solerzia e senza pensarci due volte, sequestra lo striscione irriverente. «Vilipendio alla religione di stato», spiega un funzionario. La manovra non piace però agli autori della scritta, che tentano come possono di difendere quel pezzo di stoffa colorata. Ne segue qualche spintone, con i carabinieri che fanno muro senza risparmiare qualche strattonata di troppo, e a farne le spese è una manifestante con in mano un pacco di volantini. «Così la Digos - dice il portavoce dei Cobas Piero Bernocchi - ha stracciato il velo dell'ipocrisia del mondo cristiano, scandalizzato per le `esagerate' reazioni nel mondo islamico contro le vignette blasfeme». Lo «scippo» dello striscione è stata l'unica nota stonata della manifestazione indetta ieri dal movimento «Facciamo breccia» contro le troppe ingerenze del Vaticano nella politica italiana, e non solo. Nota stonata e inutile, visto che la frase incriminata è stata immediatamente riscritta da centinaia di manifestanti etero, gay, lesbiche, bi e transessuali su altrettanti cartelli e urlata per tutto il percorso del corteo che, dalla Bocca della Verità ha sfilato fino a Campo de' Fiori. Partiti un po' in sordina, i manifestanti sono poi cresciuti di numero man mano che procedevano per la gioia degli organizzatori. «Siamo oltre diecimila», annunciano alla fine da palco. Qualche dubbio che sarebbe andata così, ad essere sinceri, a Elena Biagini era venuto. «Siamo stati un po' ostacolati. Fatte poche eccezioni, alla stampa di sinistra il tema non sembra interessare più di tanto, forse si sente in imbarazzo perché siamo sotto elezioni», dice. Elena è tra le organizzatrici della manifestazione no-Vat (no Vaticano) e si spiega così la freddezza che, almeno al principio, ha accolto l'iniziativa. «I riformisti hanno avuto paura di dar noia ai moderati, e la sinistra più radicale invece considera il laicismo un tema borghese, che non fa parte delle lotte sociali. Ma sbaglia, perché abbiamo scelto di affrontare anche questioni economiche come la direttiva Bolkestein». Il corteo è aperto da uno striscione che riassume la parola d'ordine: «Più autodeterminazione, meno Vaticano». Laicismo certo, ma ieri molti sono scesi in piazza soprattutto per difendere, ancora una volta, i propri diritti, quelli acquisiti e quelli ancora da acquisire. Come l'aborto, una sessualità libera, l'indipendenza del governo italiano dal Vaticano e i Pacs. Gli stessi Pacs su cui il centrosinistra è incapace di trovare uno straccio di accordo. Un cartello spiega come meglio non potrebbe cosa ne pensano i manifestanti: «Unioni civili, Unione incivile». «E' deprimente», afferma quasi con rabbia Filippo, 20 anni, milanese che studia arte alla Sapienza di Roma. «I Pacs per noi sono già un ultracompromesso, e loro non sono in grado di garantirci neanche questo». Con i suoi amici, presenti anche loro, Filippo fa parte del «gruppo Q» («Q come Queen, ma anche oltre») e in piazza è venuto perché vuole «piena dignità e pari diritti». Lungo il corteo si vedono il segretario dei radicali Daniele Capezzone, le parlamentari di Prc Titti De Simone e Elettra Deiana e la candidata, sempre di Prc, Vladimir Luxuria. Colonna sonora sono i classici del movimento glbt, dall'intramontabile «Nessuno mi può giudicare» di Caterina Caselli, a Rino Gaetano, a un'icona del movimento gay come Raffaella Carrà, mentre il ritmo per tutti arriva dalle percussioni della Torinosambaband. Pochi slogan, specie all'inizio, ma molti cartelli. Concilianti: «La religione è per la coscienza di ognuno, lo Stato per il rispetto di tutti». Ammonitori: «Dei vostri misfatti è lunga la lista, pregate il cielo che Dio non esista». Esortativi: «Ruini chetate». A Campo de' Fiori, accanto alla statua di Giordano Bruno, gli organizzatori fanno il punto e mandano l'ultimo messaggio a chi vuol intendere: «Alla politica - dicono - chiediamo di riprendere il suo ruolo e di garantire la laicità dello Stato. Al centrosinistra di rappresentare anche noi». |
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