Articolo da "La Repubblica" del 3 agosto 2008


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La scuola delle martiri-ragazzine
Le adolescenti terribili della Moschea rossa, dopo lo scontro con le truppe di Musharraf, sono tornate a riunirsi in una madrasa di Islamabad chiamata Jamia Hafsa Ci siamo entrati e abbiamo parlato con loro, scoprendo che dietro la corazza del niqab e del fanatismo religioso ci sono vezzi e mode tipici delle teenager occidentali
FRANCESCA CAFERRI
Islamabad
al mondo delle ragazze della Moschea rossa si accede attraverso una piccola porta, rossa anch´essa. Due spesse tende, una fuori e una dentro, assicurano protezione dagli sguardi. Varcata la soglia, quelli che pochi passi prima sembravano fantasmi neri riacquistano corpo e si svelano per quello che sono: ragazzine, adolescenti o poco più. Islamabad, zona G73: è qui, a poca distanza da dove vivono gli impiegati statali e dalla Blue Area, quartier generale delle società straniere, che bisogna venire se si vuole provare a capire cosa, negli ultimi mesi, ha spinto un numero crescente di donne a morire pur di uccidere il maggior numero possibile di «nemici dell´Islam».
Fra le mura di una costruzione anonima, in fondo a una strada sterrata che sfocia contro una piccola moschea, da qualche mese si sono rifugiate le ragazze terribili che un anno fa fecero tremare il Pakistan: dapprima scendendo in strada, niqab (il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi) addosso e bastoni alla mano, per chiedere l´introduzione della sharia in tutto il paese. Distrussero un negozio di musica e videocassette e tennero in ostaggio per qualche giorno la tenutaria di un bordello. Nel luglio successivo le ragazze, assieme ai compagni maschi di una scuola vicina, sfidarono a viso aperto il presidente Musharraf nel suo braccio di ferro contro la Moschea rossa e gli estremisti che ne avevano fatto il loro quartier generale. A decine - secondo le fonti ufficiali, centinaia a sentire loro - morirono durante il raid ordinato dal generale contro la moschea. Le altre furono arrestate, interrogate, minacciate. Si pensò che si fossero disperse, ma a riflettori spenti sono tornate a riunirsi. Oggi vivono poco lontano dal centro di Islamabad, in una scuola chiamata Jamia Hafsa: fuori di qui le si vede poco, solo in eventi come la grande manifestazione che, poche settimane fa, ha ricordato la strage dello scorso anno.
Entrare nel loro mondo significa trovarsi faccia a faccia con la mentalità e le condizioni che negli ultimi mesi hanno spinto sempre più donne ad esporsi in prima linea nella jihad, dall´Iraq ai Territori palestinesi, e allo stesso tempo fare un tuffo nel cuore del Pakistan che si oppone a Musharraf: è in madrase come questa che si annida l´opposizione più dura al generale diventato presidente e al suo progetto, appoggiato dall´Occidente, di sradicare l´estremismo religioso. Da posti così partono i mujaheddin che vanno a combattere in Afghanistan e i kamikaze responsabili dell´ondata di attentati suicidi che da mesi sconvolgono Pakistan e Afghanistan. È qui, sostengono gli esperti, che nel lungo periodo la battaglia contro l´estremismo sarà vinta o persa.
Tutto questo e molto più passa per la testa quando un guardiano dalla barba bianca acconsente finalmente ad aprire la porta rossa e lasciare entrare una giornalista straniera nella scuola. «Benvenuta fra noi», dice una voce in inglese. Zaheda è sulla porta: è appena rientrata e solleva il velo nero che fino a qualche momento fa le lasciava scoperti solo gli occhi. È una ragazzina poco più che adolescente: i grandi occhi neri rivelano la curiosità per l´ospite, venuta a interrompere la monotonia dei giorni di vacanza. Si offre come guida. «Qui dentro viviamo in millecinquecento, tutte donne», dice mentre cammina verso la sala principale: un cortile chiuso su due lati, il pavimento coperto di tappeti, è il principale luogo di incontro delle allieve della Jamia Hafsa. «Qui mangiamo, preghiamo, ci riuniamo», spiega Zaheda. Intorno le ragazze si muovono a gruppi: quelle che sono appena rientrate o stanno per uscire sono avvolte dal niqab. Le altre sono velate, ma indossano vestiti colorati e hanno il viso scoperto. Vicino alla fontana che serve per lavarsi si mischiano bambine, adolescenti, giovani donne. Hanno età diverse ma sono tutte studentesse: «Le allieve più grandi hanno la mia età - conferma Zaheda - le più piccole quattro anni: sono le famiglie ad affidarle alla scuola».
Sul cortile principale si apre una serie infinita di stanzette, una dietro l´altra. Di giorno funzionano da classi, di sera i materassi ammucchiati nell´angolo vengono stesi a terra e le ragazze ci dormono. Il concetto di privacy non esiste, nella madrasa tutto è condiviso: i pasti, preparati ogni giorno da quindici cuoche per tutte le allieve, che li consumano insieme e in silenzio; le preghiere che, insieme alle lezioni, scandiscono il ritmo della giornata. «Ci alziamo ogni mattina alle quattro - racconta la giovane guida -, c´è la prima preghiera, poi iniziamo la lettura del Corano. Intorno alle sette facciamo colazione e dalle otto all´una e mezzo siamo in classe. Dopo una nuova preghiera e qualche ora di riposo, riprendiamo i libri fino a sera». Un rituale uguale giorno dopo giorno, sette giorni su sette: «Usciamo dalla scuola durante le vacanze, o se ci serve qualcosa. Ma non capita spesso: qui c´è tutto quello di cui abbiamo bisogno», spiega Zaheda.
Mentre parla, la ragazza continua a camminare. Al piano di sopra, in altre stanzette-dormitorio, un gruppo di bambine di quattro-cinque anni sotto la supervisione di una ragazzina ripetono parole in arabo: è una delle sure (capitoli) del Corano. «Non sono troppo giovani per questo?». «Ci vuole tempo per impararlo tutto», risponde Zaheda. La mia guida è una piccola autorità fra le ragazze: vent´anni appena, ha completato il ciclo di quattro anni di studi islamici e poi si è specializzata nel fiqh, la giurisprudenza. Ora insegna il Corano alle più piccole. Come molte delle allieve, ha trascorso anni fra le mura della scuola, spesso senza lasciarla neanche quando, come in questi giorni, è tempo di vacanze. Della sua famiglia, della vita fuori di qui, non vuole dire neanche una parola: «Questa è la mia casa», taglia corto.
«Per capire le madrase bisogna prima sapere che non sono solo scuole - mi aveva detto Kamran Rehmat, direttore di Dawn News, il principale telegiornale in lingua inglese del Pakistan - sono posti dove i bambini possono stare, vengono nutriti e fatti studiare. Tutto gratis. Molti dei ragazzi che sono lì non hanno un altro posto dove stare, sono orfani o vengono da famiglie che non possono mantenerli: quindi li mandano dai religiosi. Inoltre la scuola pubblica in Pakistan non esiste: o sei ricco e puoi mandare tuo figlio in istituti privati o, se vuoi che impari a leggere e scrivere, non ti resta che la madrasa». Una volta dentro, i bambini e le bambine vivono nel culto dell´Islam: il mondo esterno viene cancellato in nome dell´aderenza ai principi della religione rappresentata dai maulana che dirigono le scuole.
Quando si chiede a Zaheda cosa studi oltre al Corano e dove abbia imparato l´inglese, la risposta suona triste: «Prima avevamo più spazio, c´erano computer e televisioni, un laboratorio per l´inglese e la matematica. Ora è tutto più brutto e non c´è posto. L´inglese l´ho imparato nel nostro laboratorio». «Prima» evoca un tempo felice, quello della Lal Masjid, quello prima del raid dello scorso anno. «Di questo non ce la faccio a parlare», dice. Il no si scioglie di fronte a un bicchiere di tè, quando il gruppo delle ragazze accorse a osservare l´ospite si allarga. A spezzare il ghiaccio è una macchina fotografica digitale. «Non posso crederci», sussurra Amna quando sullo schermo appaiono le immagini della spianata di macerie che occupa oggi lo spazio dove una volta c´era la scuola. «Le nostre amiche sono morte lì», ricorda Saba, adolescente come le altre ragazze sedute intorno. Come? «Hanno sacrificato la vita per l´Islam - racconta -. Quando è iniziato l´assedio noi siamo rimaste dentro per due giorni, ma poi le insegnanti ci hanno ordinato di uscire e lo abbiamo fatto. Loro hanno scelto di restare». Non avevano paura? «Prima o poi tutti dobbiamo morire: se la morte arriva così è un onore».
L´atmosfera si è fatta cupa, serve un filo nuovo per ricominciare. «Come si fa a camminare lì sotto? Non inciampi?», chiedo ad Amna indicando il niqab nero. Lei se lo sfila e dice: «Prova». Il senso di soffocamento è immediato, non riesco a respirare ma non voglio offendere le mie ospiti. «Sei molto più bella». «Come fai a dirlo? Vedi solo i miei occhi». «Appunto, sei nostra sorella ora». Frugo nella borsa e tiro fuori un lucidalabbra: «Vuoi provare?», dico a Zaheda. Lei sorride, lo prende, lo apre e lo passa alle altre, poi fa segno di no. «Non possiamo truccarci a scuola, ma fuori sì», dice. Per non essere da meno, mostra una boccetta di profumo, un bastoncino di legno che qui viene usato come spazzolino e una boccetta di hennè. «Questa - dice - serve per decorare mani e piedi». «Erano truccate le prostitute del bordello dove avete fatto irruzione la primavera scorsa?». La domanda coglie le ragazze di sorpresa: «Queste sono cose che il governo ha messo in giro per giustificare l´attacco - risponde Zaheda - ma non abbiamo commesso nessun atto violento. Abbiamo solo manifestato per chiedere l´istituzione della sharia in Pakistan, e continueremo a farlo. Questo è nato come il paese dei puri. Dovrebbe essere governato dalla legge del Corano». Ma anche Musharraf è un musulmano. «Questo - conclude - lo dice lui».
Aisha per tutto il tempo non ha fatto che mandare sms, non sembrava interessata al discorso. Ma l´impressione è sbagliata. «Amiamo l´Islam, è un crimine?», dice all´improvviso. «Non imponiamo nulla. L´Islam è compassione, non violenza. Ma preghiamo per voi, perché capiate che l´Islam è l´unica via e la abbracciate. Però non vogliamo costringervi con la forza». E i kamikaze? «È solo propaganda, ma morire per l´Islam è una cosa buona». Sembra sincera ma dell´Occidente per cui prega sa poco o nulla: che le donne non si coprono e lavorano fuori casa, che i valori non esistono, che non c´è morale. Il mondo fuori dal Pakistan è un magma lontano, il cui unico punto comune è non essere Islam. «Tu sei venuta qui per convertirti?». «No, per capire». «Ora che hai visto come viviamo vuoi convertirti?». «Ho già una religione». La conversazione è ormai su un binario morto.
Future martiri? Estremiste? Potenziali kamikaze, come le donne che si sono fatte esplodere in Iraq nelle ultime settimane? È tempo di uscire e mille domande frullano per la testa. Poi Aisha mi consegna un bigliettino con su scritto il suo indirizzo e-mail e lo spiazzamento è totale: "Silly-but-nice" è il suo nickname in rete, "Pazzarella ma carina". Guardo la ragazza con occhi sgranati, ma la porta rossa si è aperta e lei è scappata via.
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