Articolo da "Il Manifesto " del 25 novembre 2005


L'infibulazione cresce, non solo nei paesi islamici
Dossier dell'Unicef: nel mondo tre milioni di mutilazioni genitali all'anno. Al primo posto il musulmano Egitto e la cristiana Etiopia

IRENE PANOZZO
Le vecchie usanze sono dure a morire. E lo dimostra il digest del Centro di ricerche Innocenti dell'Unicef sulla pratica dell'escissione o delle mutilazioni genitali femminili (E/Mgf), presentato ieri al Cairo, secondo cui ogni anno sono tre milioni le donne che nell'Africa sub-sahariana e nel Medio Oriente subiscono qualche forma di mutilazione genitale. Un dato che supera di un milione la cifra conosciuta fino a oggi, non perché il numero delle bambine mutilate sia effettivamente aumentato, ma perché è stato possibile condurre un calcolo più accurato per una maggiore disponibilità di dati. Non è probabilmente un caso che l'agenzia delle Nazioni Unite abbia scelto la capitale egiziana per rendere pubblico lo studio: circa un quarto dei tre milioni di nuove escissioni o mutilazioni viene effettuato in Egitto, dove più del 90% della popolazione femminile ha subito la pratica. A pari merito con l'Egitto in questo triste primato c'è l'Etiopia, il che sfata un luogo comune di solito associato al fenomeno. Ovvero che questa pratica atroce, che mette a repentaglio la salute se non la vita di chi la subisce, sia direttamente collegata e riconducibile alla religione musulmana. Così non è, anche se è vero che la maggioranza dei paesi in cui viene praticata è abitato da fedeli dell'Islam. L'esempio dell'Etiopia, paese a maggioranza cristiana, basterebbe già da solo a mettere a fuoco la vera radice del fenomeno. Che non va ritrovata nella religione, ma nelle tradizioni sociali delle singole popolazioni che lo praticano.

Il rapporto dell'Unicef, ben documentato e dettagliato, su questo punto non lascia dubbi. «I dati variano molto di più in base all'etnia di appartenenza che secondo altra variabile sociale o demografica», sottolinea l'Unicef. «In altre parole, l'identità etnica e la pratica della E/Mgf sono strettamente collegate». Questo spiega anche perché nel nord della Nigeria, dove la popolazione è in maggioranza musulmana, il tasso di incidenza del fenomeno varia tra lo 0% e il 2%, mentre nel sud, con un popolazione in prevalenza cristiana, raggiunge quasi il 60%.

Se le varie forme di mutilazioni genitali femminili sono ancora così radicate nelle società africane e mediorientali è forse proprio perché non si tratta di un'imposizione religiosa calata dall'alto. «Ho cercato in duemila hadith, le narrazioni della vita del Profeta, e nessuna parla di mutilazione genitale», ha detto un padre egiziano, che non vuole far mutilare la figlia, all'Unicef. Ma la moglie e la suocera invece vogliono farlo. E questo perché la pratica è spesso ritenuta necessaria dalla comunità per una corretta educazione delle bambine, per proteggere il loro onore e preservare la condizione sociale di tutta la famiglia. Senza mutilazione, le bambine rischiano di non trovare marito e quindi di essere escluse dalla comunità, trascinandosi dietro nel "disonore" anche la loro famiglia di origine. Diventa quindi estremamente difficile per la singola bambina o anche per la singola famiglia opporsi alla tradizione. Spiragli di ottimismo però ci sono.

Secondo lo studio, con un forte impegno e con i mezzi adeguati il fenomeno potrebbe essere eliminato completamente nell'arco di una sola generazione. Certo è un compito non da poco, che deve essere condotto su vari binari contemporaneamente. C'è innanzitutto il lavoro con le comunità, che devono partecipare alla definizione dei problemi e delle soluzioni per poterle accettare pienamente. Accanto a questo, come fa notare Daniela Colombo, presidente dell'Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos), c'è la necessità di integrare la lotta alle mutilazioni genitali femminili a tutti i progetti di cooperazione, siano essi di ambito sanitario, educativo, alimentare o economico. Servono infine leggi che vietino la pratica senza però essere solo punitive. Per questo vanno bilanciate con adeguate misure di protezione dell'infanzia e di sostegno sociale, oltre che con corsi di formazione sia per gli operatori del sistema sanitario di base, sia per tutti coloro che, attraverso i giornali, le radio e i sistemi di comunicazione tradizionali, possono svolgere un ruolo nelle campagne di informazione e sensibilizzazione della popolazione.

*Lettera22