Articolo da "Il Manifesto " del 29 giugno 2007


Nessuna donna parte civile
Processo Hina: la gup di Brescia boccia la costituzione di parte civile delle donne marocchine. Femministe assenti, Daniela Santanché superstar mediatica

Manuela Cartosio
Inizia con un no il processo per l'uccisione di Hina Saleem, la giovane pachistana sgozzata lo scorso 11 agosto a Sarezzo dal padre, dallo zio e da due cognati perché s'era ribellata al codice clanico per vivere «all'occidentale». Il gup di Brescia Silvia Milesi ha respinto la richiesta dell'Acmid (l'Associazione delle donne marocchine in Italia, presieduta da Souad Sbai) di costituirsi parte civile. Ha accolto invece quella di Giuseppe Tempini, il fidanzato di Hina. Ieri, nell'udienza preliminare a porte chiuse, i quattro imputati, accusati di omicidio premeditato e occultamento di cadavere, hanno scelto il rito abbreviato. Il che impedirà altre eventuali costituzioni di parte civile, compresa quella ventilata ma non concretizzata del ministero delle Pari opportunità. Il 24 ottobre il processo entrerà nel vivo per arrivare a sentenza il 13 novembre. Il rito abbreviato abbatte di un terzo le pene. Ma trattandosi di reati da ergastolo la pena non potrà scendere sotto i 30 anni di carcere.
Fin qui la nuda cronaca giudiziaria. Il resto è successo fuori dal tribunale dove un centinaio di donne, venute da fuori Brescia, hanno accolto con il grido «Vergogna» la bocciatura della costituzione di parte civile dell'Acmid. Una ventina dell'associazione, il resto italiane dei gruppi D-Donna fondati da Daniela Santanché. La parlamentare di An, in rotta con il suo partito, è stata la protagonista mediatica della giornata. Piaccia o no, ha riempito il vuoto lasciato da chi avrebbe dovuto esserci e invece è rimasto a casa per disinformazione, per trascuratezza, per non mescolarsi con donne «di destra». Non c'era il movimento delle donne, non c'era nessuno della pur folta comunità pachistana di Brescia. A rappresentare istituzioni, sindacati e sinistra bresciana non più di dieci persone. C'erano cinqueleghisticinque con lo striscione «Hina uccisa dall'Islam», ripiegato di mala voglia perché in stridente contraddizione con l'Acmid che considera Hina vittima non della religione, ma delll'ignoranza, dell'oscurantismo, del patriarcato (il che non ha impedito all'associazione di Souad Sbai d'aderire al Family day). Un minestrone rinforzato dalle dichiarazioni islamofobe e piuttosto razziste delle seguaci della Santanché. Un pessimo ambientino, ammette Tiziana Dal Pra, del centro interculturale Trama di Terre di Imola. Ciò nonostante, lei non si pente d'essere andata a Brescia. «Bisognava esserci per dimostrare che c'è qualcosa d'altro oltre la Santanché. Era l'occasione giusta per lanciare un messaggio di fiducia alle seconde generazioni e anche alle madri perchè cessino d'essere tramite della legge del padre. E' stata una piazza sprecata, una sconfitta per tutte noi che non riduciamo la libertà femminile alla querelle tra velo e minigonna».
Stando al legale dell'Acmid, la gup Silvia Milesi ha negato la costituzione di parte civile perché nello statuto dell'associazione non compare la finalità d'integrare le donne musulmane nella società italiana. Se le cose stanno così, la motivazione suona iperformalistica e astratta. «Hina è stata uccisa due volte», commenta delusa e amareggiata Dounia Ettaib, presidente dell'Acmid lombarda, «questa è una battaglia di tutte le donne, mussulmane e italiane. Noi rispettiamo le sentenze, ma continueremo a seguire il processo». Daniela Santanché, con toni più fiammeggianti, parla di «decisione pilatesca», «pagina orrenda della giustizia, «pessimo esempio per le future generazioni». E aggiunge: «Qui non ha vinto Hina ma chi l'ha sgozzata e, in aula, ha mostrato un atteggiamento di orgogliosa rivendicazione di quel terribile gesto». La parlamentare di An sostiene che il padre di Hina ieri ha avuto un comportamento minaccioso nei suoi confronti. Prima una mano per indicare che se ne andasse dall'aula. Poi, addirittura, una mano portata alla gola per significare che pure lei merita d'essere sgozzata. La seconda cosa sarebbe avvenuta quando la Santanché non era più in aula. L'avvocato di Muhammad Saleem nega sia il primo che il secondo gesto.
La madre di Hina, Bushra Begum, che più di tutti avrebbe avuto titolo per costituirsi parte civile non l'ha fatto. E' entrata in aula in lacrime e non ha rivolto la parola al marito. Quando Hina venne uccisa lei con i figli era in Pakistan. Allontanata con i figli da Brescia per meglio eseguire un delitto premeditato da tempo? Resta il dubbio di una tacita connivenza della donna. Una conferenza stampa tenuta dalla donna dopo il rientro a Brescia non l'ha dissipato. Giuseppe Tempini, il fidanzato di Hina, ieri non era in aula. Il suo avvocato lo descrive come «distrutto e depresso, l'unico che in questa storia ha davvero sofferto».