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Alle esequie accorrono a centinaia gli stessi che avevano invocato «squadracce contro gli immigrati» e ora chiedono la pena di morte per quell´uomo delle cui violenze erano, poco credibilmente, ignari. «Perfino Dio tace», proclama il sacerdote celebrante. A noi tocca invece dire alcune cose.
La prima è che esiste una via di mezzo tra la concezione del regista tedesco Fassbinder per cui «la famiglia è la radice di ogni male» e quella, proclamata in cartelli visti a Roma pochi giorni fa, per cui è «la più sacra delle istituzioni». Sia concesso il relativismo: c´è famiglia e famiglia. Quel che non varia è purtroppo il modo in cui questo nucleo viene vissuto e osservato: come un altro genere di «famiglia», all´insegna dell´omertà. Che il signor Spaccino sia un omicida non è ancora provato, che fosse un violento appare certo. Come potevano non essersene accorti i genitori della donna e nonni dei bambini su cui infieriva? E se lo sapevano, perché hanno tollerato? Per il buon nome? Il nome della famiglia? Quello che si incide sulle targhette d´ottone dei campanelli che poi finiscono ripresi da una troupe del tg? Quello che viene pronunciato nei discorsi sul pianerottolo e, si esige, a voce alta? Quante vittime vale il buon nome? Quanti lividi sulla pelle altrui si può fingere di non vedere per proteggere il nome che è anche proprio? Non è, pure questo, un comportamento criminale? Se qualcuno preferisce l´onore di un pugno di lettere all´incolumità delle persone che ama, semplicemente non le ama. Quel che ama è un bene neppure tanto immateriale: la reputazione. La famiglia può essere piacevole, ma anche guastarsi, talora in modo irreparabile. Chi continuerebbe a guidare una vettura irreparabile per il buon nome della casa automobilistica che l´ha costruita? Eppure proprio questo sembra accadere in troppi casi e forse anche a Perugia. Si stringono tutti su un veicolo senza freni lanciato in discesa: il marito al volante, la moglie nel sedile della morte, bambini e nonni dietro, magari pregando che Dio gliela mandi buona. Ma così, talora, non è.
Poi c´è la folla, che assiste alla discesa pericolosa, la folla curiosa di tutto, a cui la televisione non ha ancora fornito il definitivo succedaneo degli affari altrui, la folla che vede l´auto guasta scendere senza controllo, ma non interviene, non avvisa, non cerca soccorsi. Perché quella discesa è un affare di famiglia, qualcosa in cui non bisogna interferire. Il diritto internazionale non basta a proteggere la sovranità dei popoli, ma un´ipocrita legge non scritta è sufficiente a non proteggere l´incolumità di una donna e due, poi tre, bambini. Meglio non vedere i guasti o, quando la sciagura è accaduta, pensare al sabotaggio di qualche mano straniera (e anche lì ci vorrebbe una via di mezzo tra «l´immigrato è la radice di ogni male» e «l´immigrato è un puro agnello del sacrificio»).
Alla fine, ma proprio e purtroppo alla fine, c´è nella vicenda della defunta Barbara Cicioni un elemento simbolico nella sua claustrofobia: è la chiesa di Morcella dove sono stati celebrati il suo battesimo, matrimonio e funerale. Tutto lì: la nascita, la morte e il rito di passaggio che aveva chiamato amore. Tutta la sua esistenza è stata avvolta nello stesso guscio e in quel guscio è stata soffocata mentre non tanto Dio, quanto gli uomini, stavano in silenzio.
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