Care donne, decidiamoci. Smettiamo di scrivere tutte imbarazzate che il
problema è difficile e dilemmatico: non c'è alcun dilemma nella pratica di
molto islamismo che obbliga le donne a portare il velo. Lo portano perché
per la loro tradizione volto, capelli, orecchie (e non parliamo del resto
del corpo) sono tutti una vagina spalancata e tentatrice, vas iniquitatis
che può essere scoperchiato dal solo uomo che se ne è appropriato con il
matrimonio. Il velo è l'imene e va ostentato a perpetuo ammonimento verso se
stessa, le altre e gli altri che la donna è essenzialmente il suo sesso.
Anche l'uomo è il suo sesso, ma a differenza di lei ne deriva forza, potere,
diritto, sapere e proprietà.
Tutto questo è intollerabile. Che abbia radici millenarie e traspaia in
forme mitigate in ogni religione, cristianesimo incluso - perché, se no, non
possiamo amministrare i sacramenti? - non lo rende più rispettabile.
Decidiamoci a dirlo con la stessa fermezza con la quale diciamo che il velo
non può essere strappato da nessuna burocrazia o ministero degli interni o
ente o stato che si erga a regolamentatore. Le idee non si strappano neanche
se ignobili, a meno che non pretendano di imporsi con mezzi non ideali.
Ma non ne consegue che siano indiscutibili, che non vadano chiamate in
causa. Alla signora che si aggira per Torino col velo ed esige di non
toglierselo neanche nel fotomaton, dovremmo dire: cara amica, scusi la
volgarità, ma la stanno fregando. Perché accetta che il suo amato padre, il
suo diletto marito e il suo venerato imam le facciano portare un imene sul
viso? Perché è convinta di essere un peccato ambulante? Non vogliamo
collocare l'identità del suo popolo e della sua fede, nonché i suoi di
diritti di migrante da qualche altra parte? Ci vogliamo ragionare?
Se non lo facciamo noi non lo farà nessuno. Non è vero che per essere
diversi dai nostri, tutti gli altri costumi siano da rispettare. Non è vero
che per essere agita anche dalle donne, la tesi d'una inferiorità femminile
sia sacra. Non è vero che per essere le madri che trascinano la bambina
urlante ad aprire le gambe affinché le nonne le taglino via con la lama la
"carne in più" e poi la ricuciano, l'escissione non sia un delitto.
Perché ci imbarazza dirlo? Perché abbiamo l'aria di scusarcene? Perché,
gratta gratta, anche per noi l'immigrata non è come noi o nostra sorella.
Poveretta, va trattata come una che sa di meno, cui si possono dire soltanto
verità parziali. Se ci obietta: voglio coprirmi da capo a piedi perché così
piace a mio marito e piaceva a mia madre, replichiamole: ma va là, sciocca,
pensa con la tua testa. Finché non lo faremo, gabelleremo per rispetto la
tolleranza verso l'inferiore.
Maschi e femmine de il manifesto, mi sono stufata del supermercato
differenzialista. Di leggere che Montesquieu e Basaiev esprimono due opposti
integrismi. Che Voltaire e il cardinal Ruini, il Likud e Norberto Bobbio per
me pari sono. Niente affatto. Cominciamo a verificare che cosa siamo su
alcuni principi elementari. Che una donna appartiene soltanto a se stessa,
uno. Che questo suo diritto non viene dopo altri prioritari, e due. Che chi
sussurra il contrario si deve vergognare, e tre. Poi del resto si discute.