L'obiettivo è raggiunto; la guerra è finita.
L’America ha punito l’Iraq; ha snobbato i russi, liquidato i palestinesi, usato gli israeliani per consolidare la sua presenza armata nel Golfo; ha smaltito le rimanenze di armi vecchie, ha sperimentato quelle nuove ed ora può ricostruire ciò che queste hanno distrutto. Messo i piedi in Kuwait e le mani sul petrolio, si appresta ora a ridefinire dall'area mediorientale il nuovo ordine mondiale.
Quanti piccioni con una sola fava, ovvero con Saddam Hussein! Se non esisteva, bisognava inventarlo; “...e per fortuna che fa il cattivo...”, scriveva Umberto Eco su ‘L’Espresso’.
Aveva un bel volare la colomba della pace, con l’Unità’ (vedi l’idea pubblicitaria), con ‘L’Osservatore Romano’ o con altri mezzi più credibili, fra correnti intrise dell’odore di dollari, petrolio e potenza, prologo alla cronaca di una guerra annunciata.
La colomba è assassinata.
Non dal 17 gennaio di quest’anno, ma dai lontani anni in cui si incominciarono a registrare le cronache di guerre passate; in cui gli stati istituzionalizzando nello spazio e nel territorio la forma dei rapporti interindividuali di gerarchia e dominanza, mandarono a morire i sudditi per dei prodotti, per la conquista di un mercato, per la dominanza delle industrie nazionali, o più semplicemente perchè rimanessero al potere alcuni individui; giustificando i ricorrenti massacri con un linguaggio plausibile vestito dei panni dell'ideologia e dell’astrazione patriottica.
Ed un linguaggio patriottico di antico conio maschile, se pur riadattato ai tempi moderni, sarà stato probabilmente presente nei pensieri delle soldatesse al fronte, e si è sentito nell’interpretazione del fatti di guerra da parte di alcune croniste e giornaliste le quali hanno sposato, come molti, del resto, la semplice formula giustificativa del “ripristino del diritto internazionale”, dell' "internazionale operazione dl polizia", o, fino a che era sostenibile, l’idea della guerra di tipo chirurgico. Più originale Oriana Fallaci nella sua descrizione del generale Schwarzkopf la cui immagine evocava alla scrittrice "...una nonna severa, possente, con larghe spalle e grandi braccia...ma con l'aria buona... e una certa dolcezza..." ('Il Corriere della Sera’ 25 febbraio). Insomma una nonna di quelle di una volta, possiamo intuire, con una esperienza di vita alle spalle, così come il generale, neanche lui novellino, ha alle spalle l’esperienza del VietNam. Davanti a una prosa demenziale, a telecronache esaltate sull'intelligenza delle bombe, il gruppo ‘donne in nero’ ha scelto la presenza silenziosa davanti al parlamento, voltandogli he spalle, così come la storia degli uomini ha voltato le spalle alle donne e le ha fatte ripetutamente vittime di guerre e violenza. “C’è qualcosa di profondamente ingiusto, se la storia si ripete sempre uguale come storia di dominanti e dominati" scriveva Sandro Medici su 'Il Manifesto’ del 28 febbraio. Gli possono fare eco le parole di Francoise Collin cioè che "nella nostra società la violenza non è un accidente ma un principio di organizzazione"; ed ecco il punto più importante: potrà dal mondo del ‘senzastoria’ evolvere qualche cosa di radicalmente diverso?
Soldatesse, croniste e Fallaci, sono lì a dire di no; ma, su un altro versante, molte cose hanno detto, e qualche cosa hanno anche sperimentato le donne in una lunga riflessione su pace e guerra: da Greenham Common ('81-'88), a Comiso (‘84), nei 'campi per la pace’ attorno alle basi dei missili Cruise, e, dall'88, nel campo internazionale di donne a Gerusalemme organizzato dal gruppo ‘donne in nero’ con donne palestinesi ed israeliane; fino a che la guerra non è tornata a semplificare e zittire con i suoi centomila bombardamenti su case e coscienze e con mente e natura impegolate nel petrolio e nella paura dei gas.
Ora, nel dopoguerra, tempo in cui la storia abbandona le vesti del conflitto per rimettere quelle dell’economia, pensieri e parole saranno più difficili e più facile ignorare, dopo la grande guerra, le piccole guerre che la storia invariabilmente porta con sè fino a che è storia di dominanti e dominati.
Quel ‘qualche cosa di radicalmente diverso’ troverà, per camminare, strade intasate di carcasse di camion, carri e uomini, come compariva la via di fuga degli iracheni sparati alle spalle dagli alleati; andando avanti dovrà ritrovare la compassione, la solidarietà, l’unità nella diversità, la voce della differenza, e quello che è più importante, ed è riuscito difficlie alle donne per la pace o per altre cose (o cause), dovrà differenziarsi dallo Stato, accidente storico e principio di organizzazione che comunque ingloba guerra e violenza. Era da quest’ultima, vissuta nel quotidiano che le donne avevano incominciato a rileggere la storia, ma, come passando da un capitolo ad un altro, nel loro viaggio tra i livelli di organizzazione (dall’individuo, alla famiglia, alle istituzioni sociali, allo Stato), hanno ignorato quello che - opportunamente smascherato -, avrebbe permesso di delineare un epilogo diverso da questo, desolante e tragico, di fine secolo.
La speranza della storia non posa nell'estraneità delle donne alla guerra; Lea Melandri la definisce: "L'illusione dell'innocenza" ('Il Manifesto’ 26 febbraio). Di fatto è difficile individuare in donne e giovani “riserve inespugnate di umanità"; qualche piccolo angolino di mente è sempre, e spesso con facilità, conquistato proprio dalle vesti umanitarie che lo Stato indossa, quando, a differenza della dittatura, ha ancora bisogno del consenso quale carburante per l’industria nazionale (vedi biotecnologie), per il potere medico (vedi trapianti di organi e geni), per la scienza (vedi biotecnologie, manipolazione genetica e armi varie).
La scienza, l’ultima, ed in questi frangenti, nelle applicazioni tecnologiche, forse la, peggiore; con il suo “mortal market” di scud, patriot, tomahawk, aerei da 50 milioni di doliari, carri armati da 5 miliardi di lire...
Costi che sono serviti ‘per vincere la guerra', e, dal momento che, come ha detto Bush: "vinceremo anche la pace", si vinceranno anche gli appalti e il conto andrà a pareggio. Succede sempre così. Ciò che non si pareggia sono le vittime e le pene degli sconfitti.
Ai tempi della febbre dell'oro nero, il petrolio veniva raccomandato come farmaco contro i reumatismi, la gotta, l’asma e la bronchite, la diarrea, l’eresipela e il colera. Chi soccorrerà ora gli sconfitti dal colera che probabilmente si diffonderà dopo questa guerra per il petrolio?
Esso naturalmente continuerà ad ingrassare e ad aumentare la prepotenza dell’ occidente e questo, continuerà a stupirsi per il parcellare terrorismo degli inibiti all'azione.
La storia continua, esponenzialmente veloce e peggiore espugnando territori e coscienze, anche quelle delle donne, se non staranno accorte... e occorre accorgersi allora, e dar nome a quel qualcosa di profondamente ingiusto che fa della guerra una storia infinita e della storia, presto o tardi, una possibilità finita.