WOMEN IN WAR
Metà febbraio? Metà marzo? Attendendo l'inizio conclamato del primo conflitto preventivo, facciamo ancora alcune considerazioni sullo stato dell'arte. Naturalmente non sappiamo quali armi di distruzione individuale o di massa userà questa volta l'America che già promette al primo giorno di attacco una densità di fuoco pari a quella scatenata in quaranta giorni in desert storm -1; ma sappiamo che ad usare queste armi per cielo, per terra o casa per casa, saranno questa volta anche le donne perchè l'esercito imperiale ha aperto anche a loro in posti “a rischio di combattimento”. Loro, le marines sono accorse, in fila per andare al fronte entusiaste di quest'idea che non fu, come si potrebbe pensare della proterva e guerrafondaia Condoleeza, ma di Hillary, la quale, “mentre il marito riduceva tutte le donne a pin-up, erigeva un monumento narcisistico a se stessa e a tutto il genere femminile”; un bel regalo considerato che si era a corto di reclute e che le donne garantiscono consenso, simpatia e coinvolgimento umano nell'opinione pubblica... ci racconta un articolista del Corriere della Sera; dobbiamo credergli; è vero, non occorre viaggiare tra la banalità sentimentale americana per verificarlo; “fanno breccia nella gente, le ragazze, come quando il picchetto, anche femminile, dell'alzabandiera in piazza Vittoria, ha strappato applausi a scena aperta” ci dice Il Piccolo di Trieste raccontando delle prime esperienze alla Brigata Pozzuolo del Friuli per le volontarie in ferma breve. Intanto messe a guidare i camion dell'esercito e a provocare file ai semafori, ma anche come piccola avanguardia spedite in Afghanistan con le brigate alpine nell'esercito dei vassalli nelle sputtanatissime missioni di pace che tanto servono a dare legittimazione al mantenimento dell'esercito.
Una piccola avanguardia passata dall'altra parte; dallo storico ruolo di pupe di contorno che si esibiscono per il morale di uomini in divisa, (come Ferilli in regalo di natale ai carabinieri in Kosovo), al ruolo di donne in divisa, ruolo sognato fin da piccole, come raccontano alcune, oppure pompato dai numerosi films holliwodiani stile “Soldato Jane”. D'altra parte, sarà il periodo...; il look militare imperversa nell'abbigliamento di ragazze e donne più mature; piace..., è “ un avvicinamento della popolazione civile a noi dell'esercito...” dice la tenente Rosa. Forse però, è solo un'idea, un'immagine di affrancamento da una storica subalternità, un modello di indipendenza, libertà che si confonde negli anfibi e nelle armi di Lara Croft e in altre eroine da video game... Non a caso il Washington Montly metteva il titolo “War Dames” all'articolo sulle marines corredato da una vignetta con simil Barbarella in elmetto e giubbotto antiproiettile sullo sfondo di esplosioni e pennacchi di fumo. In America il modello funziona, le donne vi aderiscono e i mass media ci lavorano in modo sostenuto anche per rendere più accettabile una guerra che tre quarti di popolazione dichiara di non avere ancora capito perchè si debba fare.
Il tocco femminile nella guerra la rende meno rude, meno lurida, meno brutta,... E il tocco della guerra sulle donne? Johanna Bourke, autrice del libro “Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia”, ci dice che nell'uccidere, le donne provano la stessa indifferenza, o lo stesso sottile piacere degli uomini, la stessa esaltazione spesso amplificata dal combattimento ad alta tecnologia. L'esercito prepara bene i suoi operatori, ne azzera identità e genere, con un opportuno supporto chimico e ideologico prepara macchine per uccidere, ed è difficile smettere il mestiere delle armi anche quando si torna a casa; alcuni militari rincasati da Kabul, hanno ammazzato le mogli. Effetti collaterali.
E forse sono proprio alcune notizie sugli effetti collaterali, sull'uranio impoverito, che ha frenato gli entusiasmi delle aspiranti top-gun nostrane; i dati dicono che le domande all'accademia militare sono in netto calo: dalle 13mila del 2000 alle 1743 del 2001 alle 1170 del 2002. Bene! È per paura? Oppure non tiene la retorica delle missioni di pace? Oppure la divisa da woman in war va bene per moda ma non per lavoro? O forse, azzardiamo, e' per un ragionamento critico? Naturalmente per molte che da una vita protestano e presidiano contro la guerra, è ovvio, e lo è anche per noi che siamo antimilitariste di lungo corso; che di esercito e servitù militari qui in Friuli già non se ne poteva più, figuriamoci adesso che siamo portaerei americana e banco di prova dell'esercito della nuova NATO...
Sappiamo che nell'epoca che si dischiude al paradosso più assurdo della guerra preventiva, il non essere consumatrici di modelli e di idee erogate dall'impero fin nelle più lontane periferie, è cosa sempre più difficile, ma sappiamo anche che il primo argine che si pone a questa pressante e continua invasione delle menti non è un banale pacifismo ma una seria analisi antimilitarista. L'esercito apre alle donne?, le donne chiudono all'esercito!
No army? No party! ... no war.
Dumbles, gennaio 2003