Articolo da "Il Manifesto" del 27 febbraio 2004

Storia di «Danielle» soldatessa stuprata
«Statistica incompleta: il Pentagono parla di "sole" 112 violenze sessuali contro soldatesse Usa in Iraq, Kuwait e Afghanistan». Parla Avila-Smith, avvocato di «Danielle»

PATRICIA LOMBROSO
NEW YORK
Secondo il Pentagono - i cui alti funzionari più alcuni generali a quattro stelle sono stati convocati in audizione dal Congresso mercoledì, scriveva ieri il New York Times - solo negli ultimi 18 mesi sarebbero stati denunciati ai superiori 112 episodi di violenza sessuale commesse dai commilitoni contro soldatesse Usa, in Iraq, Kuwait e Afghanistan. Una statistica incompleta, perché molte vittime preferiscono tacere per timore di rappresaglie. Per il quotidiano la maggior parte delle denunce, 86 casi, riguarda l'esercito, 12 casi la marina, 8 all'aeronautica e 6 il corpo dei marines. Anche nelle caserme negli Stati uniti si moltiplicano le denunce di violenze sessuali. Noi vogliamo raccontare la storia di «Danielle» (usiamo questo nome fittizio per ovvie ragioni), 23 anni, dello stato della Pennsylvania, è un «intelligence officer» dello Struker brigade dell'esercito americano. Da Forte Lewis, la base militare presso Seattle, nello stato di Washington viene inviata con il suo plotone in guerra in Iraq, il 23 ottobre 2003. Dopo un mese di addestramento in Kuwait viene violentata da un suo commilitone a Camp Udairi. «L'inchiesta del Pentagono si è arenata, il caso sarà archiviato perché il luogo della prova dello stupro non si trova più: il campo era una struttura provvisoria, è stato chiuso. Il soldato stupratore è in Iraq, ma i suoi superiori non hanno intenzione di trovarlo, nonostante che di ogni arruolato si conosca il Dna. Il caso di Danielle di donne soldato stuprate in Iraq riguarda oltre 150 casi in Iraq, e tutte temono la punizione del carcere»: chi parla è Susan Avila-Smith, l'avvocato di «Danielle» che abbiamo sentito da Seattle. Fa parte dell'organizzazione «Women organ women» che fornisce assistenza per questi casi.

Ci racconta la storia del soldato «Danielle»?

Nella notte del 28 novembre a Camp Udairi, in Kuwait, Danielle venne assegnata di guardia al carro armato «Stryker» - soldati di altre unità militari rubavano parti del veicolo nuovo per rimpiazzarle con quelle scadenti degli «Humvee». Alle 2.30 del mattino, al termine del turno, di ritorno al campo venne pedinata e seguita da un commilitone fino alla tenda che comprende gabinetti e docce. Lì venne aggredita e stuprata. Il soldato le ha sferrato prima di tutto un colpo alla testa da dietro. Danielle è caduta per terra svenuta. Le ha poi strappato gli indumenti riempiendole bocca con le sue stesse mutande per evitarle di gridare. Danielle tramortita ha visto che il soldato si era coperto il volto con una calzamaglia. Cercava di ribellarsi, il soldato gridava «Sta zitta» e alla fine le ha dato un altro colpo alla testa e l'ha stuprata. Danielle, priva di sensi, è rimasta a terra fuori dello spazio delle docce. Quando tramortita ha ripreso i sensi, l'uomo si era dileguato.

Si è saputo chi ha commesso questo crimine?

Risulta che è stato un soldato americano e nient'altro. Perché Camp Udairi è una base militare Usa circondata, nessuno poteva entraci. Quella notte, nell'ora in cui è avvenuto lo stupro, ufficialmente non c'era nessuno. Ma Danielle ha udito netta la sua voce.

Come è stata soccorsa Danielle?

Un soldato, dopo circa 30 minuti, ha rinvenuto Danielle tramortita, nuda, le gambe coperte di sangue, lo sguardo stralunato, con la bocca aperta bloccata dai suoi stessi indumenti; le mani e piedi legati e avvolti con forte nastro adesivo. Il soldato che ha soccorso Danielle, l'ha aiutata a raggiungere il comando militare e a sporgere la denuncia con un rapporto dettagliato sulla successione degli eventi.

Quale la reazione dei superiori militari?

E' stato compilato un rapporto, poi è stata accompagnata all'ospedale dove è stato effettuato l'esame legale del Dna per lo stupro, ma senza alcuna assistenza medica. Il suo comandante le disse: «Non abbiamo tempo di occuparci di questo tipo di storie di donne-soldato mentre stiamo preparandoci per la guerra in Iraq».

E le prime reazioni di Danielle?

Ha richiesto al suo comandante di parlare con il cappellano militare addetto al campo. Le è stato negato. Soltanto, due giorni dopo il trauma dello stupro è stata in grado con il telefono satellitare di comunicare con il marito a Fort Lewis, anche lui soldato.

Quando l'unità dello «striker brigade» si trasferì in guerra in Iraq, anche Danielle partì?

No. Le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, anche se Danielle è nella carriera militare come «active dyty» ancora per un anno. Lei è stata lasciata sola in un campo ospedaliero, in Kuwait. Quasi per punizione non le davano l'adeguata assistenza medica. Era in uno stato di assoluta fragilità psicologica. Se lo porterà addosso per tutta la vita. Improvvisamente, senza motivo piangeva, era in preda all'insonnia, incubi, depressione profonda.

Con quale esito?

Il tentato suicidio, in ospedale. Ingurgitò gli ansiolitici e antidepressivi prescritti.

Quando è rientrata «Danielle» negli Stati uniti?

L'8 dicembre. Dopo che la famiglia non era riuscita a convincere la Croce Rossa della base militare a farla rientrare e ad effettuare un'inchiesta. Mentre il Pentagono "garantiva" al senatore Harland Specter, della Pennsylvania la «completa assistenza medica e psicologica».

Cosa ha fatto per lei il Pentagono?

Nessuna delle promesse è stata mantenuta. Il Pentagono ha bloccato perfino la messa in onda della sua storia programmata per il 9 dicembre scorso dalla Cnn e «Good morning America» della Abc. E' stata minacciata dai militari di non appellarsi ai media, né concedere interviste per non essere soggetta a punizione.

Qual è la punizione? E come vive ora?

Danielle oggi, a Fort Lewis, trascorre la sua giornata all'unità psichiatrica. La punizione minacciata è il carcere. E' una donna-soldato ancora per un anno «active duty». Insinuano che il suo stato di fragilità fisico-psichico è una scusa per non andare in guerra. Rischia di essere messa in carcere. Vive in un continuo stato confusionale. Non è più in grado di concentrare la sua attenzione. Ha difficoltà a comunicare con chiunque. Non è più in grado di svolgere le più semplici mansioni come cucinare. Ha il pianto incontrollato. Repentini scatti umorali e di rabbia. E' un rottame umano. Come molte altre soldatesse in Iraq ora.