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"Altri carnefici liberi noi madri di Srebrenica non possiamo gioire"
La rabbia di Haira: ora Karadzic confessi
Nel massacro ha perso il marito e il figlio: "Ottocento assassini riciclati nella polizia"La testimonianza "Chissà, forse la politica della Serbia è cambiata e anche Mladic sarà consegnato" PAOLO RUMIZ Da anni Haira Capic dorme in una branda, nell´unica stanza dell´associazione delle madri di Srebrenica, a Tuzla. Dopo la strage, è diventata quella la sua casa. Haira non molla, non stacca mai dal suo impegno, anche se ha i capelli grigi e un soffio al cuore. Vuole che la verità venga a galla, i dispersi trovino una lapide con un nome, i criminali finiscano dentro. Tutto il resto non conta. Quando ha saputo dell´arresto del Dottor Morte, non ha pensato alle astuzie della politica, all´ombra di un possibile baratto per accelerare l´ingresso della Serbia in Europa. A Srebrenica Haira ha perso il marito e un figlio, Nino - il radioamatore che mandò al mondo gli ultimi messaggi di aiuto dalla città abbandonata dall´Onu nelle mani del nemico - e ora bada solo ai fatti. Ha saputo di Sarajevo che festeggia, dei ministri europei che plaudono alla notizia, ma non si lascia incantare. Il suo orizzonte è un altro: le migliaia di foto-tessere dei maschi morti e dispersi che tappezzano la sede delle Madri senza lasciare nemmeno un centimetro alle vernice dei muri. Sono le centinaia di bandierine con ricamati a mano un nome e una data di nascita, con cui ogni giorno lei e le altre donne in nero sfilano ogni 11 del mese a Tuzla per chiedere al mondo di non dimenticare. Una sfida anagrafica, fatta di numeri, giorni, mesi, anni. «Certo che noi donne di Bosnia siamo contente. Ma felicità è una parola grossa per chi ha perso i suoi a quel modo e dopo tredici anni non li ha ancora riavuti indietro». Ammette che certo, qualcosa di importante è accaduto, specialmente per le donne vittime della politica di Karadzic. Ma, aggiunge, non dimentichiamo che ci sono ancora ventimila criminali in circolazione. La Capic è molto attenta ai numeri, e l´anagrafe dei vivi è ancora più allarmante di quella dei morti. «Ventimila. Non è un numero buttato a caso. Dietro c´è il calcolo di una commissione che comprende anche la Repubblica Serba di Bosnia, la stessa che fu guidata da Karadzic. E poi ci sono ottocentodieci carnefici che si sono riciclati nella polizia o negli uffici pubblici. Li incontriamo ogni giorno per strada. Mi dica: noi di qui come facciamo a sentirci sicuri?». Hajra è una donna di pietra, riservata e piena di dolore, ma è anche una persona sotto tiro. Per questo si muove con cautela, si sposta sempre con qualcuno che la tenga d´occhio. La rete di solidarietà che la circonda è impressionante. Ha raccolto attorno a sé centinaia di donne disperate, le ha portate in piazza come quelle di Plaza de Mayo, le ha fatte testimoniare una per una all´Aja, le ha caricate su pullman per seguire a Belgrado il processo ai cinque miliziani degli "Skorpions" filmati nel 1995 da una telecamera mentre fucilavano ragazzi inermi nei boschi intorno a Srebrenica. Ha raccolto una montagna di prove inconfutabili, e la forza per farlo se l´è dovuta dare da sé, dopo la morte dei suoi uomini. Oggi non si lascia sorprendere da niente. «Karadzic ha detto che il suo arresto è una farsa? E che altro poteva dire? Milosevic disse la stessa cosa quando lo presero nella sua villa a Belgrado. Quella è gente che non ammette la sua colpa. Figurarsi se possono ammettere un tribunale». E Mladic, adesso, dormirà sonni meno tranquilli, oppure la consegna di Karadzic è potuta avvenire solo dopo la concessione di un salvacondotto al generale, ultimo grande ricercato ex jugoslavo da parte del tribunale dell´Aja? Haira vuole sperare: «Forse comincia ad aver paura anche lui… la politica della Serbia è cambiata, Mladic sarà consegnato» Fiducia? «Ho sentito il discorso dell´ambasciatore americano, mi è parso buono. Credo che sia interesse di tutti che la Bosnia si stabilizzi». Vuole sperare Haira, anche se quei ventimila dalle mani sporche sono ancora in circolazione, anche se altri criminali di guerra come Branimir Glavas e Hasim Thaqi restano a piede libero. «Karadzic e Mladic sono i nostri eroi», intorno a Srebrenica si stampano ancora magliette così. In questo clima c´è chi dice che questo tribunale non servirà né alla verità, né alla giustizia né alla riconciliazione, ma solo al grande gioco delle diplomazie. "Nije da li, nego kada", dicono i pessimisti a oltranza di Sarajevo e anche di Belgrado: non è questione di "se" ma di "quando" potrà scoppiare un´altra guerra - con una simile polveriera criminale ancora innescata tra l´Adriatico e il Danubio. Ma la verità, almeno quella? «Solo il tempo dirà se la cattura di Karadzic è servita a qualcosa. Non sappiamo se farà dei nomi e se glieli lasceranno fare. Potrebbe chiudersi cone Milosevic, non riconoscere il tribunale. Tutto può accadere». Non cerca vendette la donna-simbolo della Bosnia martire. Le importa solo un po´ di giustizia. Sa che il momento è favorevole, con il nuovo governo a Belgrado certe coperture sono cadute e certi intoccabili non sono più tali. «Era chiaro, Karadzic era sotto la protezione di Kostunica, ora col cambio di governo le cose sono cambiate in meglio». Nadja Mehmedovic è la nipote di Haira, vive in Italia, ed è tornata da poco in Bosnia perché dopo 13 anni hanno ritrovato le ossa di suo fratello Nevko. Di suo marito non sa ancora nulla. E´ sparito come tanti, dopo essere uscito di casa, nel fiume di gente terrorizzata che l´11 luglio del 1995 a Srebrenica si frantumò e disperse tra strade, sentieri, colline e campi minati attorno alla città. «Ho saputo la notizia di notte, da un messaggio di mia figlia sul telefonino, e il primo pensiero è stato a una messa in scena. Ma come? Questo signore era a Belgrado? Lavorava in un ospedale? Si spostava in autobus? E nessuno lo vedeva?». Sola con tre figli e una madre cieca, ospite di una canonica sulle montagne del Bresciano, Nadja ha lavorato duro per tenere in piedi la baracca, e oggi coltiva meno speranze della zia. «Mi fa male vedere come i politici europei gioiscano di questa notizia, come se questo risolvesse tutto, come se la Bosnia si stabilizzasse con un tocco di bacchetta magica, e come se la giustizia fosse fatta. Io so solo che dopo tredici anni non so ancora nulla di mio marito. So che di mio fratello ho avuto un mucchietto di ossa irriconoscibili. Io ho tanta paura che questa euforia sia solo un passo indietro. Ma per carità, oggi bisogna brindare…». Vista da qui sembra tutta una questione di donne la ricomposizione della normalità post-bellica. Natasa Kandic, belgradese, impegnata sul fronte dei diritti umani, ha combattuto fianco a fianco con Haira Capic per arrivare alla cattura di Karadzic. Rada Zarkovic, serba di Mostar costretta a fuggire a Bratunac presso Srebrenica, non vuol sentir parlare né di politica, né di memoria, né del Dottor Morte. Non ha avuto dispersi in famiglia, ma ha egualmente capito che bisogna guardare al dopo, alla ricostruzione del quotidiano, per offrire ai sopravvissuti occasioni di radicamento e lavoro in comune. Ha messo su una piccola azienda per la coltivazione e la conservazione di frutti di bosco, ed è riuscita da sola ad abbattere gli steccati etnici dopo i giorni dell´orrore. «Più che la cattura dei Grandi Latitanti conta la ricostruzione di una memoria positiva, di quando la Jugoslavia era un Paese felice», è convinta l´italiana Roberta Biagiarelli, autrice di uno spettacolo su Srebrenica, che con la Fondazione Langer e la Cooperazione Italiana ha appena finito di raccogliere centinaia di testimonianze, non sui massacri di Karadzic, ma sui "bei tempi" della Bosnia. «La politica dovrebbe lavorare anche a questo: ricostruisce la memoria di ciò che si è voluto spezzare con questa guerra maledetta». (con la collaborazione di Elvira Mujcic) |
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