Articolo da " Il Manifesto"
del 13 novembre 2005

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GRANDE
GUERRA
Lina
e le sue sorelle. Portatrici
E'
morta pochi giorni fa all'età di 104 anni Lina Della Pietra, l'ultima
ausiliaria della Carnia. Trasportava nella gerla cibo, armi e una
carezza ai soldati al fronte
MATTEO
MODER
Con
Lina Della Pietra, morta pochi giorni fa a Trieste all'età di 104 anni,
se n'è andata l'ultima delle portatrici della prima guerra mondiale,
carniche soprattutto come lo era Lina (viveva dal 1974 a Trieste,
presso una nipote), ma anche della Slavia Friulana (in sloveno
Benecija), di tutta quella vasta area a ridosso delle Alpi carniche e
giulie che segnavano il confine con le armate austro-ungariche che
tentarono in più riprese di sfondare quel fronte alpino per dilagare
nella pianura.
Centinaia,
forse migliaia
Un
caso unico nella storia della grande guerra, ormai quasi dimenticato,
se non ci fossero il museo della grande guerra di Timau, frazione di
Ravascletto, nato dall'abnegazione dl Lindo Ufner e il sito
www.donneincarnia.it di Annamaria Bianchi Brollo che continuano a
ricordare queste figure di donne d'altri tempi, rotte a tutte le
fatiche, sempre pronte con la loro gerla - il gei in lingua friulana -
a portare non solo cibo, biancheria pulita, armi alle truppe italiane
sui confini montuosi, ma anche una parola di conforto, una carezza, un
attimo di pace. Furono centinaia, forse migliaia, le donne, di età
compresa tra i 14 e i 60 anni d'età, che, tra il 1916 e il 1917,
avevano l'incarico di portare alle truppe italiane in quota il
necessario per sopravvivere. Un viaggio che lungo i sentieri della
montagna durava tra le 4 e le 5 ore e che rappresentava una fatica
inumana; questo per un compenso di una lira e 50 centesimi, del tempo,
ovvero un paio di euro di oggi. Partivano in squadre di 10-15,
accompagnate da un soldato. Sulle spalle un gei con un carico di 30-40
chili, tra vettovagliamenti, munizioni, abiti, generi di conforto e via
per i sentieri fin dall'alba oppure la notte, con qualsiasi tempo,
superando dislivelli che andavano dai 600 ai 1.200 metri. Per poi
ritornare, una volta compiuta la loro fatica, agli stavoli, alle case,
alla fienagione, ad accudire i vecchi e i bambini, gli unici rimasti
assieme a loro, mentre i maschi giovani combattevano su tutti i fronti
di guerra, spesso anche dalla parte austro-ungarica.
Se
n'è andata in punta di piedi
Lina
se n'è andata in punta di piedi, così come le altre sue eroiche
compagne, chiudendo dietro di sé la porta di un mondo che appartiene
ormai solo ai libri di storia e ai racconti orali. Era l'ultima
testimone diretta, ma nessuno negli ultimi anni l'aveva avvicinata per
conoscere dalla sua viva voce quella fetta di storia di donne in
guerra, non militarizzate, ma volontarie. Solo parenti stretti a
salutarla per l'ultima volta, nessuna autorità pubblica, nessun clamore
istitituzionale anche se fu l'allora presidente della Repubblica, Oscar
Luigi Scalfaro, nell'ottobre del 1997, a recuperare questa parte di
storia nazionale e a ricordarsi di quelle straordinarie «ragazze»
friulane, appunto le «portatrici carniche», cui venne conferita la
medaglia d'oro al valor militare. Una fotografia di quella giornata
ritrae il Capo dello Stato mentre bacia la mano - in segno di omaggio
riverente - a una di loro, appunto Lina Della Pietra, allora
novantaseienne, a Timau (Udine), nel corso della cerimonia ufficiale.
Lina
della Pietra, di Zovello di Ravascletto (Udine), classe 1901, faceva la
ricamatrice e frequentava la parrocchia del paese, dove aiutava il
prete a insegnare «Dottrina», una caratteristica inconsueta per i
tempi. Dopo l'impegno nella Grande Guerra giunse per lei, ancora
giovanissima, il tempo del matrimonio con un fabbro, Giuseppe Casanova,
con cui andò a vivere in Corsica, dove diede alla luce due figli. Ma
allo scoppio del secondo conflitto mondiale, la famiglia fu costretta a
tornare in Italia, dove trovò alloggio a Trieste nelle case assegnate
dal regime fascista ai rimpatriati. Dal 1974 Lina era accudita nella
casa della nipote, nel rione triestino di Barcola, dove venerdì scorso
è deceduta, a 104 anni, al termine di un lungo cammino iniziato sui
monti della Carnia, proseguito nell'emigrazione e nel dolore per la
guerra e infine della malattia. Alla celebrazione, nella piccola chiesa
di San Bartolomeo, solo una decina di amici, oltre ai parenti che la
seguivano da anni. Nessuna corona o messaggio da parte degli
amministratori locali o dalle autorità politiche. Eppure, anche dal
sacrificio durissimo e silenzioso di donne come lei maturò la
resistenza e poi la vittoria sull'esercito austriaco. «Ma non importa -
ha detto la nipote Elisabetta che l'ha seguita fino all'ultimo - io
sono comunque fiera di quello che è stata e di quello che ha fatto».
C'è
un singolare monumento, a Timau, paese dell'Alto But, ultimo prima del
confine austriaco, inaugurato nel 1992: è il riconoscimento che le
popolazioni e le Associazioni combattentistiche hanno voluto erigere a
ricordo dell'impresa delle portatrici. E' intitolato a Maria Plozner
Mentil, portatrice colpita a morte da un cecchino austriaco, e ricorda
tutte le altre ragazze e donne di Carnia che si sacrificarono come lei
non per un falso ideale guerresco ma perché consapevoli delle
difficoltà quotidiane che pativano quei soldati in alta quota.
La
straordinaria pagina delle Portatrici carniche, scritta tra l'agosto
del 1915 e l'ottobre del 1917, è forse unica nella storia dei conflitti
armati. La Zona Carnia, ove agivano 31 battaglioni, aveva un'importanza
strategica nel quadro del fronte perché rappresentava l'anello di
congiunzione tra le armate schierate in Cadore alla sinistra, e quelle
delle Prealpi Giulie e del Carso sulla destra. Costituiva quindi una
difesa delle principali direttrici di movimento del nemico: quelle del
Passo di Monte Croce Carnico e del Fella.
La
linea di combattimento rifornita dalle portatrici di Paluzza e degli
altri comuni dell'Alto But, Sutrio e Cercivento, aveva un'ampiezza di
circa 16 chilometri, estendendosi dal Monte Coglians al Monte
Questalta, e comprendeva inoltre le posizioni più arretrate di Monte
Terzo e Lavareit.
La
forza media presente nella zona si aggirava intorno ai 10-12 mila
uomini. I soldati, per vivere e combattere nelle migliori condizioni
avevano bisogno giornalmente di vettovaglie, munizioni, medicinali e
materiali per rinforzare le postazioni. I depositi militari si
trovavano a fondovalle e non avevano collegamento con la linea del
fronte. Non esistevano strade per il transito di carri o di automezzi.
La guerra si faceva sulle montagne e i rifornimenti ai reparti
schierati dovevano essere portati a spalla. La situazione militare non
permetteva che venissero sottratti i soldati dalle linee per adibirli a
questo servizio. Ecco quindi che il Comando Logistico della Zona e
quello del Genio chiesero aiuto alla popolazione. Ma a chi? Gli uominii
erano tutti alle armi, nelle case solo donne, anziani e bambini. Le
donne di Paluzza furono le prime ad aderire all'invito e a mettersi a
disposizione dei Comandi Militari per trasportare a spalla quanto
occorreva agli uomini della prima linea. «Anin, senò chei biadaz ai
murin encje di fan» - «Andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche
di fame». Furono dotate di un apposito bracciale rosso con stampato il
numero del reparto da cui dipendevano. Il carico dei rifornimenti da
portare alle prime linee, sui 30 - 40 kg e anche più. L'età variava da
quindici a sessant'anni, e nelle emergenze, c'erano anche vecchi e
bambini.
Tre
ferite, una uccisa
In
tre furono ferite: Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz di Timau
e Rosalia Primus di Cleulis. Maria Plozner Mentil fu invece colpita a
morte.
Queste
donne avevano la fatica nel loro dna. Abituate da secoli per l'estrema
povertà di queste zone ad indossare la gerla di casa - che mai come in
questo caso può rappresentare il simbolo della donna carnica - ora la
mettevano sulle spalle al servizio dell'Italia in guerra. Fino ad
allora l'avevano a caricata di granturco, fieno, legna, patate e tutto
ciò che poteva servire alla casa e alla stalla. In questa situazione
invece la gerla era carica di granate, cartucce, viveri e altro
materiale. Arrivavano a destinazione col cuore in gola, stremate dalla
disumana fatica, che diventava ancor più pesante d'inverno, quando
affondavano nella neve fino alle ginocchia. Scaricavano il materiale,
una sosta di pochi minuti per riposare, per portare agli alpini al
fronte qualche notizia del paese e magari riconsegnare loro la
biancheria fresca di bucato, portata giù a valle, da lavare, nei giorni
precedenti. Si incamminavano poi in discesa, per ritornare a casa e il
giorno dopo si ricominciava con un nuovo viaggio. Qualche volta, per il
ritorno veniva chiesto alle portatrici di trasportare a valle, in
barella, i militari feriti o quelli caduti in combattimento. I feriti
erano poi avviati agli ospedali da campo, i morti venivano seppelliti
nel Cimitero di guerra di Timau, dopo che le stesse portatrici avevano
scavato la fossa.
Resta
solo il grazie a Ufner e al sito www.donneincarnia.it per aver permesso
di poter ricordare questa pagina di storia tutta al femminile.
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