Articolo ripreso da "Il Venerdì" supplemento di "La Repubblica" del 19 marzo 2004
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Le due guerre
(e quella del petrolio deve ancora cominciare)
Un anno fa, il 20 marzo, il secondo conflitto del Golfo. Tra bilanci, marce per la pace e, dopo Madrid, la paura del terrorismo che ritorna, abbiamo cercato di capire qual'è adesso la vera posta in gioco
di Attilio Giordano
Suonano le sirene di allarme a Baghdad, le forze aeree Usa iniziano il bombardamento e la contraerea irachena risponde all'attacco: è la notte del 20 marzo di un anno fa.
La seconda guerra del Golfo è stata annunciata da mesi, tanto che nelle piazze del mondo milioni di persone chiedono agli Stati Uniti di fermarsi. Tra gli striscioni molti recitano: ‘Niente sangue per il petrolio".
II petrolio. E stato questo movente della guerra? Hanno commentato alcuni intellettuali americani: certo si può dire che se in Iraq la produzione più importante fossero state le noccioline, la guerra non ci sarebbe stata. Un punto di vista difficile da contestare. Anche perché il petrolio continua ad essere il fantasma di più di un conflitto: Cecenia. Georgia, Venezuela, per citame alcuni.
Ma oggi in Iraq, come spiega un esperto del settore, il professor Giacomo Luciani che insegna politica economica all'Istituto Universitario Europeo e alla John Hopkins University di Bologna si direbbe che i falchi della Casa Bianca e le grandi multinazionali del petrolio si trovino in una situazione piuttosto imbarazzante: “Gli iracheni non hanno accolto gli americani come liberatori non tutti almeno. Gli attentati sono quotidiani e la costituzione di un governo autorevole non si avrà prima del 2005-2006. Come dire: mancano le condizioni di sicurezza per investire e manca l’interlocutore con il quale definire gli accordi. Chi opererebbe in una situazione come questa?”. “Una cosa" conferma un funzionario dell’Eni “ è prendere gli appalti della ricostruzione come hanno fatto le grandi società americane. Lì si incassa e si scappa. Altra cosa è rischiare miliardi di dollari senza sapere chi sarà l'interlocutore domani”.
Per quanto strano possa apparire, i neocon Usa, gli strateghi della guerra preventiva, hanno preso, per lo meno, un abbaglio. “Diciamo che sono stati ingenui”, sintetizza Luciani. E non per gli enormi costi della guerra (il conto non vale, quelli li pagano i contribuenti). Ma perché si è dato per certo un controllo che non c'è.
La guerra ha ulteriormente ridotto la produzione di petrolio iracheno, dai 2 milioni e 600 mila barili al giorno ai 2 milioni circa di oggi (nel ‘79, prima dell' ‘embargo, erano 3 milioni e mezzo). L'oleodotto di Kirkuk Ceyan (che sbocca in territorio turco), nel Nord del paese, è stato chiuso l’anno scorso in seguito a un sabotaggio. Da gennaio, come ha riferito il direttore generale della North Oil Co., irachena, è tecnicamente in grado di funzionare”. Ma resta chiuso, sorvegliato da migliaia di soldati.
Molti impianti, invece, richiedono manutenzione. E molti nuovi campi sarebbero potenzialmente disponibili investendo miliardi, s’intende. Si calcola che le riserve irachene accertate, 120 miliardi di barili, potrebbero più che triplicarsi con lo sfruttamento di aree ancora intatte (dato del dipartimento dell‘Energia Usa).
E il caso di Nassirya sede del militari italiani da sempre oggetto del desiderio dell’Eni che, con Saddam Hussein, aveva stipulato contratti di sfruttamento che sarebbero divenuti esecutivi al cessare dell’embargo.
Racconta uno studioso ed ex funzionario dell’Eni, Benito Li Vigni, che sul tema ha scritto un libro da poco uscito ("Le guerre del petrolio" Editori riuniti, 18 euro): “L’Eni, attraverso l'Agip, ha sempre mostrato grande interesse per il petrolio iracheno. Già Enrico Mattei, con il quale ho lavorato, aveva messo gli occhi sui campi di Rumayla oggi Kuwait. Anche di Nassirya si parla da decenni, ma solo recentemente, durante l’embargo, si era arrivati ad una ipotesi di contratto detto psa, pruduce sharing agreement, molto vantaggioso per l’Eni: prevedeva un accantonamento dei costi e, in seguito, una percentuale netta del 30 per cento alla società straniera. Naturalmente era uno strumento di pressione: Saddam contava sul fatto che gli europei spingessero per la fine dell’embargo e condizionava a questo evento la operatività dei contratti’. Saddam fa contratti psa, in Europa, con italiani, russi, francesi (a Magnum e Nahr ‘Umar, per 20 miliardi di barili) e, nel mondo, con compagnie cinesi, indiane, vietnamite. “Praticamente”, racconta Li Vigni. “impegna il 50 per cento della disponibilità”.
Nassirya ha riserve calcolate in tre miliardi di barili, sufficienti a soddisfare tutte le necessità italiane per cinque anni. “Ed è un calcolo sottostimato”, dice Li Vigni che è stato anche direttore della rete distributiva nazionale ed estera del gruppo petrolifero.
L'Italia firmando quei pre-contratti, persegue una linea di autonomia che già si era manifestata, soprattutto sotto il ministero di Lamberto Dini, sia con la Libia che con l’Iran. In pratica il gruppo europeo (Italia, Francia, Russia. Germania) sfida gli americani che, infatti, si irritano moltissimo e denunciano violazioni degli accordi secondo i quali non si sarebbe dovuto trattare con i ~paesi canag1ia~. Ancora recentemente lobbisti americani hanno cercato di far valere in Iraq una specie di 'principio di esclusione' dagli appalti per tutti quei gruppi che avevano trattato con Iran e Libia, tra cui spiccano l’anglo-olandese Shell, l’italiana Eni e la francese TotalFina Elf. Di certo, ai tempi di quegli accordi, protesta formalmente Condoleeza Rice e gli Stati Uniti sembrano temere molto questa linea ~autonoma~ europea che fa dire a Saddam Hussein che il petrolio cesserà presto di essere commerciato in dollari passando all’euro.
Ma nei mesi precedenti agli attacchi, se Francia, Germania e Russia mantengono le loro posizioni, l’Italia cambia improvvisamente partito. Partecipa, infine, a! dopo-guerra iracheno con un contingente a Nassirya, facendo dire ad un vecchio economista militante come Paolo Sylos Labini:
I nostri soldati stanno lì a vigilare sul petrolio dell’Eni”.
In realtà quel petrolio non è affatto dell’Eni, non ancora almeno. Dice più moderatamente il professor Luciani: “Non c’è dubbio che la scelta di Nassirya per i nostri militari è legata in modo trasparente agli obiettivi della nostra azienda petrolifera. Probabilmente si ritiene di poter creare delle relazioni che aiuteranno, in futuro, a ridiscutere un accordo certo non più attivo, ma che si spera sia rinnovato”. Cosa lo fa sperare? L'aver fatto parte della coalizione belligerante (anche se, almeno all’inizio, solo a parole)?
La ricostruzione in corso in Iraq dà alcune indicazioni sul valore di queste divisioni tra buoni e cattivi. Ammette un grande manager di un’azienda italiana da anni in Iraq:
La ricostruzione, ad oggi, è un fatto degli americani; si sono presi tutto e a noi hanno lasciato vere briciole, qualche appalto per pezzi di nicambio”. Le due vicende dei mega-appalti alla Halliburton (alla cui guida fu il vice-presidente Dick Cheney, che ne è ancora azionista) e alla Bechtel (di cui fu presidente George P. Shulz e vice-presidente Caspar W. Weinberger e il cui titolare, Ri1ey P. Bechtel è consigliere di Bush, confermano la sensazione di un modo di procedere spregiudicato.
Dice il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica, di An: “Ci sono vari livelli di possibile partecipazione delle nostre imprese alla ricostruzione. Un primo livello, quello che riguarda gli interventi sugli impianti petroliferi è già stato assegnato a grandi società americane. Il secondo, che tratta appalti rilevanti di infrastrutture di vario tipo, vede alcune importanti società italiane in pole position: la Torno, candidata ad essere general contractor, l’Ansaldo Energia, la Astaldi, la Fata Group, La GTT, Ia Tekind, per fare alcuni nomi. Esiste poi una terza fascia di possibilità che riguarda opere di dimensione minore e che vede gli italiani candidarsi autonomamente. Infine c’è il livello della fornitura di prodotti, anche questo fatto di relazioni private, come per i generi italiani nei market diBaghdad”. Proprio oggi, venerdì è previsto in Confindustria un incontro tra imprenditori italiani (350 candidati ai sub-appalti) e grandi aziende Usa. Spiega Mantica che occorre tener conto che i fondi, circa 30 miliardi di dollari concordati a Madrid, sono per 1’80 per cento di provenienza americana e britannica, diretta o indiretta. Gli Stati Uniti hanno versato direttamente 18 miliardi di dollari, l’Italia, per fare un confronto, 200 milioni di euro”. Come dire: non aspettiamoci troppo. Persino gli inglesi, delusi, hanno protestato.
I soldi sono gestiti dal Pmo (l’ufficio del Pentagono deputato alla ricostruzione), alla cui guida c'è l’ex ammiraglio David Nash. Nel suo staff siede un italiano, Antonio Cardarelli, ex consigliere economico del ministro Pietro Lunardi. Il nostro “uomo all’Avana”.
Basterà la partecipazione postuma all'alleanza a garantire affari alle aziende Italiane? Non si direbbe: il mercato è aperto e francesi e tedeschi, per esempio, operano già in Iraq con uno stratagemma puerile: attraverso le loro società in paesi “amici” degli Usa. Per esempio la Seat è della Wolksvagen, ma risulta spagnola. Alcatel France è in Iraq attraverso Alcatel Italia. Non è una novità: gli Usa lavoravano con Gheddafi coperti dai coreani, come l’Eni sta operando in Mauritania con una società neo-zelandese. D'altra parte anche gli americani giocano sulle nazionalità. I primi sub-appalti italiani in Iraq riguardano quasi esclusivamente imprese di capitale americano (come la Nuova Pignone di Firenze).
Non sembra quindi strategico l’atteggiamento rispetto alla guerra. “Il mercato”, dice Luciani, “ormai è aperto è non è facile imporre logiche politiche nazionali”. Del petrolio iracheno, oggi, si può parlare solo come un possibile grande affare futuro. Qui l’Eni conta ancora di poter far valere la sua storia in Iraq, i vecchi contratti e persino il rapporto favorevole con gli Usa dopo il distacco dell’Italia dal gruppo degli “autonomisti” europei. L’Eni, allora, ubbidì senza fiatare. Adesso spera di incassare. Lì a Nassirya, dove attentati a parte si cominciava già a parlare italiano.
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