Articolo da "Il Manifesto " del 3 gennaio 2006


Nonnismo alla Folgore? No, «tradizioni militari»
Le motivazioni dei giudici di La Spezia che hanno assolto la prima donna accusata di violenza e abuso di autorità

ANDREA FABOZZI
Per i giudici del tribunale militare di La Spezia costringere un inferiore in grado a fare i piegamenti sulle braccia - «pompare» in gergo - non è un atto condannabile di nonnismo ma al contrario «una tradizione militare che viene considerata una manifestazione di prestanza e di forma fisica, necessaria per il buon espletamento del servizio». Lo scrivono il presidente del tribunale Marco Bacci e il giudice Piergiorgio Ponticelli nelle motivazioni della sentenza con cui ad ottobre scorso erano stati assolti il caporale maggiore Francesco Valentini (28 anni) e la caporale maggiore Roberta Savoia (23 anni), prima donna soldato processata per abuso di autorità, ingiuria e violenza, reati tipici del nonnismo. I militari, entrambi in servizio al 186° reggimento di paracadutisti Folgore di stanza a Siena, erano accusati in concorso aggravato. Il caporale furiere Nicola Felago aveva infatti denunciato di essere stato preso a calci nel costato dalla Savoia mentre effettuava i piegamenti su ordine del Valentini in risposta alla sua richiesta di poter usare il telefono, tenuto occupato dallo stesso Valentini, per un'urgente comunicazione di servizio. Il tutto si sarebbe svolto nel marzo 2004, quando il grosso del reggimento era in missione in Kosovo. I giudici hanno assolto con formula piena gli imputati anche da questa seconda accusa avendo giudicato contraddittorie le testimonianze.

In particolare Felago non è stato creduto, nonostante ci sia un referto medico del trauma da lui subito (5 giorni di prognosi) e un testimone abbia raccontato come la caporale Savoia si fosse offerta di rimborsargli le spese mediche in cambio del ritiro della denuncia.

La procura militare di La Spezia ha annunciato ricorso in appello. Il procuratore capo Marco De Paolis ha detto che «il grande clamore che si è fatto intorno a questo processo per il fatto che l'imputata fosse una donna ne ha probabilmente condizionato l'esito. La procura non concorda in diritto con le motivazioni, ritiene che siano stati usati concetti a sproposito, la tradizione non centra nulla con un banale fatto di nonnismo, episodio deprecabile e simile a quelli che in passato hanno portato a decine di condanne». Il pm Davide Ercolani nell'ultima udienza del processo era stato ancora più esplicito accusando gli imputati di aver «ucciso lo spirito della Folgore» con i loro comportamenti. Ma anche il generale Pietro Costantino, comandante della Folgore, aveva parlato di «caso anomalo» e «per fortuna isolato», un comportamento che anche la Folgore «ha interesse a perseguire».

Secondo i giudici militari non c'è la prova che il caporale Felago - che il 20 marzo 2004, due giorni dopo i fatti denunciati, fu curato dai medici del pronto soccorso dell'ospedale civile di Siena - non si sia provocato le lesioni in modo diverso perché non è stato possibile escludere oltre ogni dubbio che il soldato abbia partecipato all'attività ginnica del 19 marzo. Sempre secondo i giudici rivolgersi a un inferiore usando il termine «cane morto» non è offensivo «né dell'onore né del prestigio né della dignità» perché, come ha riferito un testimone, «nel reparto era usato sempre a livello di scherzo».

In ogni caso per il caporale maggiore Valentini, secondo i giudici, non può configurarsi il reato di abuso di autorità previsto dal codice militare perché non può essere ritenuto commesso «per cause attinenti alla disciplina militare» in quanto al momento della richiesta di Felago all'origine della reazione violenta «è risultato che il Valentini si trovava al telefono per una conversazione non di servizio ma di natura strettamente personale e privata (riguardava una partita di calcetto)».

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