| Savogna. L’ufficiale 26enne, finita l’Accademia, da due giorni è operativa nella caserma di L’Aquila La giovane è originaria di Stermizza sotto il Matajur È tra le 22 prime donne tenente Il tenente Franz al comando «Mi sembra di sognare» UDINE. «Dopo cinque anni di accademia, sto vivendo un sogno: essere nel reparto»: è da poche ore nella sua caserma, la «Rossi», in pieno centro cittadino, all’ Aquila, e ammette che giovedì sera, quando è arrivata, si è emozionata. Katia Franz, 26 anni, di Stermizza di Savogna, friulana con mamma slovena, è una delle 22 donne che, per la prima volta nella storia italiana, hanno indossato la divisa di ufficiale dell’Esercito. «Donna in uniforme? Sentirsi dire Sissignora? No, nessuna difficoltà, nessuna sensazione particolare», spiega la giovane tenente. Per lei «non c’è più alcuna differenza fra uomo e donna e fra la vita lavorativa civile e quella militare». «Ci sono tante donne capoufficio - spiega - e tante donne che hanno responsabilità dirigenziali nelle aziende. Ora - aggiunge - ci sono donne che hanno responsabilità anche nell’Esercito». Per Katia, diploma di ragioniera nel 1998 a Cividale del Friuli), quattro lingue (italiano, sloveno, tedesco e inglese), la divisa è stata una scelta precisa. «Dopo il diploma - racconta Katia, figlia unica di Graziano, 55 anni, dipendente comunale, e Vida Ohojak, 47 anni, infermiera - ho lavorato in aziende a Manzano e San Pietro al Natisone, ma la vita militare consente di avere un rapporto umano nel lavoro, una vita movimentata in cui si fa attività fisica, permette di stare all’aria aperta, di andare all’estero e di fare cose che nella vita in ufficio sono impossibili». Katia Franz è un ufficiale del nono Reggimento Alpini della Brigata “Taurinense”, battaglione “L’Aquila”. Per lei, nata in una frazione di montagna, le «penne nere» sono un’abitudine. «Fin da piccola - racconta - vedevo gli alpini sempre molto presenti nella vita del mio paese, partecipavano a tutte le attività ed erano sempre in mezzo alla gente». Fra le sue speranze c’è quella di avere «un buon rapporto con i collaboratori, di trasmettere - spiega con umiltà - quello che ho imparato in questi anni, ma anche di aumentare la mia esperienza e di imparare cose nuove». «Giovedì sera, quando sono arrivata - confessa - mi sono emozionata perchè questa è la caserma che mi accoglierà per i prossimi anni. L’ho subito trovata accogliente e anche quando sono stata presentata agli altri ufficiali e sottufficiali ho avuto una sensazione positiva». Dei cinque anni di Accademia (i primi due a Modena; gli altri tre a Torino) conserva un ricordo molto positivo. Proprio nessuna difficoltà? «I primi mesi, a Modena - risponde - sono stati difficili, perchè passare dalla vita civile a quella militare comporta tante limitazioni alla libertà e un po’ bisogna abituarsi. Poi... ci si stacca dalla famiglia, ci si stacca dalla casa e bisogna vivere sempre in comunità con gli altri. Son tutte cose diverse alle quali bisogna abituarsi e anche un po’ adeguarsi». «Nessuna difficoltà, invece - precisa - per il fatto che sono una donna. Quello che conta - aggiunge - è essere preparati fisicamente per affrontare e superare l’addestramento, perchè quello in montagna mette a dura prova la resistenza fisica, sia gli uomini, sia le donne». Katia Franz non sa ancora se comanderà un plotone (che è formato da una ventina di soldati) o se sarà assegnata ad altri incarichi e non sa se, fra i suoi collaboratori, ci saranno anche soldatesse. «Spero di avere un plotone - ammette - e, d’altra parte, l’iter formativo prevede proprio il comando di un plotone». Il sogno nel cassetto? «Intanto - risponde - voglio ambientarmi bene qui, all’Aquila, e forse - finisce per ammettere - un giorno, chissà, magari, andare al Nord, a lavorare sulle Alpi, vicino a casa», dove vivono i suoi genitori. |
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