Articolo da "Il Corriere della Sera" del 30 dicembre 2002.
La prima volta in trincea delle soldatesse Usa

Il sempre più probabile conflitto del Golfo vedrà l’esordio delle donne nelle postazioni più pericolose: è l’effetto delle riforme delle Forze Armate volute da Bill e Hillary Clinton. «I commilitoni maschi mi guardano straniti, ma io rido»

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK - Come in tutte le grandi operazioni di marketing, c'è chi non capisce il messaggio. E quindi sembra fuori tempo. Anna Simons, per esempio, professoressa alla Scuola di specializzazione della Marina, ha ammonito di recente: «Nessun reparto può permettersi il lusso di avere due persone innamorate di una terza. E non sto parlando di sesso, ma di offuscamento di giudizio: per quanto sia stretta l'amicizia tra uomini, non mette mai in pericolo le decisioni come può fare l'amore». Scorie di un passato sessista, s'intende: le ubbie della Simons e di quelli come lei possono andare in soffitta. Il blitz nel blitz è già incominciato, col suo carico di menzogne e i suoi equivoci di conquista «politicamente corretta».
Quando gli Stati Uniti, col favore della luna e del clima, piomberanno su Saddam e sul suo popolo, l'eroe eponimo della nuova stagione a stelle e strisce non sarà il solito maggiore psicopatico che spalma di napalm un villaggio di contadini né un brutale «redneck» con i muscoli deformati dalle flessioni, no. Si chiamerà Jennifer, avrà un profilo aggraziato, i gradi di capitano sulle spalline e l'addestramento per cavarsela, forse, con i gas e le diavolerie biochimiche irachene: in prima linea.
I dati sono in buona parte riservati ma la tendenza è chiara. Mentre l'esercito degli Stati Uniti si prepara ad espugnare Bagdad, le donne hanno espugnato l'esercito degli Stati Uniti.
Dunque tra qualche settimana, per la prima volta nella storia americana, migliaia e migliaia di soldatesse si troveranno sul fronte del fuoco o poco lontano, comunque coinvolte in un conflitto che - ove non fosse proprio la passeggiata hi-tech auspicata dagli Stranamore del Pentagono - può diventare una sporca guerriglia in cui la prima linea e la seconda si fondono in un solo grumo di sangue e polvere, tra sparatorie e agguati di casa in casa, mille volte peggio che a Panama nell'89, quando le donne in divisa fecero una prima prova di ciò che potrebbe succedere.
Il grande cambio di stagione in grigioverde è avvenuto negli anni Novanta, mentre tutti stavano naso all'insù a guardare gli indici di Borsa che salivano. Nel decennio più prospero del Ventesimo secolo, molto stava mutando in silenzio nelle regole di ferro dell'Esercito, della Marina, dei Corpi Speciali: saltavano le norme sul «margine di rischio accettabile», che avevano fino ad allora relegato l'altra metà del cielo negli ospedali militari o, al massimo, negli uffici di intercettazione radio.
Il risultato sarà presto sotto gli occhi di tutti, annuncia il Washington Monthly con un titolone giocoso, «War Dames», e la consequenziale vignetta (una pur sempre sexy similBarbarella con elmetto e giubbotto antiproiettile sullo sfondo di esplosioni e pennacchi di fumo). I media americani si stanno accorgendo del fenomeno e sempre più se ne accorgeranno, imbeccati - non senza interesse - dagli uffici stampa dei vari comandi: perché l'entrata in guerra di Penelope è ovviamente anche un grande affare di pubbliche relazioni e bilancia, sul piano dell'immagine, le difficoltà di un intervento verso cui l'amministrazione Bush si muove quasi in solitudine; le donne, estranee per costituzione alle fanfare della retorica militare, garantiscono consenso, simpatia e coinvolgimento umano nell'opinione pubblica, anche quando parlano come uomini (dalle memorie di una ex parà addestrata a Fort Bragg: «Quando ho addosso i "colori sociali" i maschi ancora mi guardano straniti, non possono ammettere di vedere una con le ali sulla divisa. E io li mando al diavolo, "bellezze, con queste ali e tre dollari posso prendere una ciucca al bar qua sotto!"»).
E se una donna come il sergente Sandra, Aviazione militare Usa, dice sulla guerra una frase così profonda («in battaglia non gestisci gli uomini, solo le cose si gestiscono; in battaglia guidi esseri umani»), la guerra non può essere poi tanto lurida. Il trucco sta qui e i guru della comunicazione della Casa Bianca ce l'hanno chiaro da un pezzo. Dunque le ragazze d'America, che già pilotano gli elicotteri Apache e siedono nelle cabine di comando di caccia e bombardieri, scenderanno sull'Eufrate a costruire ponti volanti e a bonificare pezzi di territorio, saranno impegnate in manovre di polizia militare, a volte alla testa di unità di supporto sempre più vicine ai colleghi maschi nell'ingaggio con il nemico.
Il paradosso è che, come ogni processo di integrazione, anche questo andrebbe salutato con gioia. Intere generazioni di soldatesse si sono battute per arrivare a questo risultato, per far saltare le discriminazioni sulle loro capacità e le loro carriere: «Senza esperienza di combattimento non puoi salire troppo in alto», si sono sentite ripetere per anni da mediocri colleghi maschi.
Eppure rallegrarsi di questa vittoria suona un po' come rallegrarsi del fatto che le donne, infine indipendenti, hanno raggiunto e superato gli uomini nel consumo di sigarette. L'eroina che ci viene proposta, il capitano Jennifer Streigel, «non si sarebbe mai sognata, nella guerra del Golfo del '91, di comandare una compagnia attrezzata per lo scontro chimico in prima linea», scrive on line Phillip Carter, che a sua volta comanda una compagnia di fanteria della Riserva.
Ma, mentre la vediamo in addestramento nel deserto californiano con la sua Quarta divisione corazzata, non riusciamo a non pensare che dieci anni fa Jennifer non si sarebbe trovata di fronte al dilemma di uccidere o venire asfissiata dai gas iracheni.
Così sarà pure una conquista, questa prima linea che diventa un po' rosa. Però è contraddittoria come gli anni in cui è maturata, gli anni dei Clinton. Mentre Bill riduceva tutte le donne a pin-up , Hillary erigeva un monumento quasi narcisistico a se stessa e al genere femminile.
In quegli anni il Congresso ha fatto passi decisivi verso l'integrazione sessuale dopo quella razziale; i comandanti militari, sempre più a corto di reclute, hanno fatto buon viso a cattivo gioco; e loro, le donne, hanno fatto il resto. La sezione militare di Now ( National Organization for Women ), una specie di tazebao Internet su abusi, diritti e politica con le stellette, è un bell'esempio di questo sforzo continuo.
Quando comincerà l'attacco all'Iraq, saranno passati 140 anni dalla fine di Emily, la soldatessa ventenne che andò a combattere nella guerra civile ed è entrata nella storia per il telegramma che dal letto d'agonia mandò al padre: «Perdonami se muoio, papà, ma sono felice». Ne saranno passati dodici dalla cattura di Melissa Rathbun, la prima soldatessa prigioniera di Saddam, che commosse milioni di connazionali e tornò a casa decorata con la «Purple Heart». Migliaia di ragazze correranno verso il nemico pensando a loro. Ma potrebbero scoprire che oltre la trincea del capitano Jennifer non c'è vittoria per nessuno. Né uomini né donne.

Goffredo Buccini