Articolo da "Il Manifesto" del 31 marzo 2003.
Le madri dei marines «Fermate Bush»

Boston «Sosteniamo i soldati, riportiamoli a casa», protestano le madri dei militari in Iraq nella più grande manifestazione dai tempi del Vietnam. In Cina il corteo più piccola del mondo, con le autorità che limitano i no war

FR. PIL.
«E' stata la manifestazione più imponente dai tempi del Vietnam». Così il New York Times ha commentato la protesta organizzata dai pacifisti di Boston. E se cinquantamila persone in Europa - dove ormai cortei di questa portata sono all'ordine del giorno - sembra una cifra modesta negli Usa è il simbolo dello strappo sempre più largo tra una parte della popolazione e il governo. Il corteo aperto dal gruppo «Veterani per la pace» ha attraversato il centro cittadino passando per Beacon e Boylston street e concentrandosi a Common park, in un lungo fiume multietnico dove hanno sfilato fianco a fianco cristiani, ebrei, mussulmani, buddisti ma anche contadini, insegnanti, lavoratori e sindacati. Tantissime le famiglie, i bambini, i nonni, piccoli e grandi gruppi delle associazioni che hanno marciato insieme agli anarchici e ai «Repubblicani contro la guerra», lanciando un messaggio preciso: «l'altramerica» esiste e si fa sentire. Gli anti-war al grido di «Il miglior modo per sostenere i nostri soldati è riportarli a casa» hanno attirato l'attenzione del popolo dello shopping del sabato sera e in molti si sono uniti alla manifestazione. Durissima la contestazione a George jr. da parte delle madri dei soldati che stanno combattendo in Iraq. Le donne hanno mostrato le foto di figli e mariti in guerra e portato a braccio cartelli con su scritto «Nostro figlio è un marine. Ferma la guerra di Bush per il petrolio e l'impero». Numerosi gli striscioni che chiedono «Make jobs not war» o «Money for jobs and education, not war and occupation» (soldi per lavoro e l'istruzione, no alla guerra e all'occupazione), mostrando i sentimenti di statunitensi preoccupati per il futuro. Dal palco quindi si sono susseguiti gli interventi a sottolineare il dissenso contro un'amministrazione che «taglia i servizi sociali, abbassa le tasse ai ricchi e incrementa le spese militari trascinando l'economia del paese nella recessione», mentre si discuteva di quando a guerra finita ingenti fondi verranno impiegati per l'occupazione dell'Iraq. «A differenza di quello che dicono i media - ha detto Chuck Turner un consigliere comunale di Boston e membro dell'United for justice with peace - noi siamo i veri difensori dell'America. Stiamo difendendo questo paese dal complesso militar-industriale che manda i nostri giovani a combattere per il dominio del petrolio e del mondo. Dobbiamo trascinare indietro il governo e costringerlo a smantellare il nostro stesso vasto arsenale di armi di distruzione di massa». La manifestazione si è conclusa senza incidenti, un grande risultato dopo la pioggia di arresti che ha visto finire in manette nei giorni scorsi oltre 2000 attivisti a San Francisco, centinaia a New York e svariate decine in molte città coast to coast. A dispetto della «repressione» le proteste però aumentano, sempre sabato a New York e in New Jersey gli attivsiti sono tornati nelle strade urlando «No blood for oil», niente sangue per il petrolio.

E ieri dall'altra parte del globo si è svolta invece quella che gli stessi dimostranti hanno definito la più piccola manifestazione internazionale rispetto alla popolazione. Ma è già un successo visto che la Cina aveva bandito qualsiasi manifestazione pubblica per la pace. Così la notizia della prima protesta autorizzata a Pechino ha fatto il giro del mondo, nonostante il governo, per paura di disordini, avesse strettamente limitato il numero dei manifestanti. Alla fine circa 200 persone per lo più stranieri hanno marciato sotto il controllo della polizia davanti la residenza dell'ambasciatore degli Stati Uniti. Mentre all'interno dell'università un centinaio di studenti hanno esposto una mostra fotografica con le immagini delle vittime della guerra nel Golfo del `91. E' stata invece cancellata l'iniziativa di alcuni intellettuali che avevano firmato una petizione «on line» contro la guerra.

Migliaia di pacifisti hanno invaso anche ieri le piazze delle principali città spagnole. A Madrid sotto una pioggia battente i no-war hanno camminato per oltre dieci chilometri raggiungendo la base aerea di Torrejon, una delle sette concesse dal premier Aznar per le operazioni militari. Il dissenso contro la politica governativa cresce e a Barcellona i no war hanno scoppiato 50.000 palloncini neri simbolo delle bombe che fanno strage di civili a Baghdad, mentre in 15.000 assistevano a uno spettacolo per la pace e gruppi di attivisti presidiavano la prefettura e la sede del partito popolare. Prese di mira molte basi Nato, presidiati i comandi militari di Rota, Saragoza, Los Llanos, Murcia, Betera. In Grecia gli studenti dell'accademia di belle arti hanno esposto sul Monte Olimpo, a 2.900 metri d'altezza, un enorme pannello permanente che chiede di «fermare la guerra». Mentre i no global di «Azione Salonicco 2003» hanno raggiunto la base Nato di Tyrnavos in Tessaglia.

Anche l'America Latina ha fatto sentire la sua voce durante la due giorni di «azioni dirette per la pace» organizzata dal movimento pacifista internazionale. Santiago, Città del Messico, Buenos Aires, Lima, Caracas e Montevideo sono state attraversate da cortei e manifestazioni. Singolare la sfilata a Bogotà dove un gruppo di colombiani si sono presentati nudi con scritte contro la guerra dipinte sui loro corpi. Scontri e arresti invece a Santo Domingo durante un'iniziativa convocata da gruppi e associazioni di sinistra. La polizia ha caricato la folla che pur stava procedendo nel centro della città pacificamente. Un centinaio di attivisti sono finiti in manette.