Articolo e immagine da "La Repubblica " del 14 novembre 2005


LA VESTALE DEL TERRORE

RENZO GUOLO
Non è riuscita a tirare l´innesco della sua cintura esplosiva Sajida. Voleva, ma forse ha esitato. E quando l´esplosione ha devastato l´Hotel Radisson e fatto salire nel "paradiso dei martiri" suo marito, è fuggita. Fianco a fianco, agli scampati al massacro. La prima "candidata suicida" di Al Qaeda non è riuscita a diventare shahid. Sfuggendo così al destino delle donne trasformate in vestali del martirio dai maschi di famiglia che hanno scelto il jihad. Una volta catturata è stata subito portata davanti alle telecamere per confessare. Inevitabile in un conflitto che, a dispetto degli scenari in cui si svolge, è drammaticamente ipermoderno.Sia nelle tecniche di combattimento sia in quelle mediatiche: totali sotto ogni punto di vista. Davanti al freddo occhio della telecamera Sajida è apparsa svuotata e rassegnata più che orgogliosa. E soprattutto sola. La morte che voleva infliggere, e che il marito ha sparso a piene mani durante un matrimonio diventato un funerale, l´ha risparmiata. Ma in queste ore non cesserà di chiedersi il perché sia sfuggita a una morte tanto agognata. Perché socialmente morte queste donne lo sono già. Sin dal momento in cui sono costrette a indossare la cintura esplosiva.

Nata a Ramadi, città di quel Triangolo sunnita dove guerriglia baathista, qaedisti e americani si affrontano con ogni mezzo, Sajida era diventata sacrificabile, come le vedove nere cecene o le donne egiziane o palestinesi, perché toccata dal doppio crisma: l´essere destinata a restare presto sola perché il marito era ormai entrato nelle fila degli "eletti" da sacrificare nelle "operazioni di martirio"; perché doveva vendicare la morte del fratello, uno dei luogotenenti di Zarkawi, caduto a Falluja.

La sua presenza nel commando era stata annunciata da Al Qaeda con l´enfasi che la novità esigeva. Il gruppo di Zarqawi era convinto che la "venerabile Um Umaira, questo il suo nome di battaglia, fosse perita insieme ai suoi complici. Diventando un fulgido esempio da imitare. Anche perché allargare il campo del reclutamento jhadista alla componente femminile, rende molto più difficile il contrasto al terrorismo. In società come quella islamiche perquisire una donna è sempre una faccenda delicata. Il martirio di Sajida voleva essere anche il segno tangibile che Zarqawi, contrariamente alla leadership storica di al Qaeda e di altri movimenti islamisti, considera il jihad un obbligo personale del credente. Un affare da praticare senza distinzione di genere. Interpretazione che spezza la stessa neotradizione jihadista che escludeva le donne dalle "operazioni di martirio" in nome del ruolo loro assegnato nello spazio privato.

Una decisione, quella di diventare shahid con l´hijab, "martire con il velo" che spetta comunque, in ultima istanza, agli uomini. Ancora una volta le donne sono destinate a mietere, e a essere, solo "vittime sacrificali". A cercare una morte possibile perché appare loro impossibile, o viene fatto loro credere impossibile, vivere dopo il "sacrificio" del "martire" maschio di famiglia. Marito, promesso sposo, fratello o figlio che sia. Solo in apparenza, dunque, queste nuove reiette giungono all´eguaglianza di genere sul terreno della morte sulla "via di Dio". Il "jihad familiare" non è la via all´emancipazione. La malintesa uguaglianza nella morte rende visibile ciò che per definizione non è visibile nella vita: l´agire femminile in uno spazio non tradizionale come quello della guerra. Le donne sono mandate a morire perché ormai inutili. La loro irruzione nella scena pubblica corrisponde alla marginalità sociale che deriva dall´essere senza famiglia: ovvero senza maschio. Sul corpo smembrato dalle bombe che fanno esplodere e dovrebbero renderle martiri si ricompone così l´unità del corpo sociale maschile. Fuggendo dall´Hotel Radisson forse Sajida l´avrà capito. Aver partecipato alla spedizione di quello che Al Qaeda ha definito il "gruppo di leoni delle brigate al-Bara Bin Malik" non l´ha riscattata dalla sua infelicità senza desideri.