Articolo da " La Repubblica" del 30 luglio 2006
Immagini del bombardamento israeliano su Cana : una strage - 54 morti di cui 37 bambini


Tel Aviv si prepara alla possibilità di un attacco, ma cresce il sostegno all´intervento
La svolta delle madri pacifiste "Questa guerra va combattuta"
Nove anni fa il movimento contro l´occupazione
"Egoisticamente potrei sperare che vadano al fronte i figli di un´altra Ma non è giusto"
"Questa volta non si tratta di conquistare strisce di terra. Ne va della sopravvivenza"

DAL NOSTRO INVIATO
RENATO CAPRILE
TEL AVIV - «Questa volta non abbiamo scelta: i nostri figli devono combattere. Perché questa contro Hezbollah è una guerra giusta. Che non mira alla conquista di strisce di terra, ma solo alla sopravvivenza di tutti noi». Orna Shimoni, un´ex del movimento pacifista, passato alla storia di Israele come quello delle «quattro madri», si incarica di interpretare il comune sentire delle donne che in queste tragiche ore hanno uno o più ragazzi al fronte.
Stavolta è diverso, insomma. Non è come in quel lontano ‘97, quando sui cieli di Israele due elicotteri con la stella di Davide diretti in Libano si scontrarono. Fu una carneficina con oltre settanta morti. Ragazzi di vent´anni come quelli che oggi stanno rischiando la vita a Marun al Ras o alla perifria di Bint Jbeil, nel sud Libano. Dopo quel drammatico incidente, in una cucina di un kibbutz di Rosh-Pina in Alta Galilea, Rahel Ben Dor decise di dire basta. Troppo sangue era stato versato. E con tre amiche iniziò a scrivere lettere di protesta al Parlamento, ai ministri, ai giornali. Chiedeva una sola cosa: che quell´occupazione, che aveva spezzato centinaia di giovani vite, finalmente finisse. Da quattro che erano, le mamme contro la guerra diventarono centinaia, un movimento popolare che nel 2000, quando Gerusalemme si ritirò dal Sud Libano, non ebbe più ragione d´essere. Aveva vinto la propria battaglia.
Ma quella di adesso è tutta un´altra storia e di mamme in piazza difficilmente ce ne saranno ancora. «Non abbiamo che il nostro esercito su cui fare affidamento - argomenta la Shimoni - Se un virus, anche la più banale delle influenze, dovesse infettarlo, per noi sarebbe la fine. Ci scannerebbero tutti». Ma c´è anche il dramma di quelli dall´altra parte nei pensieri di questa madre.
«Prego Iddio perché quei civili abbiano il tempo di mettersi in salvo. Noi non ce l´abbiamo con loro. Mi si accappona la pelle a vedere quanto soffrano. Ma noi ci stiamo soltanto difendendo. E´ forse un crimine voler continuare ad esistere?».
Ed è proprio questa ineluttabilità - non si poteva che fare così, entrare in guerra - che in Israele, tranne qualche insignificante eccezione, trova tutti d´accordo. Myriam Hila Barda è un´altra mamma con un ragazzo al fronte, Ghili, 20 anni. E presto, il 13 agosto prossimo, anche il suo primogenito, Tomer, 23 anni, sarà richiamato. «Ho così paura che da una settimana mi sono imposta di non leggere i giornali e di non accendere la tv. Sono stata in ansia per giorni per la sorte di un amico dei miei figli, Vlad. Sapevamo che era tra quelli che erano a Bint Jebeil. Ma non dava più notizie. Il telefonino squillava a vuoto, il suo nome però per fortuna non era tra quelli dei caduti o dei feriti nella battaglia di quel maledetto mercoledì. Poi finalmente si è fatto vivo. Che brutta, orribile cosa è la guerra. Una guerra che noi non avremmo voluto, ma che siamo stati costretti a fare. Egoisticamente potrei sperare che a combattere non siano i miei ragazzi, ma quelli di qualcun altro. Ma trovo che non sia giusto. Se tutti in questo paese l´avessero pensata così, ci avrebbero già spazzato via da un pezzo».
In queste ore anche Tel Aviv, la capitale economica, la città del peccato e del divertimento ad ogni costo, sembra meno frenetica del solito. Meno turisti, meno soldi. Meno affari per tutti. Ma non è solo una questione di dollari o euro. Tel Aviv inizia ad avere paura. Quel missile a lunga gittata piovuto ieri l´altro su Afula, a settanta chilometri dal confine libanese, è la prova che Hezbollah può colpire lontano. Lo hanno capito i generali che hanno schierato a nord della più popolosa città d´Israele batterie di missili antimissile, Patriot e Arrow. Gli stessi della prima guerra del Golfo. Quando il nemico era Saddam e la morte poteva portarla uno Scud. Certo la sera ristoranti, bar e localini d´ogni genere sono affollati come sempre. In qualunque altra parte del mondo, la gente se ne starebbe tappata in casa, ma non qui.
Israele è così. «Questa è la nostra vita - dice Ernesto Marcheria, romano di Roma, ristoratore a Tel Aviv dal ‘97 - se ci barricassimo nei nostri appartamenti faremmo felici chi vorrebbe cancellarci dalla geografia di questa parte del mondo».
Forse perché non può fare altrimenti, tutto o quasi il paese è solidale con il governo. E poco importa che Olmert, il premier, Peretz, il ministro della Difesa, Livni, la responsabile degli Esteri, non siano dei militari. Stanno facendo quello che si deve - è opinione comune - ciò che ciascun israeliano al loro posto avrebbe fatto. Bino Fadlon, imprenditore tessile, sostiene che l´inesperienza militare di Olmert sia un falso problema. «E´ in politica da sempre, si è fatto le ossa con Begin, ha vissuto da vicino tutte le crisi che abbiamo dovuto affrontare in questi decenni. Come si fa a non fidarsi di uno così?».

Statistiche sito,contatore visite, counter web invisibile