Nel quartiere di Grbavica, le ferite aperte di una madre
Silvana Silvestri
Roma
Da venerdì nelle sale arriva il film vincitore dell'Orso d'oro a Berlino Il segreto di Esma (Grbavica) esordio di Jasmila Zbanic, distribuito dall'Istituto Luce con il marchio di Amnesty International e corredato di una quantità di premi come quello della giuria ecumenica per la Pace o lo Spirit of Freedom in Israele, film candidato all'Oscar per la Bosnia. La guerra in Bosnia è finita, ma i drammi sono ancora presenti nella vita delle persone e, in questo caso, delle donne che subirono violenze e ne portano le tracce. Il film racconta la storia di Esma che alla figlia non ha mai detto chi è veramente suo padre, lasciandole l'illusione che fosse un martire in guerra. Esma, caso non troppo frequente, aveva invece deciso di tenersi il frutto dello «stupro etnico» (e che si tratti del nemico il film lascia intendere dal pestifero carattere della ragazzina ormai adolescente). «Ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, racconta la regista, quando ho avuto la mia prima figlia e sono rimasta colpita da tutti i casi di violenza dal '92 in poi. La positiva trasformazione che sentivo io nell'avere mia figlia mi faceva pensare a come dovevano sentirsi quelle donne che quei figli non li volevano. Quello che volevo esprimere era cercare un modo per superare quei momenti di violenza. Si tratta di un'emozione molto complessa, non lineare». Nel film si vedonono le donne in terapia, sofferenti e per lo più senza parole: «Ho incontrato molte associazioni di donne violentate. Alcune hanno voluto partecipare al film altre no. Secondo i dati sono state ventimila le donne violentate e di tutte le religioni, anche se la sofferenza non si misura con i numeri. La mia famiglia, musulmana, era comunista vissuta nel periodo di Tito e poichè credono che la religione sia l'oppio dei popoli, io non ho avuto una educazione religiosa. Io sono un'artista e quella è la mia religione. In ogni caso la maggioranza delle donne stuprate sono state le musulmane e solo dopo la guerra la violenza è stata considerata un crimine contro l'umanità. Prima queste donne non volevano apparire, non avevano un'associazione come i militari o gli invalidi di guerra. Quando i politici fanno le campagne elettorali, si fanno vedere volentieri con i reduci, ma non con queste donne. Il governo ripagava economicamente i martiri di guerra, ma non questo genere di martirio. Noi dopo Berlino abbiamo fatto una raccolta di firme per portarle in parlamento, ma dopo tre mesi le hanno riconosciute come «vittime di guerra». Siccome i politici sono uomini, prima hanno cercato di nasconderle. Nel film parlo anche di un altro tipo di violenza, della nuova forma sociale che è stata introdotta e che cerco di descrivere nel «Club Amerika». Noi eravamo uno stato socialista e questa nuova forma sociale è stata anche questa una forma i volenza». Cosa pensa di Flack Jacket (Giubbotto antiproiettile) che Richard Gere sta girando in Bosnia sulle tracce di Rodovan Karadzic, ricercato dal Tribunale dell'Aja? «Ho incontrato Richard Gere. Lui ha basato la sceneggiatura sul fatto che tutti sanno dove sono quei militari ma nessuno li cerca (e si sa che dopo la pace di Dayton i colpevoli non saranno mai catturati). Gli americani hanno raccontato storie bosniache per lo più senza che gli sceneggiatori avessero mai visitato la Bosnia. In questo caso invece le basi sembrano buone». Il film è uscito in Bosnia, ma non nella Repubblica Serbska dove l'esercente che era favorevole a proiettarlo, ha avuto poi paura perchè si è sparsa la voce che si trattava di un film contro i serbi e ha temuto per le sue sale.