Articolo da "Il Manifesto" del 15 settembre 2005

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Le parole per dire l'irraccontabile
«Reaparecide», un volume edito da Stampa alternativa che raccoglie le testimonianze di alcune donne sopravvissute ai campi di concentramento dei militari argentini. Oggi il libro sarà presentato a Roma
CLAUDIO TOGNONATO
«Chi è passato per un campo di concentramento può vivere una vita apparentemente normale: lavora, accompagna i figli a scuola, viaggia, fa spese, va al cinema. Finché, a volte contundente, devastante e incendiario come un fulmine, altre soave, ingannevole e avvolgente come la nebbia, il campo di concentramento torna a farsi presente. Allora ci si paralizza: e si percepiscono di nuovo quegli odori, torna quell'oscurità, si sente di nuovo lo sferragliare delle catene, il clangore metallico delle porte, lo sfrigolio della picana ed è di nuovo paura, il peso e il dolore delle sparizioni». È quasi impercettibile, ma la voce di Miriam si spezza, diventa un po' rauca, inciampa su se stessa. Liliana, a suo fianco, le chiede se vuole che prosegua lei con la lettura, Miriam la guarda, abbozza un sorriso e va avanti. Entrambe sono vittime e non vogliono esserlo, combattono contro quella lacrima che vuole affiorare e contro la facile commiserazione di chi ascolta. Vogliono raccontare, capire e ripercorrere la loro storia per tentare, ancora una volta, di renderla propria. È sabato sera, siamo a Pitigliano, Grosseto, alla terza edizione del «Festival Internazionale della Letteratura Resistente» che si svolge in concomitanza e contrapposizione a quello di Mantova. Lo stile è quello del suo ideatore Marcello Baraghini che dal 1970 dirige Stampa Alternativa.
I muri del locale sono tappezzati di quadri di Rashida Bouindi, una diciottenne marocchina trapiantata nel Lodigiano che ha deciso di rompere il muro dell'emarginazione dipingendo la pianura padana con i colori della sua Africa, integrando e mescolando diverse tonalità, storie e geografie. La giornata di apertura del Festival era stata dedicata a lei e alla sua storia di vita. Anche Rashida è seduta in sala insieme a tanti altri, nell'aria si sente quello strano silenzio che accomuna le persone quando accade qualcosa d'importante, un silenzio immobile che fa da cornice alla testimonianza di quelle donne desaparecidas che sono tornate dalla morte.
Le reaparecide (Stampa Alternativa, pp. 362, € 15) apre un nuovo capitolo nel racconto degli anni dell'orrore della dittatura militare argentina (1976-1983), ma soprattutto spalanca le porte del tristemente celebre campo di concentramento della Esma (Escuela de Mecanica de la Armada). Il volume, tradotto da Fiamma Lolli, è stato scritto a cinque mani, o meglio sarebbe dire cinque voci, quelle di: Munú Actis, Cristina Aldini, Liliana Gadella, Miriam Lewin ed Elisa Tokar che si sono incontrate davanti ad un registratore per ben due anni per ritornare nel luogo della prigionia, segnato dalle piaghe del sequestro, della tortura e della morte di migliaia di uomini e donne. Queste cinque donne con un passato in comune si sono riunite e hanno cominciato a raccontare l'irraccontabile, ad articolare ciò che non era stato ancora rimosso, a riconoscere ciò che sembra inammissibile. La voce di Miriam continua a risuonare tra le mura del Magazzino Giustacuori che ospita il Festival, ripercorre vicende che vorremmo non fossero vere, come quando Cristina fu portata a ballare in una delle più note discoteche di Buenos Aires insieme ad altre due compagne di prigionia. Cristina fu sequestrata in dicembre 1978 e rimase desaparecida fino a maggio 1979, ma anche dopo la liberazione rimase sotto stretta sorveglianza per anni. «Noi eravamo impietrite: tre statue di sale circondate da gente che ballava. Il Tigre non la smetteva di insistere con rabbia che andassimo a ballare e naturalmente Andrea, Adriana e io non avevamo nessuna intenzione di muoverci. Tentammo di rifugiarci in un'espressione di totale apatia, di cui lui godeva sadicamente: amava la tensione che riusciva sempre a creare tra il suo scandaloso potere e l'unica cosa che ci era rimasta, la nostra umanità (...) Ballai e ballai, come un automa, esibendo la più grande indifferenza mentre dentro tremavo come una foglia. Finché dopo un po', misero una canzone che aveva significato molto per me. Era la nostra canzone, mia e del mio compagno, sequestrato, torturato e ucciso da quei mostri. Non c'è la feci più. Dissi basta, finsi un capogiro, corsi in bagno, mi chiusi in una toilette e là, rannicchiata in un angolo tra la tazza e il muro, scoppiai in un pianto dirotto, disperato, cercando di soffocare i singhiozzi che mi strozzavano».
Non solo ballare, alcune di loro sono state portate anche a cena con i loro aguzzini che trovavano più interessante uscire con le prigioniere che con le loro moglie: «Con voi si può parlare di cinema, di teatro, di qualsiasi argomento: con voi possiamo parlare di politica, sapete tirar su i bambini, sapete suonare la chitarra, sapete tenere in mano un arma». Per uno strano meccanismo molti ufficiali vivevano come detenuti. Per tutto questo non c'è una spiegazione, così come loro non capiscono perché sono ancora vive mentre migliaia sono finiti in mezzo al mare buttati da quei voli della morte che ogni settimana prelevavano il suo carico proprio dall'Esma. «Tutte noi, nel corso delle nostre vite, abbiamo dovuto affrontare prima o poi la diffidenza generata dal fatto di essere sopravvissute a un nemico che ci ha avuto nelle sue mani e che ha sterminato la maggior parte dei suoi prigionieri. E nei nostri incontri, più di una volta, siamo tornate a chiederci, come in una litania: perché siamo vive?»
Domande che restano senza risposta, che generano un assurdo senso di colpa nei confronti dei migliaia di morti e desaparecidos. Sono storie difficili, fatte di angosce e ricordi che rinnovano dolori mai rimarginati. Loro hanno avuto bisogno di vent'anni per trovare le parole per dirlo. Oggi, in Argentina, alcune cose sono cambiate, sono state abolite le leggi che impedivano l'apertura di nuovi processi contro i militari e molti repressori saranno condannati. L'Esma è stato convertito in museo della memoria ed è stato visitato dal presidente Néstor Kirchner insieme a Munú Actis, Cristina Aldini, Liliana Gardella ed Elisa Tokar.
Le reaparecide evoca il Primo Levi di Se questo è un uomo quando dice: «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no». Questo libro avvicina Auschwitz a Buenos Aires in un viaggio impossibile verso la condizione umana.
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