Articolo da "Il Manifesto" del 28 marzo 2004


CONTRORDINE
Lady di ferro con faccia di bronzo

ALESSANDRO ROBECCHI
«Siamo americani, baby, i nostri nomi non vogliono dire un cazzo». La battuta è di John Travolta (in Pulp Fiction), ma si applica perfettamente al consigliere per la sicurezza nazionale americana, Condoleezza Rice. Dicono le cronache che il papà voleva chiamarla Condolcezza, ma poi hanno fatto casino all'anagrafe e così gli americani si sono ritrovati un refuso a guardia della loro sicurezza nazionale. Inutile dire che Condoleezza fu subito adottata, coccolata e vezzeggiata dai media bushisti di tutto il mondo: per la sua grinta, per la sua determinazione e pure per i suoi tailleur (Carlo Rossella su Panorama in una memorabile intervista-genuflessione). Insomma, per qualche anno la signora, afflitta da un errore di stampa fin dalla nascita, è stata portata in palmo di mano: donna e nera in un clan di bianchi affaristi texani sembrava perfetta per quella finzione di democrazia in cui l'America è maestra. Oggi di quell'affetto è rimasto pochino, perché la signora Rice sta collezionando una serie epica di figuracce, bugie, imprecisioni, contraddizioni e autogol, anche il New York Times (e l'America tutta) comincia a pensare che la sicurezza degli americani merita qualcosa di meglio di una ragazza volonterosa e determinata che si arrampica sugli specchi. L'occasione di mettere Condoleezza davanti alle numerose contraddizioni, sue e dell'amministrazione di Dabliù, viene dalla commissione d'inchiesta sull'11 settembre, dove la Rice ne ha combinate di tutti i colori. Commissione ostacolata dall'amministrazione, silenziata, boicottata, fino al rifiuto della Rice di deporre (sotto giuramento) in un'udienza pubblica, con la tivù e tutto il resto. Ha preferito deporre in modo informale e senza giuramento, finendo per dire una tale carrettata di bugie che molti, persino dentro l'amministrazione americana, cominciano a pensare che nel suo caso l'errore di stampa non sia quello più grave. Prima ha negato che l'amministrazione uscente (quella di Clinton) avesse lanciato allarmi su Al Qaeda, poi ha cambiato versione. Prima ha detto di non sospettare nemmeno lontanamente che i terroristi avrebbero potuto usare aerei come bombe, poi ha cambiato versione. Prima ha detto che l'invasione dell'Iraq era per l'amministrazione un «problema a parte» rispetto agli attentati dell'11 settembre, poi è stata smentita da un ordine scritto di Bush, che già il 17 settembre 2001, con Ground Zero ancora fumante, chiedeva al Pentagono (fumante pure lui) di occuparsi della guerra a Saddam. Nell'ordine Condoleeza è stata smentita senza tanti giri di parole da Richard Clarke (antiterrorismo), Richard Armitage (sottosegretario di Stato), George Tenet (Cia), oltre che da un documento firmato George Bush (petroliere e figlio di). Però, nel frattempo, tra una bugia e l'altra, ha fatto il giro dei media per farsi intervistare e gettare fango su chi l'aveva smentita, con un'invasione impressionante di tivù, giornali e talk show. Dovesse rimanere disoccupata, potrebbe assumerla Silvio, lo stile è quello. Resta il fatto che (forse) Condoleeza la pagherà, e al primo rimpasto (Dabliù lo sta studiando) toglierà il disturbo: dal suo insediamento non si può dire che la sicurezza americana sia aumentata, e siccome era sul suo tavolo che confluivano i rapporti di Cia e Fbi c'è chi avanza il dubbio che lei non si sia mai presa la briga di confrontarli. Da ragazza di ferro a capro espiatorio il passo è breve, insomma, mentre si sospetta sempre più che sull'11 settembre - questo snodo fondamentale delle nostre vite - nessuno ci abbia detto tutta la verità e anzi qualcuno teme che venga a galla a ridosso delle elezioni di novembre. Rimangono, a futura memoria, l'infatuazione per questa lady di ferro (le lady, ai marines del giornalismo nostrano, piacciono solo se di ferro), i peana e i battimani, le dichiarazioni di stima e di ammirazione di cui oggi - guarda tu il caso - non si sente più nemmeno l'eco. Memoria corta, un classico. Condoleeza verrà archiviata e dimenticata in fretta, come un refuso della storia, l'anello più debole della lunga catena di magliari che oggi, ahinoi, governa la prima (e unica) potenza mondiale.