BLOODY GEORGE parla alla nazione e manda l'ultimatum a Saddam: o l'esilio o la guerra, anzi la guerra anche con l'esilio... la guerra in ogni caso..., senza se e senza ma..., perchè, così, l'America aveva già deciso da un pezzo...

Intanto, prima di incominciare, le prime vittime...

Baghdad, 17:01
Iraq, incinte e disperate chiedono cesareo prima di attacco

Scene di panico nel reparto maternità dell'ospedale "Elwiyah" di Baghdad. Le donne incinte chiedono in massa di subire un cesareo anche se le loro gravidanze non sono a termine perchè non vogliono rischiare di partorire in condizioni di disperata emergenza nel corso dell'attacco militare.

Nell'ospedale medici e personale paramedico ancora ricordano episodi tragici avvenuti nel corso della guerra del 1991, quando molte partorienti morirono per non essere riuscite ad arrivare al pronto soccorso a causa dei bombardamenti. Così, spiega il primario del reparto, il dottor Khouloud
Younes, in un'intervista all'agenzia Reuters, molte chiedono il cesareo, anche se sono solo di sette mesi, perché hanno paura che con l'entrata in vigore del coprifuoco, quando certamente mancheranno luce e acqua, partorire sotto le bombe sarà ad altissimo rischio, per loro e per i nascituri.
Il problema è che dopo oltre 12 anni di embargo, non ci sono anestetici: difficile dunque fare dei cesarei in quelle condizioni e i medici preferiscono indurre il parto con i pochi farmaci ancora disponibili, il che però presuppone una lunga fase di dolorosissimo travaglio.

L'ansia divora le giovani madri, molte hanno reazioni allergiche, le difficili condizioni psicologiche di chi attende da mesi l'inizio della guerra rendono più lunga la fase del travaglio anche alle donne che sono già a termine. I neonati prematuri vengono messi nelle antiquate incubatrici, con la speranza che sopravvivano, spesso lottando contro le madri che vorrebbero portarli a casa comunque.

"I neonati devono restare qui - dice il primario - Noi possiamo solo chiedere a Dio che abbia pietà di loro e di noi. Noi restermo con loro". E molti medici da giorni non tornano a casa, perché temono che se cominciasse l'attacco non sarebbero in grado di raggiungere l'ospedale.