Articolo da "La Repubblica" del 2 luglio 2003
IL SUMMIT DI MARRAKESH
Settecento delegate da paesi del Terzo Mondo e dell´Occidente per la prima volta riunite in un paese musulmano
Business, potere e velo islamico il controvertice delle donne
Marocco, le manager del futuro nella "Davos al femminile"
La sfida del microcredito nel Sud, il successo delle imprenditrici del Nord, la battaglia per le libertà civili contro i fondamentalismi religiosi
E´ un summit mondiale ma qui poteri e interessi si misurano su diritti elementari: accesso ai finanziamenti, regimi oppressivi
La principessa Lalla Hasna apre i lavori con un messaggio del re Mohammed VI sull´eguaglianza tra i sessi nell´Islam

RENATA PISU
MARRAKESH - Lo chiamano la Davos al femminile, questo vertice mondiale delle donne svoltosi in Marocco e giunto alla sua tredicesima edizione senza che mai ci sia stata un´ombra di contestazione, segno che le donne di potere ne gestiscono ancora assai poco, quindi non fanno male a nessuno. Per ora.

Non sono delle "povere donne", certo no, ma tra le settecento convenute da 80 paesi, c´erano anche delle donne povere, come Amina, presidente di una cooperativa che fa bottoni in seta a Sefrou, vicino a Fez. Piccola, infagottata nella sua djellaba, il capo coperto dal velo islamico, gli occhi ridenti, mi confida che qui non conosce nessuno, che si sente fuori posto. E non vorrebbe nemmeno andare alla cena di gala, ma poi delle ragazze in pantaloni attillati e capo scoperto, marocchine come lei e disinvolte che più non si potrebbe (perché il Marocco è un paese che marcia a due velocità non solo nell´economia ma anche per quanto riguarda la condizione femminile) la trascinano via quasi a forza. Il giorno dopo mi dice che si è molto divertita. Mai era stata a un party, tra signore americane ingioiellate - le promotrici del convegno, tutte irradianti ottimismo e pronte a raccontare storie tipo "dall´ago al milione" che si concludono con un " Via ragazze che ce la fate!" - e sorelle islamiche più o meno "evolute", giunte qui dal Bahrain, dal Bangladesh, dall´Egitto, dalla Siria, dalla Tunisia, dalla Turchia, dalla Palestina, dallo Yemen, dal Libano, dalla Giordania, persino dall´Iraq. Donne politiche e donne imprenditrici, donne che ce l´hanno fatta a metter su il loro business e donne che vorrebbero imparare la ricetta del successo perché, ne sono tutte convinte, soltanto il potere economico può rendere più libere le donne.

Lo ha detto la principessa Lalla Hasna, l´elegantissima sorella del re Mohamed VI, che nella sessione inaugurale ha letto un messaggio nel quale Sua Maestà dichiara che «la nostra santa religione mette le donne su di un piano di assoluta eguaglianza». E, magari, per il Marocco urbano, che viaggia ad alta velocità, sarà anche vero, visto che le donne elette in Parlamento sono 35 e nel governo ci sono tre ministre. Ma nelle campagne, nei villaggi dell´interno? E negli altri paesi? «Il problema è ovunque il sottosviluppo, non la religione», taglia corto Zoulikha Nasri, consigliere della Corona per la questione femminile, fiera che, per la prima volta, la Davos delle donne si tenga in un paese arabo che il 16 maggio, a Casablanca, è stato duramente colpito dalla violenza terrorista; così si temeva che le donne avrebbero avuto paura dei fondamentalisti. «Invece sono venute tutte quante, più numerose di quanto ci aspettassimo», mi dice Afefa, dirigente di una Ong marocchina che si occupa di micro-crediti alle imprese di donne. «Beate loro che oggi si interessano di economia», sospira una bionda irachena che è, o era, insegnante di statistica a Bagdad ed è venuta qui superando mille difficoltà. «Noi dobbiamo cominciare non da zero ma da sotto zero. Dobbiamo farci spazio nella politica prima che gli uomini si riorganizzino escludendoci. Poi passeremo al business».

Ma quale business? Quali imprese possono sperare di avviare e di far prosperare le donne del sud del mondo? In grande possono pensare in poche, quelle che oltre allo spirito di iniziativa hanno beni al sole e nessun bisogno di micro-crediti. La maggior parte pensano in piccolo, è gioco forza. Pensa in piccolo l´enorme Thope che viene da Città del Capo e sembra un monumento vivente alla negritudine: ha messo su un bed and breakfast, non un gran guadagno ma lei sembra pensare che da cosa nasca sempre cosa. La osservo mentre ascolta Mary Harney, vice primo ministro dell´Irlanda, la quale racconta che, nel volo verso Casablanca, suo marito, che qui l´ha accompagnata in veste di principe consorte, ha notato che in business class c´erano praticamente soltanto donne. E lei gli ha risposto: «Darling, questo è il futuro». Thope si mette a battere le mani e grida forte «Yes! Yes! Viva il futuro!». Ma quando mai verrà il futuro, sia pure in classe economica, per queste centinaia, migliaia di micro-imprenditrici? E per le islamiche alle quali, oggi, viene rifiutata, a Marrakesh una stanza d´albergo in quanto non si accettano donne non accompagnate da un uomo loro tutore e garante? E´ successo a quattro sarte venute da Chefchaouen, nel nord del paese, che sono venute per presentare in una sfilata la loro collezione di djiellaba. «In un hotel a quattro stelle non avrebbero avuto problemi - mi dice Maurizio Verrina del Cesvi, una Ong italiana che a Chefchaouen finanzia un progetto di sostegno all´artigianato - Ma loro non possono permetterselo, così abbiamo cercato di farle ospitare in case private».

Fuori dal salone dove si svolge un incontro riservato alle donne dei paesi arabi - off limits per la stampa - incontro due palestinesi che sono uscite per fumare una sigaretta e sono furiose perché, secondo loro, le donne arabe devono parlare in arabo, mica in francese. Comunque erano soddisfatte per l´ovazione ricevuta il giorno prima dalle 700 delegate, tutte in piedi, tutte a battere le mani, le africane che emettono i loro gorgheggiati uhuhuh, l´ambasciatore degli Stati Uniti in Marocco, la signora Margaret Tutweiler, che si guarda in giro preoccupata e si decide a mettere la cuffia per capire cosa mai dicano in arabo quelle due palestinesi. Niente di importante, si rassicura. Sono lì, sono presenti, e questo è quanto basta. Perché è questo lo scopo del vertice mondiale delle donne: essere presenti, conoscersi, scambiarsi indirizzi di posta elettronica, incoraggiarsi a vicenda, non trarre conclusioni e emanare direttive, al massimo augurarsi che si arrivi a una globalizzazione dal volto umano. Non erano invece lì, ma trattenute all´aeroporto di Marrakesh per dodici ore e poi rispedite a casa, tre imprenditrici di Taiwan ufficialmente invitate. La stampa marocchina non ne ha parlato, al vertice si è levata soltanto una debole protesta, nessuno ha osato parlare di interferenze politiche della Grande Cina. Sarebbe mai immaginabile una cosa simile nella Davos maschile?