Articolo da "La Repubblica" del 8 luglio 2003
Roma, la Caritas Internationalis denuncia i sette peccati mondiali: il benessere è in poche mani

Alle donne solo l´1 per cento della ricchezza della terra
Sfruttamento minorile, schiavismo sete, povertà: per i prossimi quattro anni l´organizzazione collaborerà all´attuazione degli obiettivi Onu

La ricetta per la Chiesa cattolica non è "demonizzare". "Meglio costruire un nuovo mondo dove ci sia più spazio per tutti i mondi"

MARCO POLITI
ROMA - Quattro milioni di donne e bambine vendute ogni anno come una merce qualsiasi. Per matrimonio, prostituzione o schiavitù domestica. Un milione di minori avviati annualmente all´industria del sesso. Oltre un miliardo di esseri umani privati dell´accesso all´acqua potabile. Ottanta nazioni del mondo che si impoveriscono sempre di più. Milioni di uomini e donne nel terzo mondo inchiodati a salari da fame e condizioni di lavoro insostenibili sotto il ricatto che altrimenti le imprese transnazionali sposteranno altrove appalti e subappalti.

La lista dei «peccati», che si registrano nel mondo globalizzato, sta lì nel documento per la discussione che serve da traccia per i quattrocentocinquanta delegati, giunti a Roma per l´assemblea generale della Caritas Internationalis. La grande mano solidale della Chiesa cattolica nel mondo. La "confederazione", che riunisce 154 Caritas di altrettanti paesi nei cinque continenti. E tra poco saranno oltre centosessanta.

Non è sfiduciata la grande platea multiculturale, riunita nell´aula magna dell´università pontificia Urbaniana. Sono uomini e donne, sacerdoti e vescovi di ogni parte del pianeta abituati alla paziente concretezza del Samaritano nel combattere giorno per giorno per la sanità, l´educazione, il giusto salario, la degna abitazione, la non discriminazione. Non mancano di umorismo i buoni samaritani dell´anno Duemila. «Cosa verrà dopo la globalizzazione?», chiede uno di loro con l´aria finta del Bertoldo.

Perché il "documento per la discussione" parla chiaro. Elenca anche le conquiste del mercato globale. «Se prendiamo 100 - dice - come indice dell´anno 1972, vedremo che «nel 1995 la produzione di beni è salita a 806, le esportazioni a 1277, gli investimenti a 1780 e le transazioni finanziarie a 4226». Tutto bene. «Ma se la povertà non è un incidente della storia... bisognerà trovare un legame tra la crescita simultanea di benessere e ricchezza». Conclusione: il benessere accresciuto tende sempre più a concentrarsi in poche mani invece di essere distribuito equamente. Qualcosa non funziona se dodicimila indonesiane, che fabbricano scarpe Nike, scoprono di avere un salario complessivo inferiore all´ingaggio pubblicitario di un campione di basket.

Dice il cardinale Oscar Rodriguer Maradiaga, brillante esponente della nuova leva episcopale sudamericana, che la globalizzazione «è molto selettiva», non stiamo andando verso un mondo più giusto e «un selvaggio capitalismo sta parzialmente ritornando» con tipi di sfruttamento degni dell´Ottocento.

Ma la ricetta per la Chiesa cattolica non è la demonizzazione. Piuttosto, come dice il cardinale, «costruire un nuovo mondo in cui ci sia spazio per tutti i mondi». I quattro obiettivi da tenere a mente per le migliaia di volontari cattolici sono: globalizzare la solidarietà rispettando l´autodeterminazione dei popoli, arrivare ad un uso equo dei beni universali, scelta preferenziale per i poveri, lavorare per il bene comune.

Con il passare degli anni il lavoro dei samaritani cattolici si è spostato dall´assistenzialismo che «cura le ferite» all´impegno per «affrontare le malattie». Anche stimolando l´educazione alla partecipazione politica. «Una volta - dice monsignor Diarmuid Martin - la Chiesa era esitante dinanzi alla politica. Oggi appare chiaro che lo sviluppo passa anche attraverso la reale partecipazione di ogni soggetto alle decisioni sociali». Globalizzare la solidarietà, sottolinea il Papa nel suo messaggio, è il modo migliore per fare i conti con il fenomeno del terrorismo.

Per il prossimo quadriennio Caritas Internationalis, insieme alle organizzazioni nazionali, punta su alcune priorità. Anzitutto collaborare per i grandi obiettivi indicati dall´Onu per il 2015: ridurre della metà il numero di coloro che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, garantire l´insegnamento elementare a tutti i bambini, eliminare diseguaglianze di genere nell´insegnamento, ridurre di due terzi la mortalità infantile, ridurre di tre quarti la mortalità delle puerpere, bloccare la diffusione di Aids, paludismo e altri morbi gravi, dare acqua potabile a metà di coloro che ne sono privi.

Fra gli altri campi d´impegno: missioni di pacificazione (Colombia, Africa, Medio Oriente), sostegno ai diritti umani, rilancio del dialogo interculturale e interreligioso. E molta attenzione è riservata al problema del «gender», cioè la non discriminazione tra uomini e donne. «Per lo sviluppo del terzo mondo è essenziale liberare le energie delle donne, farle partecipare alle scelte, offrire loro tutte le opportunità e anche ruoli di comando - spiega Annie Dickinson, presidente di Caritas Nuova Zelanda - perché conoscono bene la realtà sociale in ogni piega, una realtà che spesso è un «mondo femminile»».

C´era da cambiare qualcosa anche all´interno di Caritas Internationalis da questo punto di vista, aggiunge la Dickinson. «L´ottanta per cento di chi lavorava erano donne, ma là dove si prendevano le decisioni ce n´erano pochine». Il nuovo statuto prevede un´equa rappresentanza. Dio, ricordava papa Luciani, è anche madre.