Articolo da "Nuovi Mondi Media"
La forza delle diversità - Intervista a Vandana Shiva

Scritto da roberto su Sabato, 17 Gennaio 2004 - 17:09
di Claudio Jampaglia
Il neoliberismo è morto? "È morto come ideologia e modello economico; per questo oggi si appoggia in maniera sempre più drammatica al militarismo. Il fatto che questa idea di globalizzazione abbia bisogno della violenza per restare in vita prova la sua morte ideologica". Un'anticipazione dal numero 2 di "Alternative" in uscita a fine gennaio.

Dopo il collasso del Wto a Cancùn credi che siano definitivamente tramontate anche le istituzioni internazionali che lo hanno promosso?

Non credo. Le due cose non vanno insieme. Le istituzioni finanziarie internazionali hanno supportato e sostenuto il neoliberismo in maniera diretta, attraverso il formale controllo dei governi del Sud del mondo, e non attraverso negoziazioni che possono essere identificate e contrastate da una mobilitazione internazionale. Questa è la grande differenze tra Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, da una parte, e il Wto dall' altra. Ed è il motivo per cui si sono potuti registrare i successi di Seattle e Cancùn. La Banca Mondiale e il Fmi, invece, intervengono direttamente nei paesi e sono i movimenti locali a dovergli fronteggiare. Con queste organizzazioni, Wto compreso, possiamo solo batterci unendo i temi e le lotte a livello locale con la forza di un movimento globale come quello che abbiamo oggi. Per essere efficaci ci vuole un coordinamento internazionale di lotte nazionali e locali. Finché non riusciamo a riportare questi livelli al centro delle lotte globali, le istituzioni finanziarie continueranno a produrre la loro fallimentare agenda globale.

Come giudichi il G21[1], si tratta di un'alleanza nata per le negoziazioni commerciale o di un nuovo blocco di "non allineati" con la globalizzazione liberista?

Per comprendere il G21 bisogna guardare attentamente a come si è formato. In pratica, sono le pressioni dalle popolazioni locali ad avere costretto quei governi a confrontarsi sui limiti delle negoziazioni commerciali. Dopo otto anni di applicazione delle regole del Wto e più di dieci di deregolamentazione commerciale internazionale, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche le promesse fatte al Terzo Mondo di uguaglianza di trattamento per tutti i paesi sono state disattese. I paesi del Sud del mondo non sono stati in grado di difendersi da soli, rispetto al Nord del mondo che continua ad aumentare i sussidi alle proprie produzioni agricole e industriali e tiene ben chiusi mercati vitali per l'esportazione del Sud. L' esistenza di questo doppio regime era scandalosa e sfrontata. Ma sono i movimenti ad avere reso possibile la nascita del G21.

Non si tratta, in sostanza, di un'iniziativa autonoma, ma del risultato delle mobilitazioni e della crescita dei movimenti nazionali, delle loro pressioni sui governi e della presenza di un movimento internazionale che ha creato le condizioni per un nuovo rapporto con la politica.

In India, ad esempio, esiste da anni una forte campagna contro il Wto. Prima dei negoziati di Doha, come poi è successo anche per Cancùn, il cartello di associazioni e organizzazioni che si battono contro le regole del Wto hanno promosso seminari, analisi, incontri pubblici e istituzionali - in particolare con il Primo ministro, il Ministro del commercio e la delegazione indiana - per fornire valutazioni e indicazioni sui temi in discussione nei negoziati. La capacità di informare e di entrare nel merito dei temi del Wto, la competenza sempre maggiore di queste associazioni e Ong, è stata determinante come deterrente all'opacità delle dichiarazioni ministeriali (che tendevano sempre a sminuire la ricaduta sul territorio delle trattative commerciali) e come supporto per denunciare l'illegittimità e l'antidemocraticità del Wto. In questi anni si può dire che non abbiamo fatto altro.

Il G21, quindi, è l'espressione dei successi raggiunti dalle organizzazione cittadine e popolari e il suo futuro dipende da quello dei movimenti. Se riusciremo a tenere alta la pressione su un numero significativo di governi in grado di disimpegnarsi dalla frode del neoliberismo, potremo continuare nel cambiamento intrapreso. Certo le resistenze saranno molto forti, come nel caso dei paesi del Centro America che hanno già abbandonato il campo sotto le pressioni Usa. Ma possiamo farcela. Basta pensare che la Commissione europea ha dovuto ammettere, proprio in occasione di Cancùn, che il consenso con cui il neoliberismo aveva governato il mondo non può più essere garantito.

Restando in Europa, come giudichi lo stato d'avanzamento dell'Unione, la sua Convenzione e il ruolo dei movimenti?

Si tratta di definire prima di tutto cosa vogliamo da un'unione regionale e dal suo governo. Credo che il primo livello di richiesta e di pressione da parte dei movimenti debba concentrarsi sulla coerenza politica dei principi e dei valori dell'Unione. Ovvero parlare chiaramente di "democrazia del pianeta Terra", di democrazia globale. Viviamo in una congiuntura storica dove le capacità dell'uomo di distruggere le proprie possibilità di vita si sono allargate a dismisura. Inquiniamo l'aria e destabilizziamo il clima, produciamo continui rischi d'estinzione di specie animali e vegetali, stiamo distruggendo tutte le nostre risorse d'acqua e in sostanza stiamo progressivamente rendendo impossibile la vita sul nostro pianeta. Ci dimentichiamo della nostra sostenibilità e della connessione perenne in cui viviamo con il mondo naturale. In ciò non esiste alcuna differenza tra Primo o Terzo mondo, tra Europa o Africa: siamo tutte comunità indigene a rischio. Dobbiamo riconoscere che il livello di partenza è il locale. Si può costruire una democrazia nazionale o regionale solo sulla base di democrazie locali; ciò vale per l'Europa come per il sistema globale. Il liberismo ha legittimato l'idea di una democrazia limitata, ha permesso la creazione di democrazie di cartone, formalmente rappresentative, ma vuote. Il liberismo ha promosso la combinazione di rappresentanze politiche elette direttamente dai popoli con un contesto di dittatura economica. In una situazione simile la democrazia rappresentativa non è possibile. Lo abbiamo visto con l' emergere, in regioni e paesi completamente diversi, di governi e tensioni fondamentalisti e xenofobi. È inevitabile. Questo è il motivo per cui dobbiamo rispondere a questa dittatura economica e alla rinascita di una destra aggressiva richiamandoci a una democrazia che contenga al suo interno la democrazia economica e tutto ciò che incide realmente sulla qualità e la stessa sopravvivenza della nostra vita.

Quale può essere il migliore lascito del Forum sociale mondiale indiano?

Il mio sogno e che le forze del Forum sociale, i movimenti, indiani e non, abbiano compreso con chiarezza che la diversità è la loro forza - e non la loro debolezza - e che non abbiamo bisogno di cercare costantemente nuove standardizzazioni e uniformità. Il segno e l'energia dell'India sono rappres entati dalle sue diversità, e spero che queste possano permeare profondamente l'intero movimento globale. Il secondo auspicio è collegato al primo e riguarda la possibilità di ottenere vittorie sostanziali e durature. Mentre stiamo raccogliendo tanta solidarietà internazionale e partecipazione non dobbiamo dimenticare che siamo comunque la punta di un iceberg. È venuto il momento per ciascuno di noi di trovare principi comuni di azione a livello locale e nazionale. La costruzione e la moltiplicazione di istanze, lotte e vittorie locali, nel quadro di un movimento internazionale è l'unico modo per vincere la scommessa della democrazia globale dal basso.

Nota

[1] Con G21 si indica l'alleanza di Governi che a Cancùn si è battuta per il rispetto di un'agenda condivisa e equa di concessioni commerciali a partire dalla discussione sui sussidi agricoli di Stati Uniti e Europa. Promossa da Brasile, Cina e India, l'alleanza G21 è stata determinante nel fallimento della strategia di cooptazione e ricatto messa in atto dai negoziatori di Wto, Usa e Ue nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Ora l'alleanza G21 (diventata G17 per il venire meno di Costa Rica, El Salvador, Honduras e Messico) si pone il problema di continuare nella propria agenda di proposte per il commercio internazionale o meno.

Fonte: http://www.attac.info/mumbai2004/?NAVI=1016-114383-14it