Articolo e immagine da "Il Giornale di Brescia" del 6 agosto 2003

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Vandana Shiva: un mondo diverso garantito da semi diversi
L’INDIANA «GURU» DEI NO-GLOBAL HA MESSO IL SUO PENSIERO A SERVIZIO DELL’ECOLOGIA SOCIALE
Le donne e la filosofia
Maria Mataluno
Quando Vandana Shiva, poco più che diciottenne, lasciò la sua terra, l’Himalaya era una delle zone più verdi e incontaminate della Terra, abitata da gente semplice ma serena. Quando vi tornò dopo aver compiuto i suoi studi di fisica nelle università inglesi e americane, al posto del paradiso terrestre che aveva fatto da scenario alla sua infanzia trovò villaggi sprofondati nella miseria e nello squallore, popolati da ex-contadini e pastori impoveriti nelle sostanze e nell’anima. Fu allora che questa intellettuale controcorrente, nata a Dehra Dun nel 1952, decise di dedicare la sua vita al pensiero e alla ricerca. Non una ricerca astratta, lontana dai problemi quotidiani dell’umanità, bensì una riflessione «pratica» nel senso filosofico del termine, che si occupasse dell’uomo nel suo ambiente materiale e di trovare le vie per costruire un mondo migliore. A questo fine fondò, nella sua città natale, il Centro per la scienza, la tecnologia e la politica delle risorse naturali, un istituto che affrontava le questioni ecologiche in un’ottica sociale. Grazie a Vandana Shiva, era nata l’ecologia sociale. Contro le politiche di sostegno allo sviluppo messe in atto dai Paesi ricchi senza preoccuparsi di appurare quali siano i reali bisogni delle popolazioni del Terzo Mondo, Vandana Shiva si propone di indicare alle nazioni più povere una strada verso la modernità che tuttavia non snaturi i valori millenari su cui si fondano le loro culture. Mentre le multinazionali fanno di tutto per diffondere modelli di produzione «globali», che rischiano di distruggere non solo gli ecosistemi di zone caratterizzate da una grande biodiversità ma anche gli equilibri su cui si reggono alcune società, Vandana Shiva difende il diritto di sopravvivenza di tutte le culture «altre», convinta che il grado di civiltà non sia dato dalla capacità di incidere sul mercato mondiale, ma dalla ricchezza di storia, di cultura, di tradizioni. E difesa delle culture significa anche difesa delle colture tradizionali contro il dilagare del biotech, che minaccia di appiattire ogni varietà e differenza in nome del dio profitto. Nel 1991 Vandana Shiva ha fondato così il Navdanya, un movimento per salvaguardare i semi autoctoni contro la diffusione, imposta dai Paesi occidentali a loro dire per fini umanitari, delle coltivazioni industriali. Negli ultimi decenni, avverte la Shiva nella sua opera più nota, Monoculture della mente (Feltrinelli), nel mondo sono scomparse decine di qualità di riso, grano, orzo, farro, sostituite da semi creati in laboratorio, più resistenti e produttivi. Questi semi sono stati presentati ai contadini della Cina, delle Filippine, dell’India o del Perù come ritrovati miracolosi che li avrebbero messi al sicuro da una natura capricciosa, capace di distruggere il lavoro di anni con un tifone o un periodo di siccità. In realtà, l’omologazione delle coltivazioni e delle mentalità che ne è derivata hanno significato un impoverimento per i contadini dei Paesi interessati dalla «rivoluzione verde», che si sono ritrovati privi delle tradizionali fonti di nutrimento e di materie prime. «Il Mahatma Gandhi aveva trasformato il fuso nel simbolo della libertà dell’India - ha scritto la Shiva in un recente articolo, - ora il cotone è diventato il simbolo di una nuova schiavitù. (…..) Sotto la spinta delle grandi corporations, gli agricoltori di Warangal non coltivano più il riso, le lenticchie e le verdure che sostenevano le loro famiglie, ma coltivano cotone. Le ditte produttrici dei semi hanno usato filmati di propaganda per vendere i semi di cotone ibridi promettendo ai contadini che sarebbero diventati ricchi. Questo seme è stato venduto con il nome di "oro bianco". Invece di diventare milionari, i poveri contadini sono diventati schiavi dei debiti da cui l’unica via d’uscita è il suicidio». Nei Paesi inondati dalla marea biotech l’avvento delle monocolture provoca disastri non solo ecologici, ma anche nel tessuto sociale, perché «uniformità e diversità non sono solo modi diversi di uso della terra, ma anche modi di pensare e modi di vivere». Due modi di pensare che, secondo Vandana Shiva - che oltre a essere un faro per gli ecologisti e per i no-global di tutto il mondo, è anche una delle voci più autorevoli del «pensiero della differenza», - possono essere definiti rispettivamente maschile e femminile. Riprendendo l’antica concezione che associa all’idea di femminilità quella di vita e di natura, la Shiva pensa che spetti alle donne difendere Madre Natura dagli attacchi di un sistema economico sempre meno sensibile al valore della diversità. La pensatrice indiana è dell’avviso che uno dei più gravi equivoci generati dalla società industriale riguardi proprio l’assimilazione della donna alla natura non più, come si pensava un tempo, in quanto entrambe capaci di donare e perpetuare la vita, ma in quanto inerti «materiali» da manipolare a proprio piacimento. Le donne, dice Vandana, sono invece le custodi di un sapere primigenio, costruito in secoli di familiarità con la terra, «un sapere che la scienza moderna, baconiana e maschilista, ha condannato a morte», dando vita così a un modello di sviluppo privo del principio tipicamente femminile della conservazione e fondato sullo sfruttamento delle donne e, quindi, della natura. Uno sviluppo che ha portato al dissennato sfruttamento delle risorse naturali della Terra, in primo piano dell’acqua. Di questo prezioso elemento oggi sempre più in pericolo si occupa Vandana Shiva nel suo ultimo saggio pubblicato in Italia, Le guerre dell’acqua (Feltrinelli). Contro le proposte di privatizzare la proprietà dell’acqua, la studiosa rivendica il diritto naturale ad accedervi liberamente, sancito da tutti i codici legislativi occidentali, sin dai tempi dell’Impero Romano. «L’acqua non è un’invenzione umana. Non può essere confinata e non ha confini. È per natura un bene comune. Non può essere posseduta come proprietà privata e venduta come merce. (…..) Poiché la natura ci concede l’uso gratuito dell’acqua, comprarla e venderla per ricavarne profitto viola il nostro diritto al dono della natura e sottrae ai poveri i lori diritti umani». Con queste parole si chiude il nostro breve viaggio tra le pensatrici di ogni tempo. Che ci ha permesso di capire come, da Vandana Shiva a Hannah Arendt, da Simone Weil a Mary Wollstonecraft o a Trotula de Ruggiero, la speculazione femminile abbia una caratteristica che la distingue sempre da quella maschile e che si può certamente definire un merito: essa si «prende cura», ossia si assume la responsabilità, di chiunque abbia bisogno di aiuto, che siano le donne, i perseguitati di ogni fede e razza, oppure la Terra stessa, principio e fine di ogni filosofia.
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