Articolo da "Le Monde Diplomatique" luglio 2003

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Sudan
Schiava - Mende Nazer
Sperling & Kupfer, 2003, 16 euro
Geraldina Colotti
Quella di Mende Nazer non è una favola crudele o una storia di ieri, ma una vicenda venuta alla luce a Londra nel corso del 2000, raccolta dal giornalista inglese Damien Lewis. Mende, che in sudanese significa gazzella, è una ragazzina dodicenne della tribù dei nuba. Vive felice in un villaggio di montagna formato da capanne di fango con il tetto di paglia, e sogna di diventare medico. Ma l'arrivo di predoni mujaheddin, appartenenti alle milizie, stronca i suoi sogni. Strappata alle montagne della Nuba insieme ad altre bambine, sarà violentata e venduta a una ricca famiglia araba di Karthoum. Da quegli uomini che bruciano, stuprano e rapiscono in nome di Allah, Mende, cresciuta secondo i precetti musulmani, apprende che può esserci un modo crudele di intendere la religione. Da una vecchia nuba, rinchiusa da anni in una ricca dimora araba della capitale, impara una parola terribile: abda, schiava.
Dai suoi nuovi padroni, riceverà un appellativo: yebit, ragazza indegna di nome. Ormai ventenne, dopo anni di fatiche e sevizie, la ragazza sarà venduta a Londra a un noto funzionario dell'ambasciata sudanese, e lì riuscirà a fuggire. Dopo, conoscerà il calvario dell'immigrata senza diritti, a rischio di rimpatrio in un paese furibondo verso la «schiava» ribelle. E intanto il suo pensiero va alla piccola nuba che, a Khartoum, ha preso il suo posto in seno alla ricca famiglia.
Sono infatti decine di migliaia le donne africane ridotte in schiavitù tra il 1987 e il 2000, sotto la copertura di governi che, tuttavia, intrattengono buoni rapporti con l'Occidente «laico e tollerante».
Il racconto di Mende, reso in uno stile semplice e diretto, consente di riflettere sui meccanismi della tratta del terzo millennio, che prospera nei paesi poveri e lacerati come il Sudan, costituendo una delle ferite aperte dell'Africa post coloniale.
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