| A mano disarmata nelle metropoli «Atlante di un'altra economia», da oggi in libreria per manifestolibri. Una mappa delle politiche e delle pratiche «del cambiamento», alternative possibili al modello liberista, come l'altro mondo riunito in questi giorni a Porto Alegre. I «senza potere» indicati dalla studiosa delle città globali come i protagonisti del futuro SASKIA SASSEN In secondo luogo, esiste oggi un sistema politico-economico strategico interamente nuovo, che in parte funziona attraverso i mercati elettronici, e in parte è integrato in una rete di circa quaranta città globali sparse per il mondo. È un sistema che sfugge alla legge territoriale degli stati-nazione e, ciò che forse è ancora più importante, che riesce a far entrare elementi del proprio programma nelle leggi nazionali. Lo concepisco come la privatizzazione del potere di dettare legge, che era un tempo di dominio pubblico. Questa tendenza a inserire l'interesse privato nel sistema politico pubblico avviene attraverso le commissioni specializzate nella «regolamentazione», che operano a fianco del ramo esecutivo del governo; attraverso dipartimenti chiave del ramo esecutivo (come i ministeri delle finanze e le banche centrali); e attraverso le lobby private che influenzano i rappresentanti in parlamento (soprattutto negli Stati Uniti, molto meno in Europa). È un processo insidioso, perché gli interessi privati vengono spacciati per politiche pubbliche e difesi come il modo migliore di governare il paese. Chiaramente, non stiamo parlando di corruzione, come quando un esponente politico di alto livello viene pagato da privati perché appoggi un oscuro provvedimento: il tutto, invece, viene fatto apparire legale. Di conseguenza, assistiamo oggi a nuove forme di potere e autorità private che agiscono globalmente, al di fuori del dominio della politica nazionale; e impongono le loro politiche attraverso i nostri governi, facendole apparire legali. Ancora una volta, nella misura in cui il sistema politico formale è coinvolto in questo processo, gli attori delle lotte politiche informali assumono un'importanza del tutto nuova. Voglio sostenere che è soprattutto in tempi come questi che le pratiche dei movimenti sociali e degli esclusi diventano sempre più influenti. Ce l'hanno dimostrato i Forum di Porto Alegre e di Bombay. Gli spazi di lavoro politico degli attori informali sono diversi da quelli dei partiti politici: stiamo parlando, per esempio, degli spazi meno formali delle città e dei territori (anziché i sistemi nazionali di voto) e, cosa interessante, delle nuove reti informatiche che collegano fra loro punti diversi del mondo, creando una zona pubblica globale sempre più ampia. Questo non significa rinunciare allo Stato; significa solo che le forze politiche informali assumono maggior potere e quindi, si spera, possono entrare nell'apparato politico formale, trasformandolo sia dall'esterno, attraverso le proteste, sia dall'interno. È grazie a queste pratiche di resistenza e costruzione del cambiamento che le forze politiche informali si rafforzano e acquistano visibilità, esperienza e potere (speriamo che si tratti di potere «buono» e che tale rimanga, una questione non priva di rischi). Ma non si tratta solo di attivismo. La città e il territorio sono anche uno spazio in cui chi dispone di poche risorse può accumularne di collettive, siano esse relative al sapere, politiche, culturali e sociali. Il progetto di Roma di fare della regione metropolitana uno spazio per le economie alternative è un esempio dei modi più profondamente strutturali di usare le risorse collettive e le politiche delle aree urbane densamente popolate. Il lavoro di «Sbilanciamoci!», teso a una revisione critica del bilancio statale per analizzare come vengono impiegati i soldi dei contribuenti, è un altro esempio; ripetere lo stesso esercizio a livello metropolitano e urbano sarebbe ancora più rilevante, dal momento che le voci del bilancio cittadino sono più vicine alle questioni di interesse quotidiano per la gente. È importante ripensare chi è l'attore politico in questi contesti: non è più semplicemente l'elettore. Include altri soggetti, protagonisti della vita quotidiana, a prescindere dal fatto che godano o meno dei diritti di cittadinanza, che votino o meno alle elezioni politiche. Tutto questo è ovviamente importante ma, nello spazio politico cittadino, altre questioni, altre esigenze hanno la precedenza; sono questioni reali, e anche un immigrato irregolare può prendere parte alla lotta. La crescita del movimento del diritto alla città è un buon esempio di questo potenziale; evidenzia anche come reclamare tali diritti faccia della politica un processo reale e partecipativo, dal momento che riguarda risorse collettive e infrastrutture, e il riconoscimento della diversità nelle rivendicazioni di alloggi, parchi, lavori, accesso a cure sanitarie e strutture per l'infanzia, ecc. Il tutto diventa ancor più significativo in un contesto in cui il sistema politico formale assorbe una percentuale sempre minore delle energie politiche di un paese. Quando la città ha dimensioni globali, queste possibilità politiche assumono un carattere ben diverso, perché questo tipo di città è di importanza strategica per il capitale globale. Queste città, e i legami geografici strategici che le collegano tra loro attraverso i confini nazionali, possono essere considerate parte dell'infrastruttura per una società civile globale, a cui contribuiscono dal basso, attraverso una molteplicità di micro-siti. Tra questi micro-siti e queste micro-transazioni ci sono una varietà di organizzazioni impegnate in questioni transnazionali, come l'immigrazione, il diritto d'asilo, le lotte per un'altra globalizzazione... Sebbene tali organizzazioni non siano necessariamente urbane per nascita o orientamento, la geografia delle loro operazioni è in parte inserita in un gran numero di città. Ironicamente, le nuove tecnologie informatiche, soprattutto Internet, hanno rafforzato la mappa urbana di questi network transnazionali. Per quanto non sia strettamente necessario, le città (e i network che le tengono insieme) in questa fase fungono da ancora e facilitano le lotte globali; questi stessi sviluppi agevolano, però, anche l'internazionalizzazione del terrorismo e dei traffici illegali. Le città globali, quindi, sono ambienti complessi che stimolano questi tipi di attività, anche se i network stessi potrebbero non essere urbani. E il ciberspazio è, ironicamente, uno spazio politico per gli esclusi molto più importante del sistema politico nazionale. Uno degli esiti di questo stato di cose è che i «senza potere», gli svantaggiati, gli emarginati, le minoranze discriminate, possono acquisire una presenza nelle città globali, sul territorio e nel ciberspazio, e possono farlo rispetto a chi detiene il potere e gli uni rispetto agli altri. Questo, per me, è il segnale della possibilità di un nuovo tipo di politica, basata su nuovi tipi di attori. Non è più semplicemente questione di avere il potere o di non averlo. Queste sono le nuove basi ibride sulle quali agire. Le pratiche informali e gli attori politici non totalmente riconosciuti come tali possono comunque partecipare allo scenario politico. Se poi torniamo alla storia e vediamo in che misura i cambiamenti importanti siano stati generati non dai poderosi al potere, ma proprio dai «senza potere», allora le nuove condizioni oggettive cui assistiamo oggi acquistano nuovi significati. Ma perché si realizzino a pieno, dobbiamo impegnarci; non cadranno come manna dal cielo. |
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