Articolo da "La Repubblica" del 21 agosto 2002.

UN CODICE DI CONVIVENZA PER SALVARE IL MONDO

Non possiamo più aspettare

RIGOBERTA MENCHU
DIECI anni fa, il vertice della Terra di Rio de Janeiro aveva preso l´impegno di fermare e invertire il processo di distruzione dell´ambiente e di ridistribuire il potere, le risorse e le opportunità all´interno dei paesi e tra essi. Al vertice di Johannesburg quest´anno non basterà arrivare con soli impegni di carta.


Perché i disegni di coloro che detengono il potere mondiale continuano a indebolire l´efficacia degli strumenti internazionali fino a renderli nei fatti irrilevanti.

Non sto ignorando i progressi che, in particolare in materia legislativa e normativa, sono stati raggiunti negli ultimi dieci anni a livello mondiale, regionale e globale, così come la ricchezza delle molteplici esperienze locali che si sono sviluppate a seguito dei risultati di Rio.

L´arsenale teorico e normativo emerso dal Summit sulla Terra del ´92 - gli strumenti vincolanti e l´insostituibile strumento metodologico dell´Agenda 21 - costituisce il più significativo progresso intellettuale e politico che il dibattito sullo sviluppo e la convivenza pacifica abbiano prodotto nella storia contemporanea. Rio ha segnato un punto di non ritorno definitivo nei concetti, dando allo sviluppo un approccio integrale che stabilisce l´interrelazione tra le dimensioni economica, sociale, ambientale e culturale. Le sue carenze più gravi sono state, forse, quelle riguardanti la sfera istituzionale e quella finanziaria, lasciate alla mercé della volontà politica delle rispettive istanze.

Ora ci aspettiamo che il Vertice di Johannesburg raggiunga senza sotterfugi un fermo compromesso politico per garantire la governabilità ambientale del pianeta e, con essa, la pace mondiale. Questi dieci anni ci hanno mostrato quanto sia insufficiente il poter contare su previsioni precise e perfino su strumenti internazionali vincolanti e linee d´azione. Occorre rinnovare una volontà politica che restituisca il valore del patto fondativo delle nostre azioni, legittimando il senso di corresponsabilità con il quale è nato, mezzo secolo fa, il sistema internazionale contemporaneo e, soprattutto, definire con chiarezza la responsabilità che compete a ognuno.

Ci aspettiamo anche che il Vertice di Johannesburg rafforzi il riconoscimento dei popoli indigeni come soggetto di diritti. Questo implica che ci sia riconosciuto il diritto di sfruttare i nostri territori inalienabili, le risorse che abbiamo utilizzato ancestralmente e la proprietà intellettuale collettiva sulle conoscenze tradizionali. Nei nostri territori abbiamo riprodotto la vita generazione dopo generazione senza alterare le condizioni che permettevano ai nostri figli e ai nostri nipoti di preservare la ricchezza ereditata dai nostri nonni. Nei nostri territori abbiamo preservato la biodiversità e abbiamo prodotto efficientemente il cibo che ha segnato la storia delle civiltà. Dai nostri territori siamo entrati in rapporto con il resto dell´umanità, offrendo le nostre conoscenze millenarie per migliorare la vita dei nostri fratelli ovunque nel pianeta e applicato la sapienza imparata da altri popoli. Non accetteremo alcuna restrizione degli standard internazionali vigenti, in particolare dell´obbligatorietà del principio del "consenso previo e fondato" per qualsiasi azione che tocchi i nostri interessi.

Occorre convertire il Patto di Rio in un Codice di Convivenza, per un mondo che ha provocato tanti morti dall´ultima guerra mondiale, che ha generato oggi più di 23 milioni di rifugiati e nessuno sa quanti sfollati. Non possiamo continuare a coprire con eufemismi la gravità dell´attuale situazione e il peggioramento delle tendenze delle quali siamo perfettamente a conoscenza. Occorre cambiare radicalmente il ritmo e la direzione di questa convivenza compiacente con il disastro e la crudeltà. Recuperare la dignità, il senso più profondo del compromesso con la vita, con le vite, con la sopravvivenza delle specie, delle civiltà.

(Copyright Ips - Traduzione Guiomar Parada)