Protesta lungo le rive del fiume Narmada
Articolo da "Il Manifesto" del 1 novembre 2003
La signora di Narmada
Medha Patkar simboleggia da anni la lotta dei contadini contro le dighe

Un milione di persone con la vita sconvolta, un sistema di dighe che colpisce popolazioni inermi togliendo loro la terra e spedendole a ingrossare gli slums delle città. E una lotta civile e non violenta che da vent'anni sta cercando di fermare questa tragedia. Parla Medha Patkar, la donna che anima questa resistenza e che si è trasformata in un simbolo politico sulla scena nazionale

MARINA FORTI
ROMA
Il nome Narmada è diventato una sorta di simbolo, in India e fuori. Narmada è un grande fiume, 1.300 chilometri, che attraversa tre stati dell'India centrale. E' anche il nome di un progetto faraonico, una serie impressionante di 30 grandi dighe, decine di dighe minori, centrali idroelettriche e canalizzazioni. Le grandi dighe però creano grandi laghi artificiali, sommergendo grandi estensioni di terre, foreste, villaggi: dunque creano sfollati. La più grande delle dighe sul Narmada, la Sardar Sarovar, ha già spostato 350mila persone; nell'intera valle, tra villaggi sommersi e famiglie costrette a cercare altre terre da coltivare, la vita e la sopravvivenza di quasi un milione di persone è stata stravolta. Per questo il nome Narmada è diventato anche il simbolo della resistenza delle popolazioni locali contro le grandi dighe.

E' una resistenza ostinata, dura ormai dalla metà degli anni `80. Ha avuto momenti di vittoria - come quando la Campagna per salvare il Narmada (Narmada Bachao Andolan) ha costretto la Banca mondiale a uscire dal progetto, bloccare i crediti e aprire una revisione della sua politica sulle grandi dighe.

Momenti drammatici, anche: come le ricorrenti satyagraha, «resistenza pacifica», quando la popolazione di questo o quel villaggio rifiuta di muoversi, a costo di lasciarsi sommergere dall'acqua che sale - finché la polizia interviene con sgomberi forzosi. E poi battaglie legali, ricorsi, sentenze della Corte suprema.

«I lavori alla diga di Sardar Sarovar adesso sono fermi», spiega Medha Patkar, che della Narmada Bachao Andolan è la forza portante e la figura più nota: «L'ultima sentenza della Corte suprema, l'ennesima, ha in effetti autorizzato a completare il progetto ma a condizione che prima siano risistemate le famiglie costrette a sfollare». Già, ogni volta che la diga si alza, si allarga l'area del lago artificiale e dunque il numero di villaggi che andrà sott'acqua alla successiva stagione delle piogge.

Così, quando l'ultima sentenza ha permesso di portare la diga a 100 metri, altre 12mila famiglie sono sfollate (vedi «Terraterra», 13 agosto). «Per arrivare a 136 metri, come vuole il progetto, dovrebbero risistemare altre 40mila famiglie. Ma già ne hanno 12mila in attesa di sistemazione. Gran parte dell'area sommersa è in Madhya Pradesh, e qui il governo dice che non ha terra da dare agli sfollati, può risarcire solo in denaro. E però non intende obiettare al completamento della diga (che è nel territorio di un altro stato, il Gujarat, ndr). La nostra posizione è chiara: le popolazioni non se ne andranno se non avranno altra terra a compensare quella persa. Quella che chiamano riabilitazione va basata sulla terra, non sul denaro».

E però la battaglia della valle di Narmada non è solo «resistenza». Ci tiene a dirlo Medha Patkar - che incontriamo a Roma, appena arrivata dall'India, piena di quell'energia che le permette di saltare da un villaggio tribale a una tribuna internazionale senza riprendere fiato: qui era invitata dall'Associazione amici di Raoul Follereau e dalla Campagna per la riforma della Banca mondiale. «La resistenza alla diga ha fatto emergere la questione del diritto alla terra di migliaia di `tribali', dentro e fuori l'area sommersa dalla diga», spiega. Già, perché più di metà degli sfollati nella valle sono «tribali» - così sono chiamate le popolazioni indigene in India - e con i dalit, fuoricasta («intoccabili») si arriva all'80 percento. Spesso non sono neppure riconosciuti come sfollati, perché non hanno titoli legali per dimostrare un diritto alle terre su cui vivono per diritto consuetudinario.

«Così negli ultimi due anni abbiamo preparato le carte necessarie e chiesto al governo di registrare queste famiglie. Ma il governo prende tempo. Senza un titolo legale, le comunità tribali sono considerate `occupanti abusivi', ed è molto più facile cacciarli via quando c'è da costruire una diga, un progetto di riforestazione o altro». Cacciati, dice, «senza consultarli, tantomeno cercare il loro consenso, senza garantire loro dei diritti e senza che abbiano neppure una briciola dei vantaggi creati da queste opere».

Poi c'è l'altra parte della battaglia politica condotta dalla Narmada Bachao Andolan. «Abbiamo avviato quelle che chiamiamo attività di `ricostruzione': come il progetto delle scuole, ormai sono una trentina in altrettanti villaggi». E' un progetto consolidato, da ormai undici anni: 750 bambini hanno così frequentato le elementari e la prima ondata di allievi si è inserita nella scuola statale. «E il progetto dell'energia elettrica: con un sistema da 15 kilowatt, azionato dalla forza dell'acqua, il primo villaggio della valle di Narmada ora ha la luce elettrica che non aveva mai avuto. Queste cose funzionano. Stiamo discutendo con i funzionari di governo come avviare progetti di sviluppo locale: l'agenda comprende energia, acqua, agricoltura, produzione forestale, creazione di posti di lavoro, istruzione e salute. L'idea è elaborare progetti equi, sostenibili e giusti, basati sulla partecipazione delle comunità. Il governo del Maharashtra ha accettato l'idea generale. Gli altri stati... il dialogo è più difficile. Ma presto ci saranno elezioni, e così dovranno fare un gesto...».

Poco a poco il movimento di resistenza contro le dighe è diventato movimento politico più generale. La Narmada Bachao Andolan del resto è solo una delle organizzazioni che nel 1996 ha dato vita alla «Alleanza nazionale dei movimenti popolari» (National Alliance of People's Movement, Napm), insieme al movimento di contadini e lavoratori del Rajasthan per il diritto all'informazione e la trasparenza, o il forum nazionale dei pescatori, i gruppi dalit... Tra febbraio e marzo scorso l'Alleanza nazionale ha tenuto una lunga marcia attraverso l'India, dal kerala all'estremo sud fino a Ayodhya, cittadina nella pianura del Gange, a nord, dove dieci anni fa folle di estremisti hindu distrussero una moschea scatenando un'ondata di violenze intercomunitarie.

Ayodhya è rimasta il simbolo dell'ideologia della supremazia hindu sulle diverse culture e religioni che compongono l'India, un nazionalismo combinato al fondamentalismo identitario (di cui è espressione politica il Partito nazionale indiano, Bjp, che guida il governo centrale a New Delhi).

Perché una manifestazione di movimenti popolari, sfollati delle dighe, pescatori e così via va a concludersi proprio là? Medha Patkar non ha dubbi: «Le due maggiori sfide davanti a noi sono da un lato la nuova politica economica, basata su privatizzazioni e investimenti stranieri, e dall'altro il comunalismo, l'uso politico delle appartenenze religiose. Dunque siamo partiti dal Kerala, dove un gruppo di villaggi è in lotta contro la Coca cola che gli toglie l'acqua, e siamo andati a finire a Ayodhya».

Così il movimento di Narmada, l'alleanza nazionale Napm, figure come Medha Patkar hanno ormai conquistato una legittimità e un riconoscimento politico generale in India. «Abbiamo sollevato questioni sulla politica delle privatizzazioni, la globalizzazione, il fondamentalismo religioso, il sistema delle caste, la lotta dei dalit per i diritti e la dignità. Insomma, rappresentiamo una proposta politica globale. Al punto che ora ci chiedono che ci presentiamo alle elezioni...». Ne testimonia il sondaggio pubblicato la settimana scorsa da un noto settimanale: pare che gli indiani abbiano poca fiducia nei «politici», e alla domanda su chi sarebbe un candidato credibile alla presidenza del paese Medha Patkar arriva terza...

Lei però non è affatto convinta di imboccare la via elettorale. «Credo che sia necessario intervenire in modo più diretto nella politica: la corruzione dilagante e l'asservimento a interessi corporativi stanno uccidendo la democrazia. Allo stesso tempo, ciò che ci dà legittimità è proprio il nostro lavoro di resistenza alle dighe, le attività di ricostruzione. Insomma, la questione è aperta. Credo che sia necessario poter contare su un gruppo di pressione nella legislatura, dei parlamentari, ma non sono sicura che questo significhi necessariamente presentarci come forza politica - magari potremmo sostenere dei candidati. Terremo una consultazione nazionale, decideremo presto».

Un'ultima domanda a Medha Patkar, laureata in medicina e ricercatrice in scienze sociali: com'è arrivata nella valle di Narmada? Lei sorride, «ora te lo spiego», come a chiudere l'argomento: sono state scritte parecchie cose a questo proposito. «Entrare nel lavoro sociale è stato in qualche modo naturale per me. Mio padre era un freedom fighter (un «combattente per la libertà» è chi ha partecipato al movimento per l'indipendenza dall'impero britannico, ndr). A 16 anni, quando è uscito di galera, è entrato nei sindacati dei lavoratori, era un socialista. Anche mia madre aveva una storia simile. Così sono cresciuta vedendo in casa mia riunioni politiche e discussioni. Ho studiato medicina perché avevo buoni voti, ma poi ho scelto un post-graduate in scienze sociali. Ho condotto ricerche negli slum di Bombay. La questione era chiara: le persone espulse dalla terra finivano a ingrossare gli slum».

«Così ho deciso di andare a ricercare nelle aree remote dove il problema aveva origine. Nella regione tribale del Gujarat nord-orientale ho finalmente capito che relazione c'è tra lo sviluppo di una società dei consumi urbana e lo spazio delle popolazioni tribali: una relazione di sfruttamento. E' allora che ho saputo del progetto di Narmada. Avevo accompagnato nei villaggi un avvocato che stava preparando una causa legale sui risarcimenti e mi sono detta che il ricorso non bastava: bisognava che quei villaggi si organizzassero. Così sono rimasta là - e quelle persone mi hanno insegnato molto».