Articolo da "Liberazione" del 25 febbraio 2003.
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| Riprendiamo dal fondo dell'articolo ...«Ad ogni edizione di Porto Alegre... si registra un passo avanti del protagonismo femminile dentro il movimento dei movimenti, come capacità di mettere in discussione il meccanismo generale e di proporre la propria lettura di genere»... ma nell'incapacità di capire la deriva socialdemocratica, subalterna e riformista di Porto Alegre, sempre peggio ad ogni edizione... |
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"Donne in movimento" A cura di Nadia Demond,
Angela Azzaro
"Donne in movimento"
A cura di Nadia Demond, Ed. Biblioteca Franco Serantini (pp. 112, euro 13,00)
Un viaggio attraverso i racconti diretti delle protagoniste della Marcia mondiale delle donne contro la povertà e la violenza. Un movimento che da Pechino, nel '95, considerato uno dei momenti cruciali per la rinascita della politica dopo il buio degli anni Ottanta, è arrivato al primo Porto Alegre, a tutti gli appuntamenti mondiali dei Social forum. E che ora è appena tornato dalla nuova, appassionante, esperienza di Porto Alegre tre.
"Donne in movimento", a cura di Nadia Demond, ricostruisce un quadro davvero plurale e articolato di quello che le donne stanno facendo nel mondo. Dall'America Latina all'Asia, dal Canada all'Europa, fino all'Asia, il volume ricompone un panorama ricco di informazioni, di storie, di profili di tutti quei soggetti che hanno detto di no al neoliberismo e alla guerra. E si ribellano.
«Che cosa spinge le donne sparse in giro per il mondo a lottare e a lottare insieme in quanto donne?», è l'incipit dell'introduzione di Demond che nel volume incontra tante risposte, tanti percorsi, alcuni dei quali sono oggi alla ribalta come segnale di un cambiamento possibile. E' il caso per esempio del movimento delle "piqueteras" in Argentina che vede le donne in prima linea in una lotta di popolo dalla forte valenza anche simbolica.
Tutti i saggi, che coinvolgono firme internazionali, sono una presa diretta su un mondo di contraddizioni e di potenzialità. Impossibile citare tutti gli interventi, spesso interessanti non solo sul piano dell'analisi ma anche della narrazione di sé che le dirette protagoniste mettono in campo. Tentando di sintetizzare, due punti emergono con forza. Le donne, in un mondo evidentemente in cui pesa moltissimo il conflitto di genere e il potere patriarcale, sono i soggetti che pagano il prezzo più alto della globalizzazione neoliberista. Questo è vero non solo nei paesi islamici dove le difficoltà materiali vanno di pari passo con il controllo sociale delle donne, spesso costrette a vere e proprie forme di schiavitù, ma anche nel "civilissimo" Quebec dove la disoccupazione e la povertà femminili raggiungono dati inquietanti («In Canada il 24% della popolazione femminile - scrivono Ana-Maria D'Urbano e Lorraine Guay - vive al di sotto della soglia di povertà». Per non parlare dell'Italia, in cui la precarizzazione del lavoro (della vita) si esercita in primo luogo sulle donne.
Ma c'è un altro dato altrettanto importante: le donne non stanno a guardare. Lottano, elaborano proposte, spingono per il cambiamento. E chiedono di cambiare anche ai loro fratelli del movimento dei movimenti che non hanno ancora assunto in pieno la portata del paradigma di genere, come una lettura del rapporto tra i sessi e come tale con una valenza di natura politica, economica, culturale. In campo non un punto di vista univoco ma una soggettività nomade che si compone sulla base dell'identità di genere, di classe, "etnica", sessuale. Non è un caso ed è importante che nel libro sia contenuto un saggio sul lesbismo italiano e la sua storia fino al rapporto oggi con il popolo no-global (Cristina Gramolini e Eva Mamini). «Il movimento dei movimenti - scrive Demond - cerca di produrre proposte alternative che tengano conto di tutte le contraddizioni. Tuttavia gli manca, in larga misura, un paradigma fondamentale per capire - e quindi combattere - i rapporti di dominazione esistenti nella società, trasversali alle regioni geografiche e alle epoche storiche: il paradigma di genere». Paradigma quanto mai valido oggi, in tempi di guerra permanente e imminente, che vede il movimento femminista, da sempre, in prima linea per costruire un mondo di pace. Lo dimostra la storia delle Donne in nero, da Belgrado passando per la Palestina. Lo dimostra la mobilitazione di questi giorni contro la guerra all'Iraq.
«Ad ogni edizione di Porto Alegre - sottolinea Demond, di ritorno anche lei dal Brasile - si registra un passo avanti del protagonismo femminile dentro il movimento dei movimenti, come capacità di mettere in discussione il meccanismo generale e di proporre la propria lettura di genere». Intanto si pensa già al futuro. Per la Marcia mondiale il prossimo appuntamento è già fissato per marzo, in India, per pensare e organizzare una nuova campagna per il 2005 con uno sguardo di particolare attenzione verso i punti caldi del pianeta. Là dove più forte è la violazione dei diritti. Poi, gruppi e associazioni femminil-femministe del Vecchio Continente si danno appuntamento in autunno a Parigi, dove il Forum sociale europeo verrà aperto da quello delle donne. Il segno di una contraddizione ancora aperta, ma anche di una possibilità di riflessione per tutti e tutte.
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