| L'impresa delle origini «Culture creole. Imprenditrici straniere a Milano» di Carla Longhi ENZO COSTA Seguendo le narrazioni delle intervistate, Lunghi cerca di mostrare come il processo di globalizzazione non produca soltanto una standardizzazione dei modelli di vita, poiché la cultura popolare, che in queste donne vive e si esprime, manifesta una notevole vivacità. I migranti sono costantemente in viaggio, e con loro viaggiano le loro culture. Innestandosi in nuove realtà locali queste producono commistioni tra usi stranieri e tradizioni locali, generando oggetti e beni che condensano stratificazioni di significati e che, in quanto fruiti dalla cultura d'accoglienza, indicano non solo un fenomeno economico, bensì la ristrutturazione simbolica e materiale degli ambienti ospitanti, una contaminazione produttiva: introducono nuovi stili di consumo e dunque originali modi di immaginare e fruire la vita, il corpo e il tempo. Questi prodotti culturali non si limitano infatti a riproporre modi dettati dall'immaginario della cultura d'origine, ma si adattano a nuove situazioni, facendosi a loro volta contaminare dalle tradizioni ospitanti. Di qui l'idea di culture creole, di linguaggi nuovi che propongono alla riflessione un altro aspetto, alternativo e per molti versi antagonista, della globalizzazione. La produzione culturale di queste donne rappresenta infatti una singolare mescolanza di diversi tratti che, invece di giustapporsi, si fondono, dando luogo a qualcosa di nuovo e di originale, a prodotti ibridi che superano le rigide barriere tra cultura alta e cultura popolare o di massa. Di questa ricca ricerca, attenta all'analisi del quotidiano, almeno un altro aspetto va segnalato. L'analisi delle reti amicali che spesso sostengono il lavoro delle imprenditrici straniere mostra come, nel processo migratorio, proprio alle donne risulti forse assegnato un ruolo «privilegiato». Dovendo gestire con scioltezza ruoli formali e informali, esse sono infatti portate a creare doppi legami, innanzitutto fra il contesto d'origine e quello d'accoglienza, ma poi anche a coniugare, in maniera libera e originale, pratiche e modelli tradizionali con valori e prassi della modernità. Esse stanno così potenzialmente al centro di un'integrazione che non si esaurisca nella passiva assunzione dei modelli propri del contesto d'accoglienza. Lunghi suggerisce che, dovendo giocare un ruolo di mediazione nel lavoro, nella scuola, nella vita associativa, le donne straniere non rappresentano l'anello debole della catena migratoria, bensì la potenzialità di un'integrazione creativa che produce innovazione. |
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