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Un anno fa la nota casa di lingerie Aubade licenziò 134 operaie per delocalizzare la produzione in Tunisia "Le Monde" è andato a cercare le nuove dipendenti. E ha scoperto salari da fame e orari massacranti
Sotto i merletti le schiave Molte donne che hanno perso il lavoro sono state costrette a fare le badanti per vivere GIAMPIERO MARTINOTTI PARIGI «Lezione di seduzione», recita la pubblicità di Aubade. Da anni, il marchio francese non esita ad attirare lo sguardo degli uomini e a utilizzare un erotismo spinto per pubblicizzare culotte e reggiseni. Ma dietro il lusso di una lingerie che deve sedurre e far sognare i maschi si nascondono le più tragiche storie individuali delle operaie di Aubade, la delocalizzazione della produzione. Cioè il volto peggiore della globalizzazione. L´anno scorso, durante la campagna elettorale, Ségolène Royal era andata a sostenere le 134 operaie che hanno perso il posto nella Vienne, un dipartimento della regione guidata proprio dall´ex candidata socialista. Le Monde ha pubblicato un lungo articolo consacrato alle donne che hanno perso il posto di lavoro e a quelle che lo hanno trovato, in Tunisia. Il tutto in seguito al passaggio di Aubade nelle mani di una società svizzera, Calida. Nella Vienne, a Saint-Savin, gli elvetici sono stati ribattezzati "Al Calida". Solo la metà delle persone licenziate hanno ritrovato un posto di lavoro, molte vivono con 500 euro al mese, le relazioni sociali si sono perse, la gente non si parla più. Il tasso di disoccupazione è più basso che nel resto della Francia, ma è difficile trovare lavoro per chi non ha nessuna qualifica. Per molte, non resta che diventare badanti: «Una regressione sociale», dicono alcune, che non vogliono sentir parlare di «pulire il sedere ai vecchi o lavare i gabinetti». Ma soprattutto, scrive Le Monde, resta la delusione: le donne si sono battute insieme per cercare di evitare la chiusura e oggi, quando s´incontrano per strada, fanno quasi finta di non riconoscersi: «Quelle che sono rimaste in fabbrica non mi salutano per strada - dice Gaelle Léger, 32 anni di cui sei passati da Aubade - Fa male dopo tutto il tempo che abbiamo passato insieme». Anche le operaie che hanno conservato il loro posto di lavoro non riescono più a parlare con le altre: «Quando incontro una licenziata in paese evito di chiederle cosa fa. Ci si sente colpevoli di essere rimaste», dice Michèle Rat, 48 anni e trentuno anni passati a fabbricare mutande e reggiseni. In quella zona rurale, dove la gente non vive negli stessi posti, dove i trasporti pubblici sono inesistenti, la fabbrica di Aubade era come una «grande famiglia», il luogo in cui socializzare, parlare, scambiarsi le opinioni e i propri crucci personali. L´arrivo di Calida e la delocalizzazione, oltre a spazzare via i posti di lavoro, hanno strappato il tessuto sociale di Saint-Savin e dei suoi dintorni. Sull´altra sponda del Mediterraneo, vicino a Monastir, le 230 operaie di Aubade non devono parlare alla stampa: lavorano quarantotto ore alla settimana per 200 euro al mese, hanno diritto ad una sola pausa di mezz´ora per il pranzo, non possono usare i telefonini in fabbrica. Vengono dall´entroterra più povero, sono malviste dalla popolazione locale perché hanno accettato salari più bassi. Come se non bastasse, flirtano con i muratori e alcune, scandalo massimo, «bevono della birra». Secondo il quotidiano, sarebbero trattate meglio rispetto a chi lavora in altre fabbriche della zona di Ksar Hellal, 45 mila abitanti e 150 aziende tessili: Aubade paga in contanti ogni mese, dà regali come coperte o servizi di posate, regala una strenna di 70 euro per il 1 maggio. «Poverette, ce la siamo presa con loro, mentre sono soltanto sfruttate», dicono le ex di Saint-Savin. Dal canto suo, il proprietario di Calida, Felix Sulzberger, dice di ignorare tutto della situazione delle sue operaie tunisine: «Non ci sono mai andato, ma mi stupisce». In compenso, Sulzberger è felice di aver acquistato Aubade: in un anno, il fatturato della sua società è triplicato. |
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