Articolo da "La Repubblica" del 14 ottobre 2002.

Le nuove forme di repressione che dobbiamo imparare a vedere

Intervista all´autrice di "No LOGO"

È arrivata a Francoforte invitata a un convegno sulla globalizzazione Ha appena pubblicato un nuovo libro "Recinti e finestre" in cui parla di disagio sociale e di ingiustizia

"Si costruiscono steccati guardati dai militari per dividere i dannati dagli altri: accade in Sudafrica e anche in Argentina"

FRANCOFORTE
ANTONIO GNOLI
Un solo libro alle spalle. Ma tradotto in 25 lingue. Solo in Italia No Logo - edito da Baldini & Castoldi - ha venduto all´incirca 200 mila copie. Naomi Klein, l´autrice, è nata a Montreal nel 1970. Ha girato il mondo, ha partecipato ai movimenti di contestazione alla globalizzazione, ed è considerata in qualche modo una militante a tempo pieno. Gira il pianeta come una star. È giunta un paio di giorni fa a Francoforte per partecipare a un meeting sulla globalizzazione. Si è scontrata con Daniel Cohn Bendit - oggi un vecchio marpione della politica, ma nel '68 uno dei grandi leader del movimento di contestazione. È ironia della storia. O più banalmente il fatto che la gente invecchia e cambia opinione. Quelle della Klein sono generose, scintillanti, eccessive. Il nuovo libro che ha appena pubblicato in America -- e che vedrà la luce in Italia solo l´anno prossimo presso Baldini & Castoldi - ne è la dimostrazione millimetrica. Si chiama Fences and Windows, si tratta di una raccolta di saggi scritti in questi ultimi anni. Il titolo si può tradurre con "Recinti e finestre", ed è da qui che parte la nostra conversazione.

C´è una relazione fra questo nuovo libro e No Logo?

«No Logo aveva una tesi precisa. Questo nuovo libro è come lei ha ricordato una raccolta di articoli scritti in presa diretta sulle cose che in questi anni mi sono accadute. Parlo di disagio sociale, dell´ingiustizia, di tutto quello che sta succedendo nel mondo e che non ci piace. No Logo era il risultato di un lavoro sui grandi marchi industriali e sulle condizioni difficili in cui si trovano coloro che lavorano nelle corporation. Fences and Windows è un modo di andare avanti sulle questioni che in questi anni i movimenti si sono trovati a dover affrontare. È un tentativo, mi auguro riuscito, di mostrare le connessioni tra le politiche economiche attuali e il militarismo».

Può essere un po´ più chiara circa questa relazione?

«Quello che sta accadendo in alcune parti del mondo, pensi all´attuale crisi economica che sta devastando l´Argentina, richiede un incremento di repressione che solo l´esercito e in parte la polizia può fornire. È un´affermazione che si comprende in tutta la sua gravità solo se la riportiamo all´idea di recinto».

Suppongo che questa idea di recinto o steccato sia una sorta di metafora?

«Solo in parte. Oggi più chiaramente che in passato le società si dividono tra chi è stato messo dentro un recinto e chi invece ne è fuori. È quasi fisiologico per il capitalismo più estremo creare steccati entro cui collocare la gente più povera».

Un tempo avremmo chiamato tutto questo molto più semplicemente emarginazione. Dov´è la novità?

«L´emarginazione è un fatto che qualcuno prima di tutto vive sulla propria pelle. È un atto di esclusione di qualcuno da qualcosa. Il recinto, al contrario, è includere qualcuno con la forza o con la capacità di persuasione che il potere economico possiede, dentro a una zona delimitata. Vedo il recinto come uno sviluppo perverso dell´emarginazione. Una sua potente razionalizzazione che richiede l´uso della forza. per questo parlo di economie militarizzate».

Il titolo del suo libro sarebbe piaciuto a Foucault, che avrebbe visto nei Fences i recinti entro cui il potere sorveglia il diverso da sé. Le suggerisce qualcosa questo accostamento?

«Non c´è dubbio che quella dello steccato è un´immagine che ha sedotto altri prima di me. Foucault la mise al centro del suo discorso libertario sul potere coercitivo che alcune istituzioni, come gli ospedali psichiatrici e le prigioni avevano all´interno della società. Il suo ragionamento andava nella direzione della diversità. La sua domanda era: come mai una società normale produce anormali da rinchiudere in un recinto? La mia domanda è un´altra: come mai società cosiddette normali producono recinti per gente normale? Nei recinti oggi non finiscono i dementi, gli affetti da patologie devianti, ma gente come me o lei. E i recenti di cui parlo non necessariamente sono visibili».

Ce ne sono di tanti tipi a giudicare dal suo libro. Vuole accennare a qualcuna delle esperienze che ha visto o ha vissuto personalmente?

«Su tutto questo ho raccolto numerose immagini, frutto di servizi fotografici e documentari che presenterò domani sera (stasera, ndr) a Londra. In queste foto si vedono fabbriche in San Salvador e in Messico costruite direttamente dall´esercito e in cui vi lavorano operai sorvegliati dai militari. In Australia fin dagli anni ´50 furono costruiti enormi recinti in cui sistemare fuori dalle città gli aborigeni. Che poi vennero classificati come fossero piante o minerali. Oggi in quei recinti o in altri simili creati a diverse centinaia di chilometri dalla città più vicina, ci finiscono i rifugiati, i clandestini, coloro che non hanno più patria né terra. A Johannesburg, intere zone della periferia rispondono ai canoni del recinto: altissime barriere che dividono i dannati dai tutti gli altri. Tutto questo è drammatico, ma anche invisibile al resto del mondo. Per questo ho trovato molto efficace l´idea del movimento zapatista di indossare un passamontagna o una maschera sul proprio volto».

Efficace perché?

«Perché la maschera è il solo mezzo per ritornare a essere visibili. Non interpreto quel cappuccio nero come un tentativo di nascondere i propri connotati, ma come il solo modo di dire: ora anche noi esistiamo».

Come il recinto anche la maschera dunque ha per lei un valore simbolico. E la finestra che simbolo rappresenta?

«La finestra è per me l´alternativa al fondamentalismo economico imperante».

Dopo l´11 settembre è ancora possibile praticare certe forme di lotta contro quelle che lei chiama le grandi effigi del capitalismo neoliberalista?

«Quelle lotte contro Nike, McDonald´s o CocaCola, per fare esempi di marchi globali, erano forme di resistenza simbolica. E tali restano».

Ma non ritiene che l´attentato alle Torri abbia creato una forma simbolica talmente forte da paralizzare o cancellare tutte le precedenti?

«Non lo so, quello che posso dire è che immediatamente dopo l´attacco terroristico alle Torri si è sparsa la paura nel movimento di vedere assimilata la propria azione a quella terroristica. Naturalmente tutto questo in minima parte è servito a ripensare gli obiettivi della strategia del movimento».

Verso quale direzione?

«Verso l´aiuto diretto a persone che ne hanno bisogno: i senza asilo, i rifugiati, tutti coloro che sono in qualche modo soggetti all´impoverimento progressivo. Voglio dire che alla protesta simbolica va aggiunto l´aiuto concreto».

Sta parlando di solidarietà?

«Penso al fatto che è meno importante fare teatro e manifestare che lavorare su singole e concrete situazioni».

Al limite anche senza che i media se ne accorgano?

«La dialettica con i media è un po´ più complicata. I media sono sempre dove vogliono essere, non dipende da noi. Ma noi non facciamo performance per i media».

Quindi affrontate temi che ai media non interessano?

«Perché no. Non tutto quello che interessa ai media interessa alle persone».

A lei cosa interessa?

«Che si ricominci a parlare dell´importanza dei beni primari che non vanno assolutamente privatizzati. L´acqua, la salute, l´energia, l´educazione appartengono a tutti».

E´ un programma che piacerebbe ai sostenitori del Welfare, ai convinti keynesiani di una volta.

«La questione è più complicata. Il Welfare è fallito per eccesso di centralismo e di burocratizzazione. Ha ragione in questo Blair. Sbaglia nel pensare che sia sufficiente gestire la cosa pubblica come se fosse privata. I risultati non gli hanno dato ragione».

Ma lei perché è così contraria alla globalizzazione, fra l´altro difficilmente eliminabile?

«Io non sono contro la globalizzazione, ma sono per quella democrazia che ha i mezzi per controllarla. Una politica che tiene fuori il potere della comunità non è condivisibile. Le persone non sono contro la globalizzazione né contro gli investimenti. Le persone comuni vogliono sapere che uso se ne fa e possibilmente partecipare alla gestione».

Ma tutto questo appartiene al vecchio sogno del ´68 che poi è puntualmente fallito.

«Bisogna provare a imparare dai fallimenti del passato. I movimenti del ´68 si definivano avanguardia, quelli odierni sono movimenti sociali ai quali partecipano generazioni differenti».

Ma che cos´è per lei un movimento?

«Più un´intuizione che un segno».

Che cosa vuole dire?

«Un segno anche se interpretabile è qualcosa di preciso. Un´intuizione è qualcosa di vago, di mobile, ma anche di creativo. Non sai come nasce ma sai che può prendere una forma. Il movimento è intuizione perché l´intuizione è un´arma straordinaria che apre la nostra vita a nuove esperienze».

Ma questi movimenti sono una risorsa per la democrazia o la soluzione?

«Sono la risposta al fallimento globale in una democrazia rappresentativa».

I suoi prossimi programmi signora Klein?

«Andrò in Argentina per sei mesi. La bancarotta dello Stato ha aperto opportunità per il movimento».

Dovrebbe andare a Termini Imerese.

«Che cos´è?».

Un posto più vicino dell´Argentina, ma altrettanto preoccupante.