| Parole sul mare della diaspora Oggetti femminili di scrittura nel volume «La nuova Shahrazad. Donne e multiculturalismo» curato da Lidia Curti per Liguori. Dal Sudafrica dell'apartheid alla storia della piccola Anta, senegalese di Caserta MARIA ANTONIETTA SARACINO Narratrici per eccellenza, testimoni per vocazione, le donne fanno del raccontare, della parola, il loro legame privilegiato con il mondo, anche se non sempre senza dolore, come nel recente passato, che ha consegnato alla Storia lunghi periodi bui, di protratta violenza, la cui ricostruzione, affidata per l'appunto alla parola, è potuta accadere a prezzo di un dolore al limite dell'incontenibile. Come nella ricostruzione dei crimini dell'apartheid nei due anni e mezzo in cui si è quotidianamente riunito il Truth and Reconciliation Commitee - il Tribunale per la Verità e la Riconciliazione voluto da Nelson Mandela all'indomani della sua uscita di prigione e affidato al vescovo Desmond Tutu - del quale parla in questo volume il saggio di Jane Wilkinson, prendendo spunto dalle raccolte di testimonianze di autrici che in forma diversa, dalla poesia alla saggistica, hanno fermato sulla carta la difficoltà del dire, del trasformare in parola un dolore che - proprio perché costretto ad essere ri-raccontato - ogni volta viene rivissuto di nuovo, fino a non riuscire più a esprimersi, autocondannandosi al silenzio; perché «ci sono storie che non vogliono essere narrate./Se ne vanno, portandosi valige/tenute insieme da uno spago grigio./Guarda le loro schiene ricurve che scompaiono/.../storie che rifiutano di essere danzate o mimate», come scrive la poetessa afrikaner Ingrid De Kok. Ma nei trentuno interventi che compongono questo corposo volume, non mancano i riferimenti a figure femminili del multiculturalismo entrate nell'immaginario comune attraverso la grande letteratura, come la Cleopatra di cui parla il saggio di Silvana Carotenuto - figura che la tradizione teatrale ci ha ripetutamente consegnato a una fisionomia fissata nel tempo - che qui appare invece in una veste diversa nel romanzo Luna Crescente - della scrittrice irachena-americana Diana Abu-Jaber. O i corpi femminili discinti e velati, sormontati da volti congelati in un silenzio senza fine, delle Donne d'Algeri nei loro appartamenti, di Delacroix, poi ripresi e animati dai racconti dall'omonimo titolo della algerina Assia Djebar negli anni Ottanta, come ricorda in apertura di volume Lidia Curti in Corpi prigionieri, anime in movimento. Figure di nomadi, viaggiatrici, esuli, espatriate o emigranti, divise tra lingue diverse e culture contrastanti, prigioniere e libere al tempo stesso: il volume le segue, queste figure di tempi e luoghi lontani, nelle strade della Londra multiculturale di oggi, raccontata dalla giovane anglo-caraibica Zadie Smith nel romanzo Denti bianchi, caso letterario in Inghilterra nel 2000 e molto letto anche in Italia, del quale scrive Rossella Ciocca; o nel vibrare del ritmo dei versi di Derek Walcott, caraibico, poeta e premio Nobel per la letteratura, che alla poesia viene iniziato, bambino, da due donne, tra cui sua madre, che gli recita versi della tradizione poetica inglese e americana: ritmi che lui stesso «creolizzerà» più avanti intrecciandoli al ricordo del patois e alla terza rima dantesca, come scrive Marie-Hélène Laforest, caraibica lei stessa. Perché la lingua di chi è stato colonizzato è una lingua complessa, stratificata, fatta di passaggi diversi, di scelte, di mutamenti di rotta che molto hanno a che fare con la conquista della identità. La lingua del colonizzato è lingua della diaspora, riflesso di intersezione di storie e memorie. Nei Caraibi è lingua che racchiude le voci del mare, «il mare che è madre, e che conserva le vestigia della deportazione degli schiavi africani e del genocidio degli arauachi, il mare che ha segnato il passaggio degli asiatici, indiani e cinesi, di mediorientali, libanesi e siriani, al mondo caraibico», per usare ancora le parole di Laforest. Ma nel mare del multiculturalismo si rintracciano storie a noi più vicine e non sempre poetiche, come il riferimento a Shahrazàd, nel titolo, farebbe pensare, come la Storia di Anta, senegalese di Caserta, di Anna De Meo e Rosanna Canzano. Storia emblematica di vicende assai più frequenti di quanto immaginiamo, in una realtà sociale che va sempre più popolandosi di soggetti plurilingui, e che anche quando riconosce e accetta le differenze culturali, non sempre riesce a valorizzarle o integrarle. Così il saggio - frutto di molte ore di ricerca sul campo, racconta la storia di Anta, bambina di sette anni, nata a Caserta da genitori immigrati senegalesi, portatrice di un plurilinguismo in virtù del quale i suoi mondi - quello della famiglia e degli affetti, da un lato, e quello della socializzazione e della scuola dall'altro - parlano idiomi diversi, che la bambina non riesce a conciliare, tra i quali non è in grado di operare i passaggi che l'interazione con la comunità scolastica le richiede per essere all'altezza degli altri bambini. Così ben presto Anta viene definita come una «portatrice di handicap psico-cognitivo» dalla scuola, che le affianca un insegnante di sostegno che si sforza appunto di «sostenere», nel senso di «normalizzare», le competenze linguistiche e cognitive della bambina, senza vedere la situazione culturale generale della piccola, il rapporto con la famiglia e quello del nucleo familiare con il tessuto sociale in cui vive. Un contributo importante, che traducendo in esempi di vita reale l'esperienza multiculturale, ci indica in quale grande misura la parola parlata, il racconto, possa oggi più che mai rappresentare un ponte tra culture diverse ma fra loro vicine. |
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