Articolo da "La Repubblica" del 2 novembre 2004


LA COSCIENZA INDIANA
Anticipazione/ Esce un libro intervista con Arundhati Roy

Le donne da noi subiscono troppe umiliazioni
Gli scrittori angloindiani non sono numerosi
Non basta dare una moneta ad un povero, se un sistema produce poveri occorre cambiarl
In ogni momento di ogni giorno ci troviamo di fronte alle brutali disparità della nostra società

DAVID BARSAMIAN
intervista Arundhati Roy: esce in questi giorni "L´Impero e il vuoto". È introdotto da Naomi Klein e tradotto da Federica Oddera (Guanda, pagg. 160, euro 10). Ne anticipiamo alcune pagine.

Bill Gates, il proprietario della Microsoft, uno dei plenipotenziari del sistema economico mondiale, è venuto a Delhi la settimana scorsa per fare acquisti. Ha incontrato i più autorevoli funzionari del governo e gli amministratori delegati più influenti. Tu hai visto in televisione un programma molto interessante per capire come Gates viene considerato dagli indiani.

«Stavo guardando un canale di musica, stamattina: non Mtv, un altro canale musicale. Sullo schermo è comparsa la scritta: "Cosa vuole veramente Bill Gates?". Poi sono state mandate in onda le interviste a una ventina di giovani studenti. Hanno tutti detto che Gates è venuto in India per aprire il mercato a Windows e sta cercando di farsi pubblicità offrendo donazioni per i malati di Aids. Nessuno si faceva illusioni sul vero scopo della visita».

Trovi incoraggiante il fatto che la gente possieda questa consapevolezza?

«Tre o quattro mesi fa ho partecipato a un seminario sul settore energetico, e ho pensato tra me: "Cosa ci faccio qui? Come posso starmene qui seduta a un seminario sulla privatizzazione dell´energia?". Se quattro anni fa mi avessero detto che avrei preso parte a dei convegni sull´energia elettrica mi sarei messa a ridere. Ma è stato confortante vedere con quale intelligenza viene portato avanti il lavoro qui in India. C´è un´ottima capacità di analisi e di critica. Le prime critiche al Power Purchase Agreement, l´accordo per l´acquisto di energia, con la Enron vennero mosse da una piccola Ong di Pune, la Prayas. Tutto ciò che i suoi esperti affermarono allora si è puntualmente verificato. Questa è una grande qualità dell´India. La sua notevolissima capacità di analisi intellettuale, una dote che apprezzo e ammiro molto».

In che misura pensi che gli inglesi si siano ispirati al principio del divide et impera nella loro strategia per mantenere il controllo sull´India, un paese così vasto? L´impero britannico amministrava il territorio indiano con un numero di militari e burocrati assai ridotto.

«Gli inglesi hanno senz´altro fatto ricorso a tattiche basate sul principio del divide et impera, ma la sopravvivenza dell´impero britannico era dovuta soprattutto alla sua alleanza con le classi dominanti del paese. E´ la stessa tecnica adottata oggi dall´impero per affermare il suo regime neoliberista».

Hai letto gli scritti di Martin Luther King? Il suo pensiero fu influenzato anche da Gandhi. Negli Stati Uniti è famoso soprattutto per il discorso "Io ho un sogno", pronunciato durante la Marcia di Washington del 1963, ma solo pochi americani conoscono quello tenuto nella Riverside Church di New York nel 1967. Martin Luther King diventò sempre più radicale con il passare degli anni; a New York disse: «La vera compassione non consiste solo nel gettare una monetina a un mendicante. Ci porta a capire che se un sistema produce mendicanti deve essere cambiato».

«E´ questo il terribile dilemma di chi vive in India, non ti pare? In ogni momento di ogni giorno ci troviamo di fronte alle brutali disuguaglianze della società di cui facciamo parte. Non possiamo dimenticarle, neppure per un istante. Godersi i piaceri quotidiani della vita - gli abiti che ci mettiamo addosso, le attività divertenti cui ci dedichiamo, la musica, il fatto di avere un tetto sulla testa, il pasto della sera - comporta la consapevolezza che altri non godono degli stessi privilegi. Ci hanno insegnato che la pace è il contrario della guerra. Ma è davvero così? In India la pace è una battaglia quotidiana per il cibo, un riparo e un po´ di dignità».

Martin Luther King, nella Lettera dal carcere di Birmingham, ha scritto che la pace non comporta soltanto «l´assenza delle tensioni», ma «la presenza di giustizia».

«O per lo meno il tentativo di raggiungerla, lo sforzo di avvicinarsi a una certa visione di egualitarismo. A mio parere è proprio questo il difetto fondamentale insito nell´etica del capitalismo neoliberista. Il fatto che giustifica il diritto di arraffare. Il diritto ad andare avanti appioppando un colpo in testa al proprio vicino. Il diritto ad accumulare capitale e profitti a spese di qualcun altro. In questo modo si distruggono i legami basati sulla sollecitudine e la solidarietà per il prossimo. Il mondo dispone di un capitale limitato, e chi se ne appropria lo sottrae a qualcun altro. Così non va bene». (?)

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Macaulay, uno dei funzionari del Raj ottocentesco, dichiarò in tono perentorio che «un solo scaffale di una buona biblioteca europea vale quanto l´intera letteratura indigena dell´India e dell´Arabia». Negli ultimi anni è uscito un gran numero di opere prodotte non solo da scrittori indiani come te, ma anche da autori di origine indiana che vivono in altre parti del mondo, come V.S. Naipaul. Perché questo fenomeno si sta verificando proprio adesso?

«In effetti non è poi quel gran numero di opere. Quando uscì il mio romanzo, ricordo che il New Yorker pubblicò un ritratto fotografico collettivo degli autori indiani che scrivono in inglese. Eravamo forse in dieci o quindici. Per portarci fuori a pranzo la redazione aveva noleggiato un enorme pullman che era praticamente vuoto. Tutti parlano di questa ondata di letteratura indiana, ma i personaggi noti si possono contare sulle dita delle mani. Ho l´impressione che si tratti di un fenomeno gonfiato al di là delle sue reali dimensioni».

Una specie di moda?

«Ci sono scrittori impegnati nel loro lavoro, ma non si può parlare di una rinascita letteraria o roba del genere. Se per gli occidentali si tratta di una moda, sono affari loro. La cosa non mi riguarda».

Qualcuno potrebbe dire che scrivere in inglese significa automaticamente optare per un pubblico di yuppie, perché soprattutto in India l´inglese è la lingua dei privilegiati.

«E´ vero. Ma d´altro canto in India qualsiasi lingua è parlata in un ambito molto limitato. Chi scrive in malayalam si rivolge solo ai lettori del Kerala. Chi sceglie l´hindi, a quelli di pochi stati settentrionali. Perciò nel mio paese quella della lingua è una questione molto complicata. E´ interessante notare che Il dio delle piccole cose è stato pubblicato in quaranta lingue. Dunque sì, in un certo senso la lingua è importante, ma non intendo lingua nel senso di inglese, tedesco, francese o hindi. E´ qualcosa di più complesso, che riguarda piuttosto la lingua in quanto forma di comunicazione. I miei scritti politici sono stati pubblicati in moltissime lingue indiane. La traduzione in hindi del Dio delle piccole cose è quasi pronta. Così adesso il libro non è più disponibile soltanto per gli yuppie». (?)

Himanshu Thakker è un personaggio che riscuote la tua ammirazione. Il suo nome è citato nell´introduzione a The Cost of Living. Mi è capitato di incontrarlo e mi ha detto: «Sa una cosa? E´ davvero un fatto notevole. Sono le donne ad assumere il ruolo di leader nel nostro paese. Sono loro a portare avanti i movimenti che lottano per la giustizia sociale». Secondo te perché è così?

«Non lo so, però è verissimo. Il retaggio lasciato all´India dalla conquista della libertà è un profondo rispetto per la non violenza. Si può discutere dei pro e dei contro della lotta non violenta rispetto a quella che ammette il ricorso alla violenza, ma a mio parere non ci sono dubbi sul fatto che la seconda nuoce alle donne in maniera profonda e complessa, sia sul piano fisico che su quello psicologico. Detto questo, la società indiana rimane tuttora assai poco rispettosa nei confronti del mondo femminile. Il numero di violenze, ingiustizie e umiliazioni inflitte ogni giorno alle donne indiane rasenta l´incredibile».

(2004 by David Barsamian and Arundhati Roy)