Articolo da "L'Arena-Il Giornale di Verona" del 20 settembre 2003
Intervista alla narratrice indiana Arundhati Roy, che ha lasciato il romanzo per un veemente «j’accuse» rivolto al libero mercato sostenuto dalle grandi potenze
Un’esile donna contro il demonio
«L’Occidente sta precipitando il Terzo Mondo nella miseria»

La scrittrice indiana Arundhati Roy, celebre per il romanzo Il dio delle piccole cose , è delicata e minuta, e di una bellezza radiosa, con occhi scuri e profondi che tradiscono un forte carattere. Stupisce in un corpo quasi gracile la forza della voce, il timbro duro, insistente, con cui espone gli ideali per i quali combatte e punta il dito contro le grandi potenze che, a suo dire, stanno uccidendo la democrazia in nome del profitto. Sono questi i concetti che ha esposto anche nel saggio appena pubblicato da Guanda, Guida all'impero per la gente comune (171 pagine, 11,00 euro), veemente j'accuse al libero mercato «che protegge spudoratamente le economie occidentali» facendo sprofondare sempre più nella miseria il Terzo Mondo, e naturalmente all'imperialismo americano, reo di scatenare guerre in nome della sicurezza mondiale, mentre il suo vero fine è il controllo delle risorse petrolifere. - Le domando perché abbia abbandonato la narrativa per scrivere saggi politici.

«I lettori mi hanno conosciuta solo dopo Il dio delle piccole cose - dice- ma in realtà fin da quando studiavo architettura avevo scritto di politica. In fondo anche Il dio delle piccole cose è un libro politico. Poco dopo la sua pubblicazione, nel 1997, nel mio Paese è andato al potere un governo di destra, che ha fatto esperimenti nucleari, e molti miei connazionali hanno applaudito quei test. È stato allora che ho scritto il mio primo saggio, La fine dell'immaginazione , nel quale prevedevo quello che poi è realmente accaduto in India: duemila musulmani sono stati assassinati e 250mila persone sono state scacciate dalle loro case per la costruzione di una grande diga. In India non ci troviamo di fronte alla minaccia di una dittatura fascista, ma di una democrazia fascista, ossia di una dittatura di tipo nazionalistico maggioritario. Vince chi ha più numeri, una pratica che si sta estendendo ovunque».

- Nei suoi saggi lei parla spesso di liberalizzazione selvaggia dell'economia: a che cosa si riferisce in particolare?

«Dieci anni fa il governo indiano ha avviato un progetto di riforma, che in pratica consiste nell'apertura al mercato globale e nella privatizzazione dei grandi servizi come la fornitura idrica, l'energia elettrica e le telecomunicazioni. L'India ha un miliardo di abitanti, settecento milioni dei quali vivono nelle zone rurali. Noi sappiamo che per chi sostiene queste privatizzazioni la popolazione delle zone rurali non conta niente; perciò le donne dei villaggi dovranno continuare a fare chilometri a piedi per trovare un po' d'acqua, e le sovvenzioni di cui ha goduto per anni il settore agricolo in India saranno tagliate. Col governo che da una parte blocca i prezzi dei prodotti agricoli e dall'altra privatizza la distribuzione dell'elettricità, la gente continuerà a morire di fame come sempre, mentre milioni di tonnellate di prodotti agricoli marciscono nei campi. In India centinaia di contadini impoveriti e disperati si tolgono la vita ingerendo dei pesticidi».

- Ma perché in un Paese in queste condizioni si privatizzano le infrastrutture?

«Si fanno le privatizzazioni per separare il mercato dalla politica, e con ciò si rende la democrazia uguale ad un eunuco. La sorte dei poveri sarà sempre controllata dalle grandi multinazionali che hanno a cuore soltanto il profitto e per le quali è molto più lucrativo distribuire energia e acqua nelle città, disinteressandosi delle campagne che non rendono. Così la democrazia è amputata, e questa parola si sta svuotando di valore».

- Qual è in questo momento la situazione nei Paesi del Terzo Mondo?

«Per noi uomini e donne del Terzo Mondo l'elezione di Lula in Brasile costituisce un faro di speranza, anche se c'è da aspettarsi qualche disillusione. Magari in Brasile ci sarà una fuga di capitali, e tutto crollerà. Non sarei stupita se un simile scenario si avverasse».

- Lei è considerata una bandiera dei no global?

«Non credo di essere una bandiera dei no global. Fino a pochi anni fa quando scrivevo di globalizzazione, la gente reagiva violentemente. Adesso siamo in una fase diversa, e noi cerchiamo di dare efficacia alla nostra azione con manifestazioni importanti. Penso alla marcia del sale con tre milioni di persone e ad altri eventi che hanno superato la valenza simbolica e hanno inferto dei colpi al cuore dell'economia del nuovo colonialismo. Si parla tanto di globalizzazione, ma la verità è che ovunque i confini nazionali si stanno rafforzando con giri di vite sempre più stretti per impedire l'afflusso migratorio, mentre invece il capitale dev'essere libero di circolare da una parte all'altra. Questa è l'idea della globalizzazione secondo le grandi corporations. Ma questo significherebbe ricadere negli errori dell'epoca coloniale».

- Nel suo libro lei non è tenera nemmeno con Bush?

«Il mondo si sta polarizzando tra George Bush da una parte e Bin Laden e Saddam Hussein dall'altra, creati entrambi dall'impero americano. Che cosa ha ottenuto Bush in Iraq? L'Iraq non era mai stato fondamentalista: ce l'hanno fatto diventare. Quando si sganciano trecento tonnellate d'uranio impoverito e si distruggono le condutture e i serbatoi dell'acqua, si scatena la violenza più spaventosa. E se poi per reazione qualcuno fa scoppiare una bomba, si parla di terrorismo. Ma che differenza c'è fra queste due violenze? Entrambe sono aggressioni contro la popolazione di un Paese».

- Come donna, che cosa pensa delle tradizioni ancora fortemente radicate in India?

«Per tre quarti della mia vita ho combattuto la tradizione. Sono cresciuta in un villaggio e durante la mia infanzia e la prima giovinezza pregavo per non ritrovarmi un giorno sposata e buona solo a sfornare figli. Ognuna delle decisioni che ho preso a quel tempo era di fuga. Fuggi dalla tradizione, ma poi ti trovi di fronte ad una turpe modernità che ti piace ancor meno. Le donne del Terzo Mondo- e io con loro- sono imbarcate in questo viaggio. Ma forse le donne più libere che ci sono al mondo sono le indiane che non hanno paura di invecchiare. Anzi, sanno che da vecchie saranno molto più libere. Cos'è peggio? Il burqa o le iniezioni di silicone per rifarsi le labbra o il seno?»

- Abbandonando il romanzo, ha abbandonato anche i temi che le stavano tanto a cuore, come la condizione della donna e il sistema delle caste nel suo Paese, che a noi Occidentali sembrano retaggi medievali.

«Non ho rinunciato per sempre a quei temi, perché sono consapevole della potenzialità sovversiva della scrittura letteraria. Non ho mai dichiarato che non scriverò più romanzi. Il fatto è che nel mondo stanno succedendo delle cose nuove, e dobbiamo tentare di capire queste novità. Quando ho scritto Il dio delle piccole cose, era un momento di magia. Quando sarò pronta, tornerò alla narrativa, anche perché la scrittura d'invenzione esce da me a passo di danza, la saggistica me la devo strappare fuori».

Renzo Oberti