Articolo da "Il Manifesto" del 9 ottobre 2002.
Una diavolessa di nome Fay Weldon

Ospite del British Council di Roma, ieri pomeriggio, la scrittrice inglese sarà oggi alla Statale di Milano per incontrare il suo pubblico, nutrito soprattutto da lettrici contagiate dall'irresistibile humour profuso sulle sue storie di intrighi extraconiugali

CARLO PAGETTI
Autrice tra le più lette e apprezzate in Inghilterra soprattutto dal pubblico femminile, Fay Weldon continua a proporre dalla fine degli anni `60 le sue sarcastiche variazioni narrative sulla subalternità delle donne e sulle angherie di una società maschilista, in cui i vecchi patriarchi vengono man mano sostituiti da ancora più subdoli giovani rampanti. Se la compianta Angela Carter rappresentava nelle sue opere un femminismo denso di umori fantastici e di artifici postmoderni, Weldon, assieme a Beryl Bainbridge, si muove nella sfera di un apparente realismo quotidiano, che si gonfia di sarcasmo e si deforma nei linguaggi del grottesco e della parodia, mettendo a nudo le debolezze dell'uno e dell'altro sesso alle prese con il grigiore dell'esistenza borghese. E' questa la narrativa del black humour, che le scrittrici britanniche già menzionate, nate negli anni `30, hanno assorbito dalle più anziane Muriel Spark e Iris Murdoch, a conferma del radicamento oltre Manica di una linea sostanzialmente femminista, che molto deve a Virginia Woolf e ad alcune sue contemporanee (non a caso Fay Weldon ha pubblicato anche una biografia di Rebecca West), senza che questo atteggiamento implichi alcuna idealizzazione della condizione femminile. Anzi, le donne di Weldon, come quelle di Bainbridge, sono spesso figure opache, pronte a farsi ingannare, la cui cecità, le cui debolezze interiori fanno parte della rappresentazione di un'esistenza impastata di stereotipi e di ipocrisie. Del resto, Weldon ha lavorato per la televisione e, prima di affermarsi come romanziera, per la pubblicità. Il suo punto di partenza è dunque la critica di un linguaggio edulcorato e fraudolento, di cui le donne sono vittime (ma anche attive promotrici), e che si diffonde nelle soap opera televisive, nelle collane `rosa', nei tabloid della stampa popolare, dove si possono conciliare un femminismo di pura facciata e il soft porn delle fanciulle nude in terza pagina. Naturalmente, per Weldon, come per Bainbridge (e a questi due nomi bisognerebbe accostare anche quello di Monica Rubens, praticamente sconosciuta in Italia), la strada della consapevolezza e dunque della vendetta, non è mai preclusa alle loro eroine.

Anche il recente Le peggiori paure, efficacemente tradotto da Maurizio Bartocci per l'editore Fazi, conferma la fedeltà sostanziale di Fay Weldon ai suoi temi, riprendendo anzi alcuni spunti da una delle sue opere più famose, Vita e amori di una diavolessa. In quel romanzo, la protagonista, una pacifica casalinga abbandonata dal marito, affascinato da una scrittrice di successo, cambiava a poco a poco identità, acquistando le caratteristiche terrificanti di una she-devil, fino a rinunciare al suo ruolo materno e a identificarsi perfino fisicamente con la rivale. Le peggiori paure propone però una riscrittura (auto)ironica della trama precedente, perché, in questo caso, la donna di successo è la protagonista, Alexandra, un'attrice affermata, non esente da peccatucci e infrazioni alle norme borghesi, mentre la sua rivale (ma in realtà, parodicamente, le rivali si moltiplicano nel corso della narrazione) è una figura minore dello stesso mondo teatrale a cui appartiene Alexandra, apparentemente insignificante e priva di qualunque sex-appeal. Dopo la morte improvvisa del marito Ned Ludd, un critico teatrale studioso di Ibsen che era rimasto `da solo' nella loro casa di campagna, mentre lei recitava a Londra in Casa di bambola, Alexandra, devastata dal dolore, comincia a mettere assieme una serie di indizi curiosi e sconcertanti, assumendo il ruolo di una vera e propria detective. Scoprirà, via via, che Ned aveva un legame fisso con la `nana' Lucy Lint, paragonata, con un tocco di sarcasmo letterario, al mostruoso hobbit Gollum di Tolkien, e una serie di amanti occasionali, che andavano dalle più care amiche di famiglia alla bambinaia Theresa, la quale ha trasferito nel proprio domicilio alcune suppellettili preziose di proprietà di Alexandra. In una sarabanda diabolica spuntano un odioso fratello del morto, una ex-moglie vendicativa, un testamento che disconosce qualsiasi diritto ad Alexandra e al figlio. Anche il cane sembra abbandonarla, essendosi affezionato alla devota Lucy, che lo portava a spasso ogni mattina. Del resto, perfino l'attricetta che ha temporaneamente sostituito a teatro Alexandra nella parte di Nora, era una `protetta' del simpatico Ned. Recitando nuda in una delle scene più importanti, soffierà il posto alla collega; ma non era stata Alexandra per prima ad aver esibito un seno scoperto nella stessa scena? E' evidente che occuparsi di Ibsen e assumere atteggiamenti emancipati non modifica alcun tradizionale schema maschilista di prevaricazione e di falsificazione all'interno della coppia, ma è ugualmente ovvio che la ribadita supremazia del maschio, padrone di un harem un po' troppo impegnativo (e infatti il buon Ned crepa di infarto quando viene scoperto da Lucy assieme a un'altra amante), poggia su una ragnatela di complicità e di perfidie femminili, che obbligano Alexandra a interrogarsi sull'esistenza tutta, non solo sulla sua vita di coppia. In questo senso, Le peggiori paure propone un approfondimento psicologico maggiore, rispetto ad altre opere della scrittrice britannica. Infatti, Alexandra giunge a paragonarsi a una splendida villa che poggia su palafitte rese instabili dal lavoro segreto di un esercito di termiti: «Termiti provenienti da un vasto assortimento di termitai: Risentimento, Invidia, Gelosia, Lussuria, Ambizione, Cattiveria, Ripicca... » Elaborato in fretta il lutto, Alexandra deve ricostruire una propria identità sulle macerie, ribattendo colpo su colpo, affrontando le «peggiori paure», gli incubi che si sono materializzati nella ricostruzione sconvolgente del suo rapporto con il marito.

Il problema è che in questo percorso non viene solo distrutta l'immagine del marito, ma anche messa in discussione l'alta opinione che Alexandra aveva di sé. Attraverso gli occhi delle rivali e dei loro complici, attraverso le presunte confidenze del marito alle sue amanti, Alexandra ora può scorgere se stessa in un parodico disneyano `specchio delle mie brame', dove verità e menzogna si sovrappongono a tal punto che lettori e lettrici non sanno più chi sia la stessa Alexandra, forse (nello specchio deformante davanti a cui l'eroina weldoniana è costretta a osservarsi) un'ipocrita che ha sempre chiuso entrambi gli occhi per non vedere, una donna interessata esclusivamente alla sua carriera, un'adultera che aveva un tempo pensato di fuggire con l'amante. Insomma, se gli uomini di Weldon sono destinati all'inferno senza alcuna possibilità di perdono, non è detto che le loro compagne tradite e abbandonate non debbano raggiungerli allo stesso indirizzo. E perché no, dopo tutto, come succede in quello spot pubblicitario dove la bella, pur di tenersi il suo orologio di marca, si dirige decisa verso la porta degli inferi? E' pur vero che Weldon concede alla sua eroina gli onori di un'uscita spettacolare e la promessa di un trionfale riscatto: distrutto il domicilio dissacrato e sistemati cane e figlioletto (qualcosa del genere succedeva già alla diavolessa del precedente romanzo), Alexandra vola a Hollywood, per recitare accanto a Michael Douglas. E' l'inizio di una nuova vita? O anche Alexandra si sta arruolando nelle schiere del Maligno? Ma forse, dopotutto, Michael Douglas è molto meglio di un Ned Ludd qualsiasi, e «lasciatemi il mio Briel» è metaforicamente l'unica risposta possibile che Fay Weldon, una autentica 'moralista' nella migliore tradizione della satira e del black humour, consente a un universo totalmente mercificato, in cui anche il femminismo borghese rischia di perdere la sua carica originale di protesta e di emancipazione.