Articolo da "La Repubblica" del 19 febbraio 2006


l giorno che le donne si presero la Storia
Sessant´anni fa, il 2 giugno ´46 alle italiane fu concesso il primo "voto politico": referendum Monarchia-Repubblica e Costituente Ora una mostra alla Camera racconta quell´appuntamento cruciale

SILVANA MAZZOCCHI
Arrivavano ai seggi con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Emozionate, come si conviene per un appuntamento importante, decisivo. Quel 2 giugno del ´46 le donne votano per la prima volta e sono oltre dodici milioni. Un diritto, un adempimento ovvio per la democrazia, eppure una conquista difficile, inseguita fin dai primi movimenti femministi a cavallo del Novecento. In precedenza, il 1° febbraio del ´45, un decreto aveva esteso il suffragio alle donne che in alcune regioni avevano già potuto votare per le elezioni amministrative. Ma essere candidate ed esprimersi per i destini della nazione era tutt´altra cosa.
Paese povero e caotico, il nostro, in quel primo dopoguerra. L´Italia era rimasta a lungo divisa in due (a Roma il governo Bonomi, il nord ancora occupato dai tedeschi e dalla Repubblica di Salò) e usciva dal conflitto con le ossa rotte. Il salario di un operaio toccava appena 10mila delle vecchie lire, il biglietto del tram ne costava 4, ma un chilo di pasta valeva 120 lire e un litro di latte ben 300. Quel 2 giugno si deve scegliere tra Monarchia e Repubblica e, contemporaneamente, eleggere l´Assemblea Costituente per disegnare la nuova identità istituzionale. Per le donne il salto è doppio: votano e possono essere votate. «Stringiamo le schede come biglietti d´amore», racconta la giornalista Anna Garofalo nella cronaca di quel giorno, «si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle lunghe file dinanzi ai seggi. E le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari».
All´inizio era stata soprattutto la Dc a premere per il voto alle donne; i comunisti e i socialisti temevano che la Chiesa potesse influenzare le coscienze femminili, ma la valenza di quell´irrinunciabile conquista aveva presto spazzato via ogni dubbio. E Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi (contrari i laici, compreso Benedetto Croce) avevano presentato insieme la proposta sulla quale Ivanoe Bonomi emanò il decreto legislativo.
Nei mesi precedenti al voto i partiti mettono in campo ogni loro risorsa. Fino ad allora le donne erano rimaste escluse da ogni tipo di dibattito politico e molte candidature finiscono per rivelarsi solo di bandiera. Il Pci e il Psi pescano tra le partigiane e i quadri di partito, tra le militanti perseguitate durante il fascismo o esiliate. Mentre la Dc indica esponenti dell´Azione cattolica e donne legate ai movimenti popolari. Il voto era stato reso obbligatorio per iniziativa democristiana, ma l´imposizione non serve: le donne sono contente di votare e accorrono in massa. Già nella primavera di quell´anno erano state elette per la prima volta oltre duemila donne nei consigli comunali. Nessuno stupore quindi se alla Costituente, su 556 deputati, 21 sono donne: nove dc, nove comuniste, due socialiste e una della lista "L´Uomo qualunque". Cinque di loro entrano nella "Commissione dei 75" incaricata di scrivere la Carta costituzionale: le dc Maria Federici e Angela Gotelli, la socialista Tina Merlin e le comuniste Teresa Noce e Nilde Jotti.
«È il voto alle donne il punto di partenza» conferma Anna Rossi Doria, che insegna Storia delle donne all´Università di Tor Vergata a Roma ed è nella "Società italiana delle storiche": «Quello è un momento importante soprattutto dal punto di vista soggettivo, in quanto fu una conquista di individualità oltre che di cittadinanza. Ci sono tante testimonianze di donne, intellettuali ma anche delle classi popolari e contadine. Tutte ricordano l´emozione provata quel giorno per aver conquistato un senso pieno di autonomia individuale, fuori dai ruoli. Quel "voto segreto" significava potersi finalmente sottrarre al controllo e alla subordinazione. Anche dagli uomini della famiglia».
Alla Costituente le elette formano una pattuglia variegata ma compatta e riescono a realizzare una collaborazione trasversale e moderna, per l´affermazione, nella Carta, dei principi basilari di parità. Con un testo ispirato all´uguaglianza giuridica di tutti i cittadini, «senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali». E alle "madri" della Costituzione va riconosciuto il merito di aver contribuito in modo decisivo a scardinare la struttura patriarcale della famiglia, con il riconoscimento di pari doveri e pari diritti ai coniugi, primo fra tutti quello di educare i figli.
Dal voto alle donne alla Costituzione. Dal diritto di cittadinanza acquisito nasce il seme per quell´evoluzione del diritto e del costume che avrebbe, nei decenni successivi, reso possibili tante conquiste di parità e di civiltà. Leggi fondamentali e innovative nel campo del lavoro, del diritto di famiglia e della dignità femminile come l´abolizione delle case chiuse nel ‘56, voluta da Lina Merlin e primo esempio di mobilitazione parlamentare trasversale. Le norme sulle lavoratrici madri e, nel lavoro, la parità di trattamento salariale per gli uomini e per le donne. Fino al divorzio e all´aborto legale.
Momento particolarmente felice quello della Costituente per la collaborazione tra donne. Con il collante della necessità di ricostruire l´Italia, le elette, sebbene avversarie, non erano state mai nemiche. Un´alleanza sostanziale che viene meno già nel ‘48, quando con le nuove elezioni, l´Italia si spacca in due. «Anche se differenze ce ne erano sempre state» dice Marina D´Amelia che insegna Storia moderna all´Università la Sapienza di Roma, «basti pensare al diritto al lavoro (che aveva visto le cattoliche più preoccupate del rapporto famiglia-occupazione, rispetto alle comuniste), fu il ´48 con la forte contrapposizione tra Dc e Pci a creare tra loro solchi profondi. Che si aggravano quando le dirigenze dei partiti richiamano le donne al gioco di squadra. E quando, nello stesso tempo, inevitabilmente, si attenua lo slancio derivante dall´assunzione di responsabilità che le donne avevano patito, ma anche scelto durante il drammatico periodo della guerra».
L´eterno tema della lotta dei diritti, un cammino non ancora concluso. «Se ancora oggi parliamo della necessità di dare equilibrio alla rappresentanza fra donne e uomini», sottolinea Anna Rossi Doria, «questa incompiutezza è la spia che qualcosa non funziona. E che il diritto di rappresentanza delle donne non è ancora pienamente realizzato».

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