La lotta per il suffragio, la resistenza e il femminismo
SE LA STORIA CI TRATTA COME MADRI E MOGLI
Lentezza italiana Da noi, a differenza che in altri paesi, l´immagine del potere politico resta quella di un club monosessuale e anziano
C´è in Italia una questione maschile che ormai fatica a spacciarsi per questione femminile, come succedeva da due secoli o quasi. In queste settimane è il rapporto donne/potere politico, spinto in primo piano dalla visibilità di Ségolène Royal, Michelle Bachelet, Condi Rice, Hillary Clinton, senza contare altre leader meno citate. Mentre in alcuni paesi il vecchio copione che escludeva le donne dai massimi livelli di decisione sembra in via di esaurimento, da noi l´immagine del potere politico resta quella di un club monosessuale, e di età per lo più avanzata. Non che manchino donne eccellenti, oggi e nel passato. Ma non sono mancate neppure le barriere formali e informali.
Penso alle "eroine risorgimentali", molto reclamizzate ma costrette a far passare le proprie idee attraverso i figli - e infatti l´ala antisuffragista del femminismo di allora teorizzava che influenzando i maschi di famiglia e di clan si otteneva molto di più che con il voto. Penso soprattutto alle emancipazioniste dell´ultimo Ottocento e del primo Novecento, in lotta per il suffragio, ma non solo. Poche/i sanno che erano largamente presenti nella società, che avevano messo in piedi casse di maternità, uffici di assistenza legale e di collocamento del lavoro intellettuale femminile, scuole delle madri; che facevano quello che oggi si chiamerebbe lavoro sul territorio. Siamo negli anni in cui l´industrializzazione spinge folle di sradicati verso le città, e le città non offrono punti di riferimento né vera assistenza, fatta eccezione per alcuni canali religiosi. Le emancipazioniste creano allora, vicino alle stazioni e nei quartieri popolari, gli "uffici indicazioni", strutture nuove pensate per spiegare agli immigrati (e ai marginali di sempre) quali aiuti possono ottenere e per quali vie - in sostanza, per rendere meno nemica la città, meno estranee le istituzioni, più padroni di se stessi i cittadini.
È un´opera di servizio e uno strumento di conoscenza: a Milano l´Unione nazionale femminile fonda nel 1900 il primo Ufficio indicazioni, che nel 1906 si occupa di quasi seimila richieste; a Firenze i casi seguiti nel 1907 sono 13.017, mentre l´archivio raccoglie la storia di oltre quarantamila persone. È anche uno dei primi esperimenti di moderno volontariato laico e uno dei pochi terreni di sprovincializzazione della politica nazionale: grazie alle associate straniere e a ebree italiane legate a reti di relazione cosmopolite, il movimento mantiene stretti rapporti con quelli di altri paesi e può mutuarne alcuni modelli, per esempio il settlement, la pratica di abitare per un certo periodo nei quartieri più poveri a contatto con i propri utenti/assistiti.
Come hanno scritto Annarita Buttafuoco, Anna Rossi-Doria e altre storiche, l´aspetto più interessante è che queste donne, alcune alto-borghesi e aristocratiche, molte di ceto medio, laiche, cattoliche, socialiste, si incontrano su una visione dei diritti di cittadinanza più ampia e elastica di quella del tempo; che tutte pensano a una politica diversa, a un nuovo rapporto fra cittadini e Stato, in cui le istituzioni devono assumersi più responsabilità verso chi è in condizioni di bisogno.
Anche fra le donne della Resistenza, soprattutto a sinistra, si lavora per un´altra concezione della cittadinanza, più inclusiva e più "sociale". Nel pieno dell´emergenza, fra le azioni dei Gruppi di difesa della donna spiccano forme di tutela materiale e simbolica della comunità, dalle lotte contro le deportazioni agli onori resi pubblicamente ai partigiani uccisi, alla difesa delle condizioni di vita. Per il dopo, più che la cosiddetta "grande politica" l´obiettivo è l´attività negli istituti di "democrazia diretta" che si sperano durevoli, giunte e Cln, comitati di base, libero associazionismo, secondo un programma in cui lo spirito di servizio è il punto di forza (e di debolezza).
Ne esce un bilancio in chiaroscuro. È grazie alle pressioni delle emancipazioniste che alcuni compiti vengono assunti dallo Stato - è del 1910 la creazione della Cassa nazionale di maternità per le operaie; ma quando alcune città cominciano a istituire proprie strutture simili agli Uffici indicazioni, sulla primogenitura emancipazionista si sorvola, così da evitare ogni concorrenza. Nessuna sovvenzione pubblica. Suffragio negato con l´accordo dei socialisti - che Anna Kuliscioff accusa pubblicamente di opportunismo e ottusità. Per le donne del dopoguerra, riconoscimenti avari, il diritto di voto presentato come una concessione e accompagnato dall´invito a portare più umanità in politica - un po´ come si chiede alle donne di aggiungere bellezza e significato al maschile anziché a se stesse.
Forse si era troppo avanti - a inizio Novecento il modello di cittadinanza caro alle emancipazioniste sembra un´utopia - e insieme troppo indietro nell´impresa difficile di chiedere potere per sé, tanto più quando se ne disapprova la natura. Ma la libertà di una donna sta anche nel poter dire che vuole il potere, maschile o no poco importa; e nella possibilità per un´altra di opporsi.
I nodi sono tanti. Per esempio: il fatto che la politica delle donne venga interpretata principalmente come una estensione del ruolo materno nella sfera sociale; e la maternità è una forza creativa enormemente legittimante, ma nello stesso tempo è il principale elemento su cui fa leva la politica per tenere lontane le donne. Lo sanno bene gli uomini, come sanno che esaltare il superiore disinteresse femminile per i ruoli di potere è una buona tattica per distoglierle dall´entrare nella competizione. Poi: si diventa leader grazie a un´élite, cioè a un gruppo di amici e sodali che partecipano alle stesse attività; finora si è trattato di cerchie maschili, esperte nel dividersi il potere e molto restie a cederlo. Ancora: la politica di ieri e di oggi può non piacere affatto a chi punta in alto, a cambiare rapporti e persone. Infine (ma l´elenco potrebbe continuare): molti politici ritengono che le donne siano così fedeli da sopportare tutto o quasi pur di non staccarsi dal proprio schieramento.
Non che nell´arco della storia repubblicana tutto sia rimasto uguale. Negli anni Cinquanta, durante la discussione sulla legge per l´abolizione delle case chiuse, Lina Merlin doveva scontrarsi con colleghi che ridacchiavano come scolari di fronte a un storiella spinta, con madri di figli maschi preoccupate per la loro iniziazione sessuale - consiglio della socialista libertaria Merlin: «Rivolgersi alle madri di figlie femmine». Oggi sarebbe diverso. Perché ci sono state donne a decine di migliaia nelle piazze. Ci sono state e ci sono donne che fanno politica a modo loro, rovesciando la secolare superiorità del "generale" sul locale e sul particolare. Donne presidenti della Camera e di commissioni parlamentari, donne sindaco, ministro, capogruppo. Donne di valore e no, femminili/ste e no, deboli o forti, piangenti o furenti. Alcuni maschi che le sostengono. I politici possono anche raccontare a se stessi che rappresentano il cosiddetto universo femminile, ma hanno visibilmente perso il diritto a farlo con "innocenza". Sulla stampa e negli altri media ora si parla di questione maschile.