Articolo da "La Repubblica" del 20 febbraio 2007


LE SIRENE AMBIGUE E FASCINOSE
Un saggio fra immagini e letteratura
Vergini e seduttive Ammalianti e distruttive Un viaggio fra poli opposti
Maurizio Bettini e Luigi Spina ricostruiscono la storia di una figura leggendaria
Sono donne speciali, sanno cantare come le Muse
Il padre è Acheloo o Forco? La madre è Melpomene o Gea?
Il godimento struggente provato da Ulisse nell´Odissea

NADIA FUSINI
È dolcissimo quel momento dell´Odissea, quando Odisseo e Penelope, finalmente riconosciutisi, dopo aver goduto del loro amore - così profondamente coniugale - continuano a godere, narrando lei di quanto abbia sofferto a casa, tra la folla sfacciata dei pretendenti, e lui nelle sue peripezie. In pochi versi si ripete più volte il verbo terpein: si può toccare il diapason del piacere con l´udito e nella mente, oltre che con il tatto e nel corpo. È a questo punto che tra le esperienze vissute Odisseo ricorda di quando con l´orecchio provò il godimento struggente della voce delle Sirene. Perché incessanti le Sirene cantano, e la loro voce risonante lui l´ha sentita in carne e ossa. Già, le Sirene! Le favolose sirene!
Al mito delle Sirene ci introducono Maurizio Bettini e Luigi Spina, grazie a un bel libro (Il mito delle Sirene, Einaudi, pagg. 268, euro 22), in cui vengono rivisitate le immagini e i racconti che dalla Grecia fino ad oggi hanno a protagonista il fantastico ibrido. Il ruolo dei due studiosi cambia: il primo lo svolge affidandosi a quella che potremmo chiamare una intensa riscrittura del mito; il secondo laboriosamente si lancia in un animato e personale e brillante, oltre che erudito, lavoro di ricostruzione. Se, in altre parole, Bettini il mito lo "ricorda in modo creativo", per dirla con Jesi; Spina lo ricerca - l´assunto implicito di questa collana essendo, mi pare, che il mito operi per via di memoria volontaria, o involontaria - per via di riscrittura diretta, indiretta, o cifrata. E dunque le sue tracce le si possano inseguire metodicamente, oppure affidandosi a frammenti, addirittura inconsci. Ben sapendo che la storia stessa è il movimento di un grande oblio, e la sostanza della mitologia l´affabulazione. E se il mito offre la possibilità di continuare il racconto, Bettini, oltre che studioso, scrittore, la coglie al volo. Assecondando la forza di evocazione dell´immagine, celebra la potenza del mito.
Spina, dicevo, si applica a ricostruire e reinterpretare lo zoccolo duro del mito: operazione "relativamente agevole" modestamente proclama. E stringe intorno alle Sirene una rete dalle maglie assai fitte. Illumina le condizioni della loro genesi nella natura, nella storia, nella società, le situa in loco, le perseguita nei loro spostamenti, ne rintraccia l´immagine su sarcofagi e brocche varie e vasi e capitelli (il volume è concluso dall´interessante capitolo "Iconografia", a cura di Stefano Chiodi e Claudio Franzoni), ne insegue dovunque l´eco. Fino al presente.
All´inizio, ci depista: non parte dall´incipit letterario, dal racconto di Odisseo. Suggerisce, anzi, di non fidarsi di lui. Segue piuttosto uno schema biografico: nascita, vita e morte. Il padre delle Sirene è Acheloo? O Forco? La madre Gea? O Melpomene? E le ali da uccello sono un premio, o una punizione? Vendetta di Afrodite? O di Cerere? E dove vivono? Su un prato fiorito, come dice Circe a Odisseo, con intorno ossa di uomini in putrefazione? E cosa fanno? Hanno ucciso, si dice, i Centauri. Addirittura, Telemaco. Sono pericolose, le Sirene. Altri raccontano che sconfitte, prima da Orfeo, poi da Odisseo, si suicidarono per l´insuccesso della performance. Lo attestano scene dipinte.
Insieme a queste domande, tutte pertinenti, man mano che leggevo, non smettevo di chiedermi: perché si genera un mito? Esistono delle leggi del pensiero mitico? Si possono disegnare le necessità psicologiche della struttura di un mito? E mi tornavano alla mente le domande e le risposte di Caillois, così come in un altro bel libro - I demoni meridiani (Bollati)- le motiva Carlo Ossola. Sotto il nome di divinità meridiane, insieme a Pan e alle ninfe, Caillois mette le sirene, le incantatrici. E le collega alla morte, secondo un´idea antica di vampirismo. Legame - tra piacere e morte- che in effetti le sirene mantengono nella coloritura eroica della loro tentazione. E mi risuonavano nell´orecchio altri libri giustamente citati e consultati da Spina: quello di Loredana Mancini, Il rovinoso incanto, uscito dal Mulino nel 2005, e il libro di Elisabetta Moro, sulla sirena di Napoli, Partenope, dal titolo La santa e la sirena, uscito per Imagaenaria, sempre nel 2005. E prima ancora quello di Meri Lao, decana tra le amanti del genere, che nel suo Le Sirene, del 1985, indagava la sopravvivenza del mito da Omero ai pompieri, dal canto epico alla soap-opera, collezionando metamorfosi e deformazioni. E non ultimo il bel libro di Jacqueline Risset, dal titolo Il silenzio delle Sirene, uscito da Donzelli qualche mese fa; dove in un affascinante viaggio in un arcipelago di autori tra i più interessanti del Novecento francese, da Mallarmé a Bataille a Blanchot, con grande finezza l´autrice ci aiuta a ritrovare in poesia, e in prove di scrittura romanzesca estreme, per l´appunto l´enigma del canto, che potrebbe rovesciarsi in silenzio. È il frammento postumo di Kafka a invitarci a tale scommessa; è Kafka a obbligarci a pensare: e se quando Odisseo le incontra, le Sirene avessero già smesso di cantare? Un paradosso, certamente: ma come possiamo noi, che siamo nati nel secolo scorso, non tenere conto di tale possibilità? Che il silenzio sia custode del canto, che la letteratura abbia a che fare con tale assenza, o nascosta presenza - non è di questa angoscia che testimoniano i grandi poeti e scrittori del Novecento?
E d´altra parte, non è proprio letteratura che il mito diventa a lungo andare? Senza rito, il mito che altro sarà, se non fiction? Non ci arriva forse la mitologia greca irrimediabilmente falsificata? Proprio a questo punto, quasi sopraffatta dal piacere accumulato durante la navigazione dotta, erudita, seguendo testi tanto complessi ed eleganti, al lettore che mi sta ancora leggendo confesserò un segreto: l´immagine del mito, quasi un´"immagine allucinatoria", direbbe Bergson, che in me resta, è quella della Sirenetta di Andersen. Fu mio padre a donarmi quel libro, che non ritrovo tra i miei; una versione della fiaba certamente approntata per uso addomesticante di bambine troppo fantasiose. Che ne potevo sapere io delle sirene, a quell´età?
Eppure, quel libro con illustrazioni glamour mi piacque immensamente; ero così felice di averlo. Brillavano i colori: rosa, celeste, verde-mare. E mi piaceva immensamente lei, la sirenetta. Non pensai assolutamente che fosse un mostro. Non mi fece assolutamente repulsione la sua appendice bestiale, non funzionò in tal senso quell´immagine. Forse perché amavo il mare, e l´idea di potermi valere della coda di pesce per nuotare ancora meglio, mi entusiasmava.
Se cito l´episodio è per dire che la capacità di vivere del mito non dipende certo dalla sua comprensione. Direi al contrario che se io non capivo, il mito capiva me; mi comprendeva. E io arrendevo a quel racconto paure e desideri inconfessati. Ero una bambina, ripeto; ma già si preparava per me il cammino (che quella lettura anticipava) verso l´iniziazione sessuale. Fra non moltissimi anni avrei anch´io perso la coda, mi sarebbero cresciute le gambe, e con le mie gambe sarei andata verso lo sposo, lasciando il padre, il quale, però, proprio lui mi aveva regalato il libro, come alla sirenetta il suo papà regalerà la libertà di lasciare il mondo del mare, nell´ultima versione disneyana di Husker e Clements del 1989.
È importante che il padre acconsenta alla libertà della figlia, perché il gesto dell´abbandono non sia segnato in modo irrimediabile dalla colpa. È importante che la tentazione dell´incesto receda a favore dell´esogamia. Allo stesso modo, ne La donna senz´ombra, di Hofmannsthal, altra storia dal forte sapore mitico, sarà il padre a permettere l´entrata della fanciulla nel mondo di coloro che insieme con l´ombra conoscono la morte.
Ma se il mito della sirena si salvava per me bambina nella fiaba, di cui non ho un ricordo tetro, tutt´altro, perché certamente la variante che lessi cambiava in lieta la fine triste dell´originale, crescendo, altre epifanie di Sirene mi furono donate: prima, fra tutte, al liceo, quella di Odisseo. E lì un altro motivo emerse, o meglio, agganciò dentro di me una pulsione profonda, e scatenò un sentimento che tuttora nutro per le Sirene: l´ammirazione. Le Sirene erano delle donne speciali, non per via delle ali, o delle pinne, ma per quel che conoscevano, e cioè tutto; e per quel che sapevano fare, e cioè cantare. Come le Muse.
«Pieno di gioia, conoscendo più cose, ripartirà chi si fermi ad ascoltarci»: così promettono. Già! Ma che fare dell´avvertimento di Circe? La conoscenza e la gioia, come sposarle alle ossa che marciscono? Eros e Thanatos ancora? Finché un giorno al British Museum vidi lo stamnos attico, in cui si riconosce la nave di Odisseo che passa e delle tre sirene una si butta nell´acqua, mentre la seconda si prepara ad aprire anche lei le ali per il tuffo. E la terza rimane immobile.
Tornava l´allusione al suicidio. E riemergeva nelle Sirene, oltre alla seduzione del canto, la potenza della morte. Jane Harrison, la grande studiosa di Cambridge, allieva di Frazer, confermava che gli occhi della sirena erano chiusi, come gli occhi dei ciechi e dei dormienti e dei morti. Emergeva prepotente l´ambivalenza dell´immagine. La polarità. Il dualismo. Forse non per dire che sono due le Sirene, ma per sottolinearne l´essenziale duplicità Omero usa il duale.
Vergini e ammalianti; seduttive, ma disobbedienti ad Afrodite, proprio perché parthenoi, e cioè donne, ma nubili, intatte, che sviano gli uomini dal ritorno a casa, alle spose, alle famiglie. Affascinanti e distruttive. Questo erano, questo sono le sirene... Il libro di Bettini e di Spina lo riconferma. Ma del resto, non è sempre così coi fantasmi? Non è sempre così col sacro?