DELLE FEMMINE SFRONTATE
Dopoguerra italiano
Così vinse l´America
La compagna Stakanova in salopette o Marilyn con l´ukulele? Furono le donne, nonostante le censure dei parroci o dei mariti di sinistra, a far trionfare anche qui l´american way of life. Ora un libro di Silvia Cassamagnaghi racconta quanto "pacchetti" di foto e articoli forniti dall´ambasciata Usa ai nostri rotocalchi abbiano contato in quella battaglia
VITTORIO ZUCCONI
Washington
Erano gli anni dell´agonia sovietica, i primi anni Ottanta. Sugli schermi della televisione di stato apparve il primo "video magazine" all´occidentale. Si chiamava Panorama e fu un successo strepitoso. Dovetti guardarlo anch´io, inviato a Mosca, per dovere di cronaca. Era spazzatura. Un montaggio greve di cortei di disoccupati a Milano, cariche di gendarme a Parigi, grida di femministe esasperate a Londra, costruito per creare l´impressione dell´implosione del mondo capitalista. Natasha - mi appellai alla intelligente signora che mi faceva da interprete e da baby sitter - ma come può avere tanto successo un programma che mostra soltanto cortei sindacali in Europa e in America? «Cortei? Ma chi li vede?», mi sgranò addosso i suoi occhi azzurri Natasha: «Noi lo guardiamo per vedere come si vestono le donne in Italia o in Francia, che cosa è di moda da voi». Panorama fu cancellato dagli schermi poco dopo.
Questo caso da laboratorio della eterogenesi delle intenzioni propagandistiche, delle sorprese che le operazioni stile Minculpop possono riservare a chi la organizza, si applica paradossalmente anche sull´altro fronte della Guerra fredda, a Ovest, nei primi anni del dopoguerra. Mentre servizi segreti, diplomatici e governi americani freneticamente trafficavano per manipolare la vita politica, il vero campo di battaglia erano le sale di cinema asfissiate dal fumo, le arene estive all´aperto pavimentate di gusci di noccioline, le pagine di cronaca rosa sfogliate sotto il casco del parrucchiere o sul balcone a prendere il fresco della sera.
Come racconta la bella ricerca di Silvia Cassamagnaghi pubblicata ora dall´editore Franco Angeli (Immagini dall´America. Mass media e modelli femminili nell´Italia del secondo dopoguerra 1945-1960), e come Natasha avrebbe potuto confermare, i soldati che avrebbero vinto la "Kulturkampf", la guerra culturale tra Est e Ovest, sarebbero state soldatesse, attrici in tailleur, ninfe in costume da bagno, dame in calze di nylon, in ombretto e fondotinta, in automobile, in ufficio. L´armata visibilissima, eppure quasi segreta, dei modelli di femminilità creati a Hollywood ed esportati per vendere, non per fare rivoluzioni.
Furono le donne italiane, sotto la apparente soggezione al marito o al padre di sinistra, a decretare che fra gli opposti ideali offerti dai due fronti - la nerboruta compagna Stakanova in salopette con l´incudine e il martello curva a forgiare il socialismo in una fonderia di Minsk, e la sirena Esther Williams nei suoi costumi da bagno pre-bikini, la eterea Ginger Rogers, la impalpabile Audrey Hepburn, le palpabilissime pin up maggiorate - era questo secondo a vincere e a rappresentare un lontano ma assai più desiderabile e dirompente sogno.
La vulgata storica vuole che le donne italiane votassero partiti anti-comunisti negli anni Quaranta e Cinquanta per salvare la famiglia dalle grinfie di zio Stalin o per compiacere i don Camillo. Ma furono, consciamente o inconsciamente, le suggestioni di quelle star, i richiami a un futuro da «sfrontate», come le definiva il Radiocorriere per esorcizzare i primi telefilm importati in bianco e nero, a sedurre probabilmente molte elettrici in cabina, dove Stalin non le poteva vedere, ma non le vedevano neppure il marito, il padre o il prete. Nel quindicennio decisivo dell´Italia repubblicana, fra il 1945 e il 1960, la "american way of life" filtrò dalle discussioni politologiche alla fantasia dello spettatore-consumatore e soprattutto a quella delle spettatrici.
Furono le bambine, le ragazze, le donne, le signore italiane - comprese le «proletarie», che confessavano di leggere assai più i femminili di quegli anni piuttosto che il pensoso organo del Pci Noi Donne - ad assorbire e interiorizzare un modo diverso, eccitante, onirico, affermativo e non passivo, di essere femmine in una società industriale, urbanizzata e prospera, fuori dai canoni puritani, plumbei e moralisti raccontati bene da Miriam Mafai, che proprio Noi Donne diresse, e illuminati dall´imbarazzo del Pci davanti alla relazione extraconiugale di Togliatti con Nilde Jotti. È una seduzione che prima avviene in maniera apparentemente superficiale e solo dopo è interiorizzata come scelta culturale, dunque politica, quella stessa forma di "infezione" per modelli che oggi i fondamentalisti islamici temono per le loro donne ingabbiate.
Si guardava il trucco di scena inventato a Hollywood dal signor Max Factor che spalmava "pancake" sui volti delle star nascondendo il lavoro del tempo. Si ammiravano i primi rossetti indelebili a prova di acqua, dunque di bacio, con tutte le implicite suggestioni maliziose. Si sospirava davanti alle lunghe gambe e alle caviglie sottili delle girls americane fasciate in calze di nylon, confrontandole con le proprie gambotte traccagne avvolte in calzerotti. O si sognava la luccicante "custom jewelry" falsa di Trifari che brillava sul petto delle eroine spiritose e «sfacciate» delle "sophisticated comedy", le commedie brillanti e gli splendidi duplex di Manhattan, dove queste donne tengono testa ai maschi, li sfottono, anche se, alla fine, li sposano, perché così voleva la morale del tempo.
Erano modelli pensati da maschi per consumatori maschi. Ma agli occhi delle donne del Sud europeo, della Bassa, delle città italiane, dei "divorzi all´italiana", delle Filomene Marturano, quel modo di presentarsi, di vestirsi, di rapportarsi agli uomini, era più rivoluzionario degli opuscoli sovietici sulla produzione di acciaio e di elettricità. «Troppo sfrontate», «troppo interessate ai maschi», «troppo poco premurose verso la famiglia» mentivano ai ricercatori le italiane, attribuendo a quei personaggi difetti che erano desideri.
Gli uffici dei servizi di propaganda americana, sotto la direzione di una donna, di un´ambasciatrice, la Claire Booth Luce, diffondevano i "pacchetti", buste di articoli, foto, materiale vario, per esaltare la democrazia americana. Ma in un´Italia che ancora tagliava le scene dei baci negli oratori, come raccontò Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso, o che era appena uscita dalla condizione femminile dei matrimoni e divorzi all´italiana, dei premi fascisti alle mamme sfiancate dalle gravidanze, delle "Giornate Particolari", le donne degli anni Quaranta e Cinquanta guardavano queste americane sposarsi e divorziare e risposarsi senza che il cielo le stecchisse.
Le vedevano andare da sole a spasso, in viaggio, al ristorante. Le guardavano "flirtare", parola che è rimasta intraducibile perché non ha un corrispondente in italiano, guidare automobili, farla a fucilate con i «musi rossi» per proteggere il ranch come Rosalynd Russel (il tempo della correttezza politica e del Soldato Blu era ancora lontano), sedurre ed essere sedotte. E insinuare impronunciabili sospetti saffici in quelle agapi di femmine attruppate al bagno o nello spogliatoio.
Naturalmente, quasi sempre la "peccatrice" pagava. Bruciava in solitudine nell´inferno di Atlanta, come Vivien Leigh avendo tirato troppo la corda con Clark Gable nel Via col Vento uscito in Italia nel 1949 e bollato come «escluso» dal Centro Cattolico per la Cinematografia. La brava ragazza alla fine si sposava il "leading man", il protagonista, magari fingendo di non sapere che fosse gay, come poi si scoprirà di attori come Rock Hudson e si sospetterà di seduttori soavi come Cary Grant. Il matrimonio doveva ancora essere la conclusione del flirt, se spinto troppo avanti. L´aperta rivolta di Katharine Ross alle convenzioni sociali e la sua fuga dall´altare con "il laureato" nel 1967 erano ancora lontani.
La famiglia era necessariamente il premio finale per la bellezza e la virtù, manifestato in stupende "cucine americane", come infatti si diceva allora, dove la bisbetica domata in casalinga avrebbe avuto il conforto di utensili ed elettrodomestici e mobiletti pensili, invece della tinozze, delle ghiacciaie, delle madie, della cenere, del sapone di Marsiglia, dei fili tesi sui vicoli, del «non lo fo per piacer mio» a letto, che le spettatrici italiane avrebbero ritrovato a casa, uscite dal cinema.
Il peccato, e anche il sesso pur certificato e autorizzato, stavano sullo sfondo, perché i censori vegliavano anche a Hollywood, non soltanto nel Santo Uffizio. A Lucille Ball, protagonista della serie tv Lucy e io, era proibito avere un letto matrimoniale con il co-protagonista e marito anche nella vita, Desi Arnaz, che dormiva in un lettino separato. Un´attrice incinta non era ammessa, per non dare al pubblico strani pensieri su cosa mai avesse fatto per diventarlo, e i vizi veri erano sapientemente nascosti dietro le arti di Max Factor, che riusciva a fare dell´alcolizzata, promiscua e depravata Judy Garland la innocente, asessuata ragazzina del Kansas, nel Mago di Oz.
Ma per quante cautele e pruderie e ipocrisie utilizzassero i censori, il messaggio arrivava, chiaro e forte. Diceva che un altro mondo, un altro modo di essere donna rispetto a quello che i mariti, le suocere e il signor prevosto esigevano era non soltanto possibile, ma legittimo e addirittura positivo. Il sillogismo che involontariamente il cinema, e poi la televisione, avrebbero affermato con molta più efficacia dei "pacchettini" da Cominform yankee, pur graditissimi a noi redattori dei settimanali femminili di allora sempre affamati di materiale per riempire le pagine, era colto da donne semplici come da donne istruite: se è l´America l´ideale positivo al quale noi, come elettrici, dovremmo allinearci anche secondo le autorità, perché mai le loro donne «sfrontate» dovrebbero essere un modello negativo, da evitare?
Il fatto che le stesse donne americane fossero, nella realtà, assai diverse da quelle illuminate sullo schermo dei cine all´aperto o degli atri fumosi, che non tutte fossero aggressive come un´Ava Gardner, sexy (altra espressione rimasta intraducibile eppure comprensibilissima) come Marilyn Monroe o Jane Mansfield, maliziose come Judy Garland, eleganti come una Greer Garson, spaccone come una Mae West che chiedeva agli uomini «è una rivoltella quella che hai in tasca o sei contento di vedermi?», spiritose come la parigina americanizzata Claudette Colbert, era irrilevante per un pubblico che della realtà americana poco sapeva e meno si interessava.
Le first lady come Betsy Truman o Mamie Eisenhower erano ancora raccontate come accompagnatrici dedite a «preparare il tè coi pasticcini» secondo la scandalosa battuta di Hillary Clinton nel 1992. Anche quell´immagine della "superwoman" di celluloide era un´invenzione, come lo era il "sogno americano" creato dai migranti venuti dai ghetti dell´Europa Orientale. Ma non era falsa la abissale distanza che separava le donne italiane dalle donne americane e che odorava di libertà individuale, ben più tangibile e desiderabile delle astrazioni sulla democrazia. La percentuale di pubblico che preferiva i film americani a quelli italiani era largamente maggioritaria, spiega una ricerca citata dalla Cassamagnaghi, e praticamente identica tra gli spettatori comunisti o anticomunisti.
Sarebbero venuti soltanto più tardi il femminismo, la traduzione dell´implicito nell´esplicito, del soggettivo nell´oggettivo. Ma c´era meno distanza fra le "svampite" e le bionde con l´ukulele alla Marilyn Monroe e le Nancy Pelosi, le Hillary Clinton, le Condoleezza Rice, di quanta ne esistesse allora fra le italiane e le americane. Per le consumatrici del primo dopoguerra, come per le donne russe che cercavano di capire quale fosse la lunghezza giusta delle gonne nel 1980 o l´acconciatura di moda a Milano spiando incollerite operaie italiane che mai avrebbero sospettato di essere guardate come top model, le immagini trasmisero inquietudini, resero pensabile cose che in quegli anni erano inimmaginabili o empie, come il divorzio. Raccontarono un modo di essere donne che - se guardiamo al vento di restaurazione moralista che torna a soffiare sull´Italia - ancora non ha finito di fare paura.