| Le "streghe" sono cambiate "Divise alla battaglia del voto" Viaggio tra le femministe: "Una sconfitta deludente" Emma Bonino: "Ma io ho visto le sale piene e non certo di uomini" Le trasformazioni rispetto alle lotte su aborto e divorzio La lettura di Anselma Dell´Olio: "Il fronte del no era molto più informato" Anna Serafini dei Ds "Una battaglia difficile ma proprio per questo andava fatta" ALESSANDRA LONGO Né scomparse, né poco coinvolte, semmai diverse dalle «streghe» degli Anni Sessanta e Settanta, quelle del «corpo è mio me lo gestisco io». Più moderate nei toni, forse semplicemente più politiche. Il loro mondo su questo referendum si è diviso duramente. Quattro sì, scheda bianca, astensione... Poca campagna visibile, un rush finale, quando già si profilava la sconfitta, con una riunione pubblica all´ex Buon Pastore di Roma. Appello a sostegno dei quattro sì di firme storiche come Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa, Bia Sarasini, Marisa Nicchi. Linguaggio per addetti: «Avvertiamo il bisogno di un discorso che ricomponga la frantumazione dei processi riproduttivi indotta dalle tecnologie, che dia un senso al materiale biologico separato dai corpi viventi». Difficile raggiungere l´elettorato femminile su temi così ostici, delicati. Difficile fare fronte comune. Mentre Luisa Muraro, la «papessa» del femminismo italiano, esprimeva i suoi dubbi sull´idea di un astensionismo totale («Il non voto nostro finirà per confondersi con quello degli indifferenti e di coloro che obbediscono ai vescovi»), Eugenia Roccella, figlia di uno dei fondatori del partito radicale, decideva di ignorare la chiamata referendaria. Così come Ida Farè, femminista storica della Libreria delle Donne di Milano, disposta al più a consegnare scheda bianca («Non mi piace questa atmosfera da guerra di religione»). «Non siamo una setta, non si può usare il maglio d´acciaio quando si parla del rapporto tra corpo e scienza - spiega Letizia Paolozzi, giornalista, femminista, fondatrice del sito www.donnealtri.it. Paolozzi, che ha votato quattro sì, non crede che il femminismo all´ancienne sia in caduta libera: «Nemmeno quando ero giovane mi piaceva la radicalizzazione dello scontro, l´indice e il medio di certe compagne che mimava la forbice per tagliare il membro al maschio nemico. Per me essere femministe vuol dire coltivare un´idea politica, tessere relazioni tra uomini e donne. Battaglie collettive come quelle per il divorzio e l´aborto non si possono ripetere, appartengono ad un altro contesto storico». «Il pensiero unico? E´ stato la morte del femminismo, per fortuna è morto», dice Anselma Dell´Olio che rivendica una lunga militanza nel collettivo di Boston: «Ho passato vent´anni della mia vita a sostenere che dovevamo riappropriarci dei nostri corpi». A conforto del credo astensionista, cita la posizione di una delle femministe storiche americane, Barbara Seeman, giornalista scientifica, «libertaria, laica, una che 35 anni fa parlava già dei danni procurati dal trattamento terapeutico ormonale». Ecco: il pensiero unico, se mai c´è stato, si è infranto sui dubbi, sull´ansia, sulla diffidenza storica delle femministe nei confronti «di una scienza invasiva e autoritaria, di una possibile deriva eugenetica». Anna Serafini, responsabile dei Ds per l´Infanzia e l´Adolescenza, trova sbagliato sospettare un disimpegno delle donne su «un tema così enorme come quello del ruolo della scienza nel momento in cui la vita è riproducibile artificialmente»: «Ho assistito in giro per l´Italia a dibattiti vivacissimi. Ho incontrato Jurgen Habermas, mi ha colpito quel che dice: "Argomenti così non possono essere lasciati alle elites politiche e culturali". Ha ragione. Ecco perché la battaglia del referendum era difficile ma meritava farla, al di là del risultato numerico e, comunque, in fondo, hanno votato dieci milioni di persone». «E´ stato un esito profondamente deludente, una sconfitta», registra amara Barbara Pollastrini. Anselma Dell´Olio ci mette del suo: «Ho trovato il partito femminista del sì molto meno informato di quello del no. Le prime sono rimaste ferme al vecchio schema dell´affermazione del diritto, con i maschi come controparte. Fanno le leonesse per conquistarsi la maternità anche a 80 anni e diventano mammole sulla vera posta in gioco che è la conquista del potere politico». Va da sé che a Dell´Olio è piaciuta molto la posizione di Paola Tavella, già giornalista del «manifesto» che ha scritto, con Alessandra Di Pietro, una lettera per denunciare le argomentazioni dei referendari definite «disoneste, ipocrite, e talvolta persino manovrate dal potere economico, scientifico e tecnologico». Adesso a cose fatte, a referendum seppellito, tutte amiche (o nemiche) come prima. |
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