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maggior parte di loro ha intorno ai 40 anni. Sono colte e seguono la
squadra del cuore fin dall´infanzia. In Italia 40 club al femminile E in curva i cori delle ragazze ultrà Donne e calcio, il boom delle tifose. Una ricerca della Sapienza Madri di famiglia che si fanno chiamare monelle, pantere, diavolesse "Un giorno dissi a mio padre: portami con te domenica, ti chiedo solo questo" MARINA
CAVALLIERI Una
ricerca dell´università La Sapienza di Roma indaga il mondo poco
conosciuto del tifo al femminile. «La maggior parte delle tifose ha dai
35 ai 45 anni, hanno un livello culturale medio alto, lo sono diventate
per tradizione familiare, all´inizio c´è sempre un padre, un fratello o
un fidanzato», spiega Chiara Di Mauro che ha realizzato la ricerca con
la cattedra di Sociologia di Paolo De Nardis. «In genere il tifo
femminile è meno individualistico di quello maschile, c´è più
condivisione. Diversi sono anche i tempi, gli uomini fanno più gruppo
da adolescenti mentre dopo i 35 anni per loro c´è una maggiore
dispersione». Le donne invece non mollano. «La nostra è un´associazione
che raggruppa circa 40 club femminili, unica in Europa», dice Nella
Grossi, 65 anni, commercialista e tifosa del Milan e del Pescara,
presidente dell´Anfissc, Associazione femminile italiana sostenitrice
squadre calcio. «Ho rinviato la data del matrimonio d´accordo con mio
marito per andare a vedere il Milan che giocava con il Real Madrid. Il
calcio è sempre stata la mia passione, fin da piccolissima, una partita
ti condiziona la giornata, una vittoria ti fa stare tranquilla. Per noi
tifose è importante fare del calcio un momento di aggregazione,
cerchiamo di portare gioia negli stadi». Donne
allo stadio: secondo l´identikit che traccia la ricerca per le tifose
la squadra è più importante dei singoli giocatori, le sostenitrici dei
club amano lo spettacolo del calcio ma sanno anche attentamente
giudicare il gioco, per tutte il club è un modo per stare insieme. Il
tifo poi è passione, estasi, voglia di vincere. Perché le vittorie
possono anche aiutare a vivere. «Il mio tifo neroazzurro è nato quando
ero bambina, allo stadio ci sono andata prestissimo, già a sette anni»,
dice Giovanna Porro, tifosa dell´Inter. «Non ho mai smesso di andare
allo stadio anche in un periodo brutto della mia vita: una componente
che mi ha aiutata a guarire». «Mi
piace il calore della gente, la passione che trasforma, uno dei primi
ricordi che ho è di una signora allo stadio molto elegante, molto per
bene che si mise a bestemmiare», dice Milva Pedretti, 41 anni che ha
fondato a Sondrio il primo club della Juventus. «Allo stadio mi viene
ancora la pelle d´oca e la vittoria della Juve a Barcellona è uno dei
miei più bei ricordi». Le tifose anche se sono signore tranquille, madri di famiglia, lavoratrici, per lo stadio hanno scelto nomi più frivoli: si fanno chiamare coccinelle, monelle, zebre, pantere, gatte e leonesse, diavolesse. Ma per loro la trasgressione dello stadio s´intreccia, si salda con gli affetti familiari, è il collante che tiene unita la famiglia. Per qualcuna poi il tifo è una passione che si tramanda di madre in figlia. «Mia madre ha fondato il primo club femminile in Italia e in Europa, nel ‘71», dice con orgoglio Alberta Prandina, tifosa del Milan. «Allora erano veramente in poche. Ora siamo tante negli stadi, forse diverse dagli uomini, perché cerchiamo di capire qualcosa in più dei giocatori, anche quando sbagliano. Il tifo per noi ha anche uno scopo sociale, organizziamo tombolate, raccolta di fondi per beneficenza». Calcio e solidarietà, tifo e socializzazione ma quello che conta è l´ebbrezza della partita, le lacrime e i canti, i sorrisi e gli abbracci, perché il tifo non è solo affare da uomini. |
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